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Giorgio Bernard: “Quel che Tancredi è riuscito a raccontarmi è la storia di tutti noi”

Felici Editore e l’associazione Qulture ci presentano con la collana AquaRagia, diretta da Antonio Celano, un’idea di letteratura classica che si coniuga al presente. Partendo da un’intuizione di Tomasi di Lampedusa, vogliono proporre narrazioni capaci di sverniciare le mani di tintura sotto cui sono stati nascosti i nodi e i difetti di un legno che si credeva «già curato e piallato». Così potrebbe sembrare una stranezza che con questi presupposti abbiano appena pubblicato un romanzo su un calciatore e invece a leggerlo si comprende che si tratta di una scelta del tutto naturale. Infatti Come un’onda che si tuffa sullo scoglio, di Giorgio Bernard, non è solo la biografia di Roberto Tancredi, portiere che per qualche stagione all’inizio degli anni ’70 difese la porta della Juventus per poi passare a squadre minori e tornare a Livorno da dirigente, vicino a dove tutto era partito, quando da ragazzino aveva esordito nella squadra di Rosignano Solvay. È soprattutto il racconto di un uomo che ha conosciuto la passione sportiva, il successo e poi il declino, riuscendo a rimanere integro e saldo. Come ci aspettiamo, nei sogni buoni da ragazzi, che debbano essere gli sportivi. Giorgio Bernard è autore di diversi romanzi, ma anche di fumetti e sistemi di gioco narrativi, ed è capace quindi di alternare vari registri. Valeva la pena ascoltarlo, no? Ecco la nostra conversazione.


Perché proprio la storia di un calciatore? C’è qualcosa nel calcio che ti attira a livello narrativo?

Naspini, uno dei più grandi autori contemporanei, ha scritto che il conflitto è l’elemento imprescindibile di ogni romanzo. Mi trovo a pensare che abbia ragione e che forse è proprio questo aspetto intrinseco del calcio, il conflitto, a esercitare da sempre una terribile fascinazione su ogni spettatore… in particolare su di me, che oltre che spettatore, sono anche romanziere: la partita è scontro e battaglia, foga non mediata né meditata, capace di travolgere e sconvolgere anche il carattere più mite e a prima vista equilibrato: non è un caso che i calciatori mai ammoniti in carriera si contino sulle dita di una mano, anche i campioni più flemmatici qualche cartellino giallo in carriera l’hanno rimediato per forza. Qualcuno di recente ha detto che il calcio sarebbe tutto un altro sport se fosse giocato da uomini oltre la quarantina e non si può non dargli ragione: con i quarant’anni arriva tutta un’altra saggezza, una maggiore capacità di pianificare lo scontro e dosare le energie fisiche e nervose… Sarà forse proprio questo il motivo, ma credo che per un narratore sia difficile trovare un’ambientazione più fertile per ambientare la propria storia: un’arena di ventidue gladiatori, tutti ricompresi fra i diciotto e i trent’anni, l’età più folle, ormonale e battagliera, tutti pronti a combattere senza risparmiarsi, correndo dietro a un pallone, furiosamente e contro ogni logica.

Nella scelta di parlare di un portiere c’entra anche la sua sostanziale solitudine?

Decisamente sì. L’assioma secondo cui meriti e demeriti sono sempre collettivi e devono essere ripartiti fra tutti i compagni di squadra, per un portiere è vera solo in minima parte, perché il portiere ha un ruolo determinante che non si limita alla sua abilità, ma ricomprende anche il carisma, il senso di sicurezza che riesce a infondere nei suoi compagni; ma soprattutto perché è l’unico a trovarsi sempre sotto l’occhio di bue di un riflettore, l’unico a cui anche un singolo errore può non essere perdonato mai.

La letteratura ha altri esempi di testi dedicati al calcio, dal cupo Prima del calcio di rigore di Peter Handke alle poesie di Umberto Saba, ci pensavi mentre scrivevi il libro?

Ci pensavo eccome! E a questi nomi mi sento di aggiungere quello di Enrico Brizzi: il suo romanzo L’inattesa piega degli eventi mi ha stregato: Brizzi ha una scrittura incredibilmente efficace, in grado di trasmettere al lettore i suoni e le sensazioni del campo, gli odori dello spogliatoio. Il desiderio di scrivere una storia di calcio è nato proprio leggendo il suo lavoro, che più di altri mi ha accompagnato durante la stesura; quello che maggiormente mi affascinava e che cercavo di trasmettere ai lettori è il ritmo forsennato della telecronaca, la voce ora assopita ora assordante del pubblico; i tempi del calcio vissuto e giocato, insomma, adoperati per raccontare non soltanto una carriera sportiva, ma tutta una vita, solo in parte dissimile da quella di ognuno di noi.

La parabola di Tancredi sembra quella di un uomo sereno, passato però dall’infanzia al grande successo per finire in una normalità quasi oscura. C’è qualcosa che si agita ancora dentro di lui?

Roberto è un uomo che è riuscito a trovare un proprio equilibrio, una serenità profonda, capace di trasparire da ognuno dei suoi gesti quotidiani. La prima cosa che mi ha colpito in lui è stato proprio questo senso di quiete conquistata a duro prezzo, che pure si armonizzava alla perfezione con la luce battagliera che ancora gli brillava dentro gli occhi: era un’emozione che raccontava di un amore sconfinato e di un tradimento subito, quello perpetratogli dalla sua Juventus, la mamma cattiva e padrona a cui Roberto aveva dedicato tutta la vita: è stata proprio quella luce che mi ha convinto a raccontare di lui, a metterlo in scena, non limitandomi cioè a narrare ciò che mi raccontava, ma descrivendo al lettore anche il modo in cui lo faceva, tutta la liturgia di gesti, sguardi e movimenti che rendono Roberto un affabulatore straordinario.

Quanto tempo avete passato insieme per il libro?

Tantissimo tempo, per durata e intensità: in alcuni momenti mi sembrava quasi di essere al Combi anch’io, ad allenarmi senza posa insieme a Tancredi e Piloni. Un lavoro in cui Roberto ed io ci siamo rivelati coesi, determinati e infaticabili. Per i primi due mesi abbiamo dedicato quasi ogni pomeriggio a raccogliere ricordi e selezionarli, organizzando la struttura del libro e poi scrivendo e correggendo. La seconda fase, invece, quella della correzione e delle limature ha finito per essere addirittura più lunga, è durata quasi cinque mesi: eravamo pignoli, incontentabili, abbiamo passato al setaccio ogni singola parola.

Roberto Tancredi è stato contento del risultato? Gli hai fatto leggere le bozze prima?

A leggere le bozze non è stato soltanto Roberto, ma anche sua moglie Mariella, che nella seconda fase del lavoro sul testo è risultata di fondamentale importanza, soprattutto nel riequilibrare tra loro le differenti scene del romanzo: abbiamo riletto con sei occhi, corretto a sei mani non so più quante volte… e alla fine sì: mi sento di dire che eravamo tutti davvero soddisfatti. Davvero si è trattato di uno splendido lavoro di squadra.

In questo periodo va di moda coinvolgere i calciatori nelle serie televisive o nei documentari, pensi che il tuo romanzo si inserisca in questo filone?

Penso che una storia come quella di Roberto meriterebbe un film, senz’altro; ma non si tratterebbe, come dici tu, di coinvolgere un calciatore in un documentario o una serie televisiva: quel che Tancredi è riuscito a raccontarmi è la storia di tutti noi, del nostro paese nel corso di cinquant’anni, di tutte le cose che nel frattempo siamo riusciti a cambiare e di quelle che invece sono rimaste tali e quali. Ma soprattutto è la storia di un uomo, con i suoi sogni e i suoi crucci, che con il campo da gioco, pur onnipresente, hanno ben poco a che spartire.

Hai mai pensato a quale tipo di lettore ti rivolgevi mentre scrivevi il libro?

Magari peccherò di immodestia, ma credo che il libro si rivolga a chiunque e non ho mai smesso di pensarlo un solo istante, mentre scrivevo. Quella che si racconta è una vicenda umana in cui molti si riconosceranno… io per primo mi ci sono ritrovato, principalmente a livello emotivo. Riuscire a realizzare i propri sogni di ragazzo, assaporare l’orgoglio di un lavoro desiderato tutta una vita, e poi vedersi tradito, ritrovarsi solo, stanco, più debole e vecchio… solo per riuscire a racimolare le forze necessarie a ripartire e rimettersi in gioco. Di questo parla il romanzo, è la vita di ognuno di noi. O quanto meno le somiglia parecchio.

Compaiono nel libro molti campioni del passato, che impressione ti faceva scriverne?

È stato davvero emozionante, lo ammetto. Scrivere un romanzo ti permette di avvicinarti ai personaggi, ti costringe ad accorciare le distanze fin quasi a entrare dentro di loro, poco importa che corrispondano o meno a persone realmente vissute, o che si tratti degli idoli che avevi da bambino: non puoi limitarti a dire che Franco Causio ha fatto una cosa, devi spiegare in quale modo l’ha fatta, che espressione aveva, il suono e il tono della sua voce… Per certi versi era come se riuscissi a trovarmi davvero lì, davanti a una panchina di cinquant’anni fa, a riscaldarmi anch’io insieme a Cuccureddu per poi entrare in campo. Un discorso a parte meritano gli spezzoni di telecronaca: durante i primi due mesi di lavoro, ho visionato decine di partite in bianco e nero, letto centinaia di articoli e interviste dei più importanti quotidiani sportivi… Poi mi sedevo davanti alla tastiera e scrivevo, con le immagini che scorrevano rapide in una finestra aperta accanto a quella di testo e… all’improvviso mi trasformavo in un radiocronista, una specie di Niccolò Carosio… in leggera differita, però… di qualche decennio! Anche questa un’emozione incredibile.

Tifi per una squadra? E che vuol dire la passione calcistica per te?

Il mio rapporto con il calcio è più che altro un fatto cerebrale: non ho mai giocato se non a infimi livelli e con risultati a dir poco deplorevoli. Ciononostante è senza dubbio una delle mie grandi passioni… proprio nel senso evangelico del termine. L’amore per la squadra del Livorno non può che essere legato a una viscerale sofferenza e per me ha assunto col passare degli anni e l’accumularsi dei traslochi, il sapore di un amore nostalgico da emigrante, che piange la sua patria lontana. Dovunque mi trovassi per lavoro, i miei colleghi avevano l’abitudine di portarmi con loro allo stadio a vedere la mia squadra, quando giocava in trasferta, prima a Milano e poi a Roma. La guardavo con occhi sognanti imbarcare vagonate di gol e fingevo di accettare la sconfitta di buon grado, cercavo di convincermi che me ne importava poco o nulla: del resto giocare contro Inter, Lazio, Milan… cosa potevo aspettarmi? Però dentro di me schiumavo rabbia… Quant’è difficile certe volte, il fair play.


Nella foto Giorgio Bernard con Roberto Tancredi.

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