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“Heartland” di Sarah Smarsh (Black Coffee)

Un tuffo nella storia economica e personale dell’America vissuta da una ragazza nata e vissuta nel Kansas occidentale, nella piatta distesa del granaio del mondo, alle prese con la povertà e con il riscatto.

Un po’ memoir, un po’ saggio, Sarah, in maniera impietosa, si libera dalla vergogna dell’essere povera, anzi del raccontare di essere povera, e ci narra le storie, soprattutto del lato femminile, della sua famiglia. Lei stessa è nata da due genitori poco più che adolescenti, da una madre che non riusciva a toccarla con affetto e a infonderle sicurezza, considerando che facendola nascere aveva di molto ridotto le sue possibilità di avere una vita migliore. E la storia di Sarah si incanala in una serie di storie di disoccupazione, di sussidi non richiesti per orgoglio, di buoni sconto, e di mensa scolastica gratis. La nonna, talmente giovane da poter essere sua madre (non aveva nemmeno 16 anni quando ha avuto Jennie, la mamma di Sarah, e ne aveva poco più di trenta quando è diventata nonna) aveva una collezione di matrimoni falliti e di parcheggi per roulotte, più una sconfitta giudiziaria che le aveva fatto perdere l’affidamento del secondo figlio. Non era una madre affidabile perché non offriva abbastanza garanzie di benessere economico.

Com’è possibile che le aree sub urbane, svuotate dalla gentrificazione verso le grandi città, devastate e impoverite dal proliferare degli allevamenti intensivi, non trovino aiuto negli Stati Uniti, che si vantano di dare un’opportunità a tutti? Sarah è nata negli anni 80, quando le risorse pubbliche verso gli ospedali vengono drasticamente ridotte dalla scelta reaganiana. Le persone povere non vengono assistite, si può morire per una banale infezione gengivale, e vengono lasciate nel loro delirio se manifestano sintomi di malattie mentali.

Questa è la ferita inferta a Sarah e a milioni di americani come lei, proletari e privi di autentici mezzi di sussistenza. Perché il sistema americano ti giudica e ti mette all’angolo se non sei capace di sollevarti e di crearti un futuro fatto di case comode e di bollette pagate. Il legame indiscusso e sottile che c’è tra vergogna e solitudine Sarah lo descrive bene: sono le donne, paria perché esposte a ogni forma di sopruso, a pagare l’interesse più alto di un debito, in definitiva, insolubile.

Secondo gli psicologi la vergogna si è sviluppata come funzione evolutiva volta a frenare certi comportamenti individuali dannosi per un società. La società moderna tuttavia ha l’abitudine di far provare vergogna alla gente per il solo fatto di esistere. Il tuo peccato originale, e io lo so bene, sarebbe stato nascere in uno stato di indigenza economica.

Quando un’intera classe sociale viene resa invisibile, di fatto viene annullata. E con l’annullamento arriva la vergogna. Una vergogna così profonda-quella di essere poveri in un mondo in cui al centro di ogni discorso ci sono le classi sociali più abbienti-può farti sentire un fallito.

E chi si sente in colpa perché ha fallito ed ha coscienza di essere emarginato non chiede aiuto, ma si nasconde, oppresso dal suo sentirsi meschino e inutile, oppure, sfoga rabbia e frustrazione sulle compagne e sui bambini, lasciandosi avvolgere in una spirale autolesionistica.

Sarah intuisce dall’adolescenza quando sia deleterio per una donna fare dei figli. Le donne povere, se devono occuparsi dei figli, non possono permettersi di studiare per migliorarsi e scuotersi la pula del grano dalla pelle incrostata di sudore e sporcizia.

Per tutta la vita Sarah ha sentito una forma di energia incorporea alla quale darà il nome di August, il mese della raccolta delle messi, quello in cui si decide se si riuscirà a conservare un tetto o a perdere la casa inghiottita dai debiti e da interessi bancari sproporzionati.

August è il nome dell’uomo che l’ha cresciuta come un nonno (settimo marito della intraprendente e inarrestabile nonna Betty) ed è il nome che lei dà a questa figlia immaginaria, che tanta importanza ha nella sua vita, e alla quale decide di rinunciare. No, Sarah non abortisce, semplicemente decide di non restare incinta, perché è stata troppo impegnata a essere la madre di sé stessa, della sua giovane madre e del suo fratellino.

Adesso che potrebbe averlo un figlio, nel suo mondo costellato di doppi e tripli lavori, e di notti insonni e piedi piagati, non ritiene che sia più possibile. Ha una bella casa, una laurea, un dottorato e un lavoro all’Università, eppure sente che se una madre è una casa, le sue finestre sono oscurate.

Non riesce a immaginare un altro essere umano che dipenda da lei.

Questa è la sua storia, probabilmente simile a quella di altre giovani donne che capiscono quanto sia difficile riuscire a conciliare la vita lavorativa con l’essere madre in un mondo che, apparentemente è prodigo, e nella realtà estremamente avaro. August è la bambina che avrebbe potuto essere e non è stata, e Sarah è la donna che, pur non essendo mai stata madre, l’ha misteriosamente amata.

Non sentirai mai il vento del Kansas fra i capelli August, e di questo non sono felice. Ma non dovrai mai combattere come è toccato alla mia famiglia, e di questo, sì, sono grata.

Il tuo spirito da qualche parte sta aiutando a creare l’America in piena estate, esausta dopo una stagione passata nei campi, ma con gli occhi vispi e pieni di promesse, sotto la luna piena.

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