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Antonio Delfini e la neve di Roma

L’uomo guarda la pila di libri accatastati sul tavolino, le lettere ricevute e ancora chiuse e poi i conti da pagare per il condominio, per l’acqua calda, per il portinaio di quella casa infame su ai Parioli. La proprietaria, una specie di baronessa decaduta, glielo aveva spacciato per un appartamento signorile e confortevole, ma appena entrato lui aveva visto soltanto una squallida garçonnière, buia e sporca, dove erano ancora visibili sui muri le tracce di accoppiamenti furibondi.

Guarda fuori dalla finestra: com’è brutta la neve a Roma, non sembra neanche bianca! Piazza Ungheria deserta, senza automobili e senza tram, e questa sarebbe la capitale?

Il tetto nero della chiesa è appena sporcato dalla neve grigia. Via i sacerdoti, via i templi! Il pregare è una mancanza di fiducia in Dio! Bisogna rispettarlo, nel silenzio, non pregarlo col piagnisteo per aver cose che non ci ha dato o che si teme che non ci darà. Viene via dalla finestra, e si lascia cadere su una sedia.

La vista delle lettere gli dà l’ansia, perché vengono da parte di sua madre, che vive rintanata nella casa di Viareggio con Nenè, sua sorella, una bambina cresciuta e invecchiata, una ragazza dai capelli grigi e gli occhi chiari come l’acqua. Sua madre e sua sorella si sono assolutamente rivelate prive di affetti umani, di realtà e di buon senso, sempre pronte a contrastarlo, sobillate da amministratori infedeli e disonesti. Lui vende i suoi terreni, le sue proprietà, e loro protestano, strepitano, e poi litigano tra loro. Adesso basta, però, da oggi non vuole fare più parte di questa famiglia.

Pensa a Modena, a come gli era sembrata grande l’ultima volta, quando era andato in giro tutto il pomeriggio per i quartieri nuovi.

Pensa alla sera prima, a cena con l’amico Gaio e Arianna, la pseudo fidanzata. La chiama così perché lui è innamorato, lei non si sa. Dopo la cena in una trattoria sotto casa sono andati in un bar lì vicino, dove hanno bevuto quattro bottiglie di vino, tre caffè e quattro whisky, offerti da lui. È sempre lui a pagare, quando gioca a poker, anche se non ne è capace e quindi perde, è lui che offre i pranzi, le cene, il cinema alle solite compagnie di giro con cui si incontra quasi tutte le sere.

Dio mio, quanto sono solo! esclama, e il suono della sua voce lo sorprende, gli sembra così estraneo, come non fosse suo.

Prende il telefono per chiamare, nell’ordine, il critico, il giornalista, la cinematografara ma niente, rispondono solo da “L’Espresso” per dire che il giornalista è appena andato via.

Per sfuggire alla vista della neve, delle lettere e dei conti va a buttarsi sul letto (a una piazza e mezza, gli aveva detto la baronessa, con un’aria oscenamente allusiva) e riprende in mano il libro finito di leggere alle tre della mattina, Lettere a un giovane poeta di Rilke. Questo libro, pensa, contribuirà a quella che sarà la mia risoluta entrata in letteratura.

Gli piace ripetere questa frase, e ogni volta la dice come se fosse vera, e pensa che l’indomani si alzerà presto per scrivere il suo libro più importante, invece di passare tutta la mattina a letto, a fumare. È un pensiero che lo rende allegro, ma scivola via prima del giorno dopo, quando si risveglia, sempre tardi e in quella casa dove non sarebbe mai dovuto andare.

Citazioni tratte da Antonio Delfini, Diari (1927-1961), a cura di Giovanna Delfini e Natalia Ginzburg, prefazione di Cesare Garboli, Einaudi.

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