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Il complotto dell’arca

Era da un po’ che circolava la voce di un’ondata di maltempo con piogge talmente forti che avrebbero inondato la foresta. Pioveva sempre d’autunno e non ci sarebbe stato niente di strano se anche quell’anno avesse piovuto, magari un po’ più del solito. Ma non si trattava di questo. La voce che circolava parlava di una catastrofe, di un evento senza precedenti, che avrebbe fatto addirittura sparire la foresta per intero. All’origine di questa voce c’erano le osservazioni di un gruppo di ricerca guidato dal liocorno, il più noto studioso di fenomeni naturali della foresta. Gli animali più devoti come le pecore, le colombe e la mantide religiosa credevano in un castigo divino che si sarebbe abbattuto su tutti gli esseri viventi per la loro malvagità. Gli animali più smaliziati come le volpi, i lupi, le iene e i serpenti sostenevano invece che la voce era infondata, non trattandosi altro che di un tentativo della casta regnante di dare legittimità scientifica alla propria tirannia. Avevano infatti notato che di tanto in tanto veniva paventato un cataclisma che rendeva necessaria qualche restrizione della libertà. Due anni addietro, con la scusa di un incendio, era stata interdetta una zona della foresta; l’anno dopo era stato addirittura proibito di uscire dalle tane per via di un gruppo di bipedi, simili a scimmie ma privi pelo, che si sarebbero aggirati minacciosamente tra gli alberi impugnando lunghi bastoni appuntiti. Insomma, c’era sempre un motivo per impedire ai poveri animali di vivere la propria vita in sacrosanta libertà.

Cominciarono a udirsi strani rumori, che provenivano dal cortile del palazzo reale. Non si poteva vedere niente, perché il palazzo era circondato da massi ciclopici presidiati dai leoni della guardia. Quello che si sentiva era un’alternanza di colpi secchi, ripetuti con regolarità, e di vibrazioni gravi, anch’esse regolari. Ogni tanto c’erano cigolii e stridori, accompagnati da richiami e seguiti da pesanti tonfi, come quelli dei grandi tronchi che cadono per terra colpiti da un fulmine o da un forte vento. Che questi rumori, mai uditi prima, c’entrassero con la calamità di cui si mormorava fu subito ipotizzato dai più diffidenti. Si pensò che il re, con il pretesto del maltempo, stesse costruendo grandi tettoie e grandi recinti a prova di vento per riparare le tane degli animali poco graditi al regime, creando di fatto delle celle per imprigionarli. L’esigua schiera degli ottimisti, che credeva nelle previsioni del liocorno e che gli smaliziati bollavano di dabbenaggine, propendeva per un’altra ipotesi, e cioè che all’interno della reggia si costruissero mezzi di salvataggio (dighe, palafitte o zattere) per fronteggiare la calamità in arrivo.

Un giorno re Ziusudra, nobile d’aspetto e austero nella sua bella criniera leonina che ondeggiava al vento, si affacciò dal suo palazzo e annunciò ufficialmente l’arrivo di un grande diluvio che avrebbe sommerso tutta la foresta. Si era consultato con il liocorno e con gli altri sapienti ed era giunto alla conclusione che bisognava costruire una grande arca per mettere in salvo tutti gli animali. La folla restò ammutolita. Non aveva mai udito una cosa simile. Subito si sollevò un brusio. Il re ordinò il silenzio e invitò chiunque lo desiderasse a esprimere apertamente, davanti a tutti, i propri dubbi, ma nessuno osò fiatare. Nei giorni successivi, mentre i più si erano ormai rassegnati alla imminente sventura, confidando nell’efficacia del rimedio deciso dal re, alcuni animali poco convinti decisero di riunirsi segretamente nell’“Antro del libero pensiero”, una grotta che già da anni era il loro luogo di ritrovo. A presiedere la riunione era il “Comitato dei liberi pensatori” costituito da un gruppo ristretto di animali che si ritenevano privilegiati perché, grazie alla loro costituzione mista, avevano la capacità di immedesimarsi in esseri differenti e di avere quindi una visione più ampia delle cose rispetto agli altri animali. Ne facevano parte il grifone, la manticora, il basilisco e l’ippogrifo. La platea era costituita da volpi, lupi, iene, serpenti e da altri animali che diffidavano dei regnanti e delle dottrine ufficiali. A questi si erano aggiunte alcune pecore e capre, che avevano preso le distanze dal gregge perché erano stufe di essere considerate delle stupide credulone come le altre.

«Ora è troppo!» disse il grifone, spalancando il becco tagliente. «Non si accontentano più di limitare la nostra libertà come in passato, ma vogliono addirittura rinchiuderci tutti in una prigione galleggiante!

«Ma resteranno anche loro rinchiusi con noi» obbiettò una volpe.

«E chi l’ha detto? Il diluvio è una scusa. Dopo averci fatto entrare, chiuderanno la porta e confischeranno tutti i nostri beni per poi fuggire lontano e fare la bella vita.»

«Beeen detto, beeen detto!» belò una delle pecore. «Si prenderanno tutta la lana che abbiamo accumulato per l’inverno.»

«E pure il nostro latte e i nostri formaggi» le fece eco una delle capre.

«Calma» ribatté la volpe «evitiamo conclusioni affrettate. Non possono obbligarci a entrare nell’arca. È anticostituzionale e finora la costituzione è sempre stata rispettata, almeno formalmente. Possiamo sempre decidere di restare nelle nostre tane se vogliamo. Il problema è capire se il diluvio ci sarà veramente e se sarà così catastrofico da sommergere tutta la foresta. Aspettiamo che cominci a piovere e poi decidiamo.»

Il grifone obbiettò che confidare nel rispetto della costituzione in quel momento era ridicolo, ma convenne che sarebbe stato praticamente impossibile costringere tutti gli animali a entrare nell’arca. Ci sarebbe voluta una retata di proporzioni inimmaginabili. La proposta della volpe fu dunque accettata ma fu anche deciso che, in attesa del diluvio, si raccogliesse il maggior numero di informazioni su quel che si stava macchinando a corte. Chi era stato incaricato della realizzazione dell’arca? Chi ne avrebbe beneficiato? Su che fondamenti si basavano le previsioni metereologiche che ne giustificavano la costruzione?

L’ippogrifo, che aveva conoscenze a corte, si offrì di indagare. Il suo informatore era una talpa che si occupava delle cantine del palazzo reale dove c’era ogni ben di Dio: salami, prosciutti, salsicce, formaggi e vini pregiati che venivano portati ai piani alti in occasione di pranzi e ricevimenti ufficiali. In quelle occasioni la talpa aveva modo di ascoltare tutti i pettegolezzi del personale di cucina, dei camerieri e anche, di tanto in tanto, di qualche membro della corte che si soffermava a chiacchierare nei corridoi. L’ippogrifo venne così a sapere che l’arca era stata costruita da una nota società di castori, che vinceva tutte le gare d’appalto perché offriva generose tangenti ad alti funzionari della corte; venne anche a sapere che il legno di cui era fatta era di pessima qualità, derivando dal fasciame di vecchie imbarcazioni rottamate e abbandonate in antri umidi e muschiosi ai margini della foresta o addirittura lasciate sul fondo dei laghi e dei fiumi dove erano affondate. Di certo, nessuno della corte si sarebbe affidato a quell’arca in caso di diluvio. Le cose erano due: o c’era un’altra imbarcazione affidabile nascosta da qualche parte o la storia del diluvio era tutta una bufala. La talpa giurava di non aver mai sentito parlare di un’altra barca né tantomeno di averla vista in qualche sotterraneo del castello. “Vista”? Stranamente l’ippogrifo non si insospettì di questa affermazione. Cosa mai avrebbe potuto vedere una talpa? E se questa affermazione era insensata, quanto affidabili erano tutte le altre? L’ippogrifo non se ne curò più di tanto e corse dal grifone a riferire le notizie sensazionali che era riuscito a ottenere.

Nei giorni successivi si formò su proposta del grifone un movimento che si faceva chiamare No ark. Venutone a conoscenza, il liocorno si precipitò alla prima riunione del Comitato per dimostrare, dati alla mano, che il diluvio non era una bufala ma una minaccia reale.

«Sì, reale…» gli fu risposto con sarcasmo, «… di re Ziusudra!» Fu cacciato via mentre la platea gridava «Scienziato di regime!», «Spia!».

Cominciò a piovere e gli animali della foresta si avviarono verso l’arca, che con un grande carrello era stata portata sulla spianata davanti alla reggia. I membri del Comitato avevano costruito un palco vicino alla passerella d’ingresso e da lì cercavano di convincere gli animali a non entrare. Urlavano, imprecavano, profetizzavano sventure, rivelando le prove, che avevano raccolto, di un complotto della casta regnante ai danni del popolo. Poco lontano il liocorno controbatteva, sostenendo che le prove del Comitato non avevano alcun fondamento e che era necessario affrettarsi a entrare nell’arca perché il diluvio stava arrivando. Gli animali erano disorientati, non sapevano a chi credere. Man mano però che l’acqua si accumulava, formando pozzanghere sempre più grandi, che si trasformavano presto in estesi acquitrini, molti di loro si risolvevano a entrare. Restarono gli irriducibili, che si accumularono su alcuni terrapieni difensivi attorno alla reggia. Il liocorno, galoppando di qua e di là, cercava di convincere anche loro, ma inutilmente. Nonostante avesse dimostrato in più occasioni di essere saggio, nobile e onesto, per loro non era altro che un subdolo intellettuale di regime. Quando l’acqua raggiunse la sommità del terrapieno il loro sguardo si rivolse speranzoso verso il palco del Comitato, ma il palco non c’era più. Le acque lo avevano sommerso. Poco prima di venire anch’essi travolti dalle acque videro il liocorno gettarsi dall’arca per salvare una delle pecore che avevano partecipato alla riunione nell’“Antro del libero pensiero” e che ora stava annaspando tra i flutti. Scomparirono entrambi. Mentre l’arca era ormai lontana sull’immenso oceano, che già ricopriva tutte le terre, i membri del Comitato volteggiavano nell’aria. Volteggiarono senza posa per giorni e giorni. Poi stremati, non avendo terra su cui posarsi, precipitarono in acqua e annegarono. Fu così che da quel giorno non solo non si videro più i liocorni, ma neppure i grifoni, le manticore, i basilischi e gli ippogrifi. Restarono invece i lupi, le volpi, le iene e i serpenti.

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