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La brughiera di Emily e Charlotte Brontë

Impara a conoscere fin da piccola le voci e i segreti della brughiera. La primavera chiazza di verde tenero gli steli bruni della landa, l’autunno tinge di porpora il paesaggio e per miglia e miglia, a perdita d’occhio, la selvaggia bellezza dei luoghi trionfa con il profumo dell’erica.

La famiglia del reverendo Patrick Brontë fissa la sua dimora nel villaggio di Haworth, che sorge sul cucuzzolo di una bassa collina scoscesa, nello Yorkshire. La casetta presbiteriale ha poche stanze, un giardino con qualche ciuffo d’erba, i cardi, le spinalbe coriacee, i cespugli di ribes e di uvaspina. Il cimitero circonda l’abitazione, le tombe sono talmente ravvicinate l’una all’altra da non lasciare spazio al verde.

Malata di tisi, debole e stremata dalle frequenti maternità, la signora Brontë muore dopo qualche mese dall’arrivo a Haworth. Le cinque sorelle e il fratello Brontë restano soli con i domestici e col padre che ha preso l’abitudine di rinchiudersi nel suo studio a comporre sermoni e a scrivere articoli per riviste religiose. Hanno imparato a stare zitti e quieti per non disturbare la mamma ammalata e il papà irascibile. La donna che ha assistito la signora Brontë negli ultimi tempi della malattia racconta: “Nessuno avrebbe detto che c’erano dei ragazzi in casa, tanto erano silenziosi e buoni. Maria, la maggiore, faceva da mammina, e divertiva le sorelline e il fratello leggendo loro i giornali. Sì, tanto perfetti erano, tanto diversi da tutti gli altri bambini, che li credevo stupidi. Fors’anche, ciò dipendeva dal fatto che il signor Brontë non permise mai che mangiassero carne: non per economia, giacché in una casa come quella, senza una padrona che sorvegliasse, tutti rubavano e sciupavano, ma per principio. Egli pensava che i ragazzi dovevano venir allevati rudemente, come lui era stato, così non mangiavano che patate; né mai chiedevano qualcos’altro. Tutti erano buoni; la più graziosa era Emily”.

Per un anno intero i fanciulli vivono nella più completa indipendenza. Poi un’anziana sorella della madre, Miss Branwell, rigida e legnosa, va a reggere le sorti domestiche della famiglia, senza però assumere un ruolo di madre o di compagna per i ragazzi che continuano a restare soli e a dover badare a sé stessi. Dopo aver aiutato la zia nelle faccende, si ritirano nella loro stanza o vicino al fuoco, in cucina, con dei giornali, delle riviste religiose, e chiacchierano, si raccontano a vicenda storie, fantasticano attorno alle leggende irlandesi che il reverendo Brontë ogni tanto si degna di raccontare, Emily è la più fantasiosa. Grande camminatrice, torna dalle sue esplorazioni portando qualche bestiolina ferita, uccelletti caduti dal nido, a cui racconta storielle o un’infinità di tenerezze. Emily e Charlotte si abbonano a una biblioteca ambulante a Keighley, distante otto miglia che percorrono di buona lena, con vere marce forzate, per tornare con i romanzi dello Scott e i poemi di Coleridge. La meta preferita delle passeggiate delle sorelle Brontë è una valletta dove crescono i larici e scorre un ruscello sopra grandi pietre. Portano il loro prezioso tesoro, libri e quinterni di carta che comperano da un cartolaio a Keighley. Alla “Cascata”, nella brughiera di Stambury, disegnano, scarabocchiano, scrivono racconti e poesie.

Emily, dai capelli castani, soffici, fitti e lunghissimi, raccolti sulla nuca da un gran pettine, agile ed elastica, trascorre tutto il tempo libero nella brughiera e si avventura in lunghe gare di corsa con i cani.

Di salute cagionevole, muore a 29 anni di tubercolosi, in quel villaggio sperduto nello Yorkshire, tra colline e brughiere da cui trae ispirazione per il suo capolavoro.

“L’opera fu scolpita, con semplici arnesi, in una rozza materia, in un ambiente primitivo. Lo scultore aveva trovato nella landa solitaria un masso di granito: contemplandolo, s’accorse che dalla roccia poteva essere tratta un’effigie fosca, selvaggia, una forma segnata con uno almeno dei segni di grandezza, la potenza… e l’erica fragrante e accesa di campanule cresce fedele ai piedi del colosso”. Così Charlotte Brontë definisce l’opera di Emily: Wuthering Heights.

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