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“Sabrina & Corina” di Kali Fajardo-Anstine (Racconti Edizioni)

Vietato arrendersi. Sembra questa la parola d’ordine che trattiene, come sottili cavi d’argento, le storie familiari e personali di queste ragazze. Tutte impegnate a sopravvivere, in una Denver gelida o straordinariamente afosa, con l’umidità che ti appiccica i vestiti addosso, come una seconda pelle. Un mondo inospitale.

Sono tutte “chicane”, eredi di immense discriminazioni e abbandoni. Le loro famiglie le trattengono e le proteggono fin dove possono, cioè per poco, prima di sputarle nel mondo inospitale di una società che vede la bellezza e il desiderio di farcela come una modalità di svago interessante.

Non hanno legami in grado di proteggerle dalla sconfitta delle loro giovani madri, spesso in fuga o tossiche, e i padri superstiti sono presi dal bisogno di mettere insieme pasti e affitto, quando non sono altro che una foto che assorbe muffa, un ricordo lontano che ha lasciato in eredità sul viso bruno e perfetto di una bambina, occhi azzurri nient’affatto insoliti, il marchio dei conquistatori “anglo”.

Bambine che cercano di amare una bambola fatta di zucchero di canna, alla quale devono garantire, alla fine della scuola media, assistenza e amore, dividendone le cure con un compagno di scuola, e che temono di non essere capaci.

Ragazze picchiate da amanti clandestini e spalleggiati da poliziotti annoiati, o ridotte alla cecità per aver deciso di non cedere a minacce sessuali.

Ogni storia è la finestra dalla quale possiamo scorgere la prossima, ogni parola un dono di bellezza disperata e di amore che stringe i pugni. Una desolata carrellata che nasce dal cuore affaticato e pulsante di una generazione di donne che, pur essendo americane, non lo sono per possibilità, considerate minoranze, con la possibilità di dover essere eccellenti per avere diritto a una borsa di studio.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta è la storia di due cugine, Sabrina e Corina appunto, raccontata con la voce della superstite, la meno bella, quella che si è salvata e che ha cercato di dare un senso alla sua vita e un ordine che le impedisse di cadere a pezzi. Perché avere un obiettivo, a volte ti salva la vita. Non come Sabrina, bella con gli occhi azzurri come gemme antiche, topazi o turchesi, uccisa da non si sa chi, e, su richiesta della nonna, Corina, che fa la truccatrice, deve procedere a dare un ultimo strato di cosmetici prima di chiudere la bara sul loro passato comune di amore e di separazione.

Una lacrima e poi un’altra, fino a sentire che le corazze si sgretolano come stracci fradici, perché la nostra solitudine può essere difficile da raccontare, ma per fortuna esistono le parole, che ci salvano dall’oblio. Almeno per un momento, ci illudono. Le ho amate tutte queste ragazze, con la lealtà feroce che riservavo ai miei libri di ragazzina, Tom Sawyer e Huck Finn, e Oliver Twist e Kim O’Hara. Solo che qui mi sembrava di percorrere strade più simili alle cose che provo a narrare. Il senso di esclusione. E la gioia piccola di salvare qualcuno, anche ammaccato e con ferite così profonde da non potersi rimarginare. Quando le cose hanno cominciato ad andare male? O forse, semplicemente, non sono mai davvero andate bene. Restate vive sorelle di carne e sangue e di carta. Per voi e per tutte quelle che non ce la fanno, che non hanno mai avuto una possibilità nella terra dei vivi.

Quando si avvicinò la riconobbi: era Sabrina, magra come un chiodo, e fradicia di sudore. Non la vedevo dal suo compleanno. Aveva sorriso con quei suoi occhi azzurri: “Dove sei stata tutto questo tempo, Corina?”

In veranda, Sabrina mi raccontò che stava per trasferirsi in California, che aveva conosciuto un tizio intenzionato ad aprire un bar lì, che avrebbe fatto un mucchio di soldi.

“Dovresti venire a trovarmi quando mi sarò sistemata.”

Le dissi che forse l’avrei fatto. Un suv nero accostò appena fuori casa. I fari rimasero accesi e sentii il rumore sordo e smorzato dei bassi. Sabrina salutò il guidatore, nascosto dietro i finestrini scuri. Si gettò la giacca di finta pelle sulla spalla e scese di fretta i gradini della veranda nei suoi stivaletti con i tacchi a spillo. A metà del cortile, si voltò. “Qual è il tuo primo ricordo in assoluto?”

“Lo sai, quella volta che sono stata punta da un’ape, ma tu sostieni che non era successo a me”.

“Fa niente – disse Sabrina – puoi tenerti quel ricordo se vuoi”.

Poi montò sul suv nero, sbattendo lo sportello dietro di sé.

Era la fine dell’inverno. La strada brillava di ghiaccio nero. Tutto quello che riuscii a vedere furono i capelli lunghi di Sabrina, che le avvolgevano il collo, pallido come la luna.

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