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Francesca Farina: “Si respirava il mito nelle strade”

Qualche tempo fa, mentre uscivo da una lezione della scuola di scrittura Genius, nell’ampia sala del Palazzo del Freddo di Fassi a Roma, mi si è avvicinata l’autrice di un romanzo, che quasi a mo’ di sfida me l’ha consegnato, dicendo qualcosa tipo: leggilo. Lei era Francesca Farina e questo approccio lievemente bizzarro, che mi ricordava certi racconti che si fanno degli incontri tra scrittori nei caffè letterari del Novecento, come il caffè Greco di Roma o le Giubbe rosse di Firenze, me l’ha resa subito simpatica. Non che io non dovessi già leggere sempre molto per lavoro e poi nemmeno si poteva dire che la lettura si presentasse agevole, dato che il libro (pubblicato nel 2018 dall’editore Bertoni, una casa editrice in crescita che si sta muovendo molto sul mercato) è lungo circa cinquecento pagine. L’ho lasciato per un po’ perdere, ma poi Francesca spuntava sui social network, organizzava incontri tra poeti, commentava l’attualità letteraria e no, scriveva di critica, insomma mi ha fatto venire la voglia di conoscerla meglio. Così ho affrontato la lettura di questo romanzo che scava nelle radici antropologiche dell’autrice e della sua famiglia, che mi pare soffuso fin dal titolo, Casa di morti, di un sentimento che definirei elegiaco e nello stesso tempo potente, immerso nella terra e nella cultura sarda di due secoli. Ma nello stesso tempo denso di esperienze e figure semplicemente umane, che possono presentarsi e ripresentarsi nella vita di chiunque di noi, anche se con sfumature diverse. A questo punto vale la pena parlarne con l’autrice.


Scrivi narrativa e poesia, in questo romanzo mi sembra che hai tentato di far coincidere le tue due anime, non tanto nella struttura narrativa quanto nei temi.

La poesia ha sempre accompagnato la mia intera esistenza, perché ho cominciato a comporre versi fin da bambina, tanto che già a tredici anni vinsi il primissimo concorso a cui avevo partecipato. La poesia ha permeato i miei giorni anno per anno, dato che non ho mai smesso di scrivere, ma quasi contemporaneamente ho avvertito l’urgenza di fermare sulla pagina i fatti della mia piccola vita fin da adolescente, quando ho iniziato a redigere il diario personale, che oggi consta di circa 100 quaderni e svariate agende. Molto tardi in realtà ho scritto il mio primo romanzo, “Casa di morti”, anche se meditato molto a lungo e composto in circa dieci anni di lavoro, perso il primo manoscritto e ricostruito subito dopo quasi a memoria, tanto lo avevo elaborato. Assai acutamente hai notato che in esso narrativa e poesia coincidono, io direi soprattutto nello stile, ossia nell’uso del lessico, nella struttura delle frasi, nel ritmo interno ai periodi, stile al quale ho ottemperato come rispondendo ad un invasamento, un’illuminazione che mi travolgeva appena mi mettevo a scrivere e se me ne discostavo sentivo subito che la pagina non funzionava, non era autentica.

Un elemento davvero interessante nel tuo libro è la presenza del Mito. Credi che ce ne sia bisogno, oggi più di ieri?

Nel villaggio isolano in cui sono cresciuta si respirava il mito nelle strade, nelle persone visto che l’atmosfera era intrisa di leggende ataviche, di ancestrale mistero, ma anche di narrazioni classiche. Molti contadini e pastori, il mio stesso nonno materno, conoscevano a memoria Omero, Dante, Ariosto e li recitavano nei ritrovi con amici e parenti. I racconti di gesta straordinarie, di imprese compiute dai miei stessi antenati penetravano in me in modo naturale, era come nutrirsi di un cibo quotidiano, una sostanza fatata che poi ho ritrovato da adulta nella memoria e ho cercato di riprodurre nel mio romanzo. Riscoprire il Mito mi sembra attualmente più che mai necessario, in quanto esso risponde ad un’esigenza assoluta dell’animo umano e costituisce un patrimonio imprescindibile per il futuro.

È stato facile trovare un editore per un volume così corposo e fuori dalle consuete dinamiche editoriali?

Credo di aver mandato il manoscritto di “Casa di morti” ad almeno cinquanta editori, tra i maggiori e i cosiddetti minori, senza ottenere altro che belle lettere in cui mi si lodava molto ma, data la mole e l’assoluta, apparente inattualità, mi si opponeva in sostanza un rifiuto, oppure il silenzio assordante tipico di molti editori. È stato proprio il social formalmente meno utile a farmi ottenere attenzione, ossia Facebook, a mettermi in contatto con l’Editore Bertoni, che ha avuto il coraggio di pubblicarlo. Da sottolineare che il titolo precedente, che avevo a lungo meditato legandolo anche a un famoso dipinto da porre in copertina, mi era stato sottratto da un grande editore a cui avevo spedito il romanzo e che lo destinò al libro di un suo autore. Succede anche questo nel campo dell’editoria!

Quanto sei legata alla tua terra d’origine? Per uno scrittore è naturale o necessario mantenere un contatto forte con le proprie radici?

La mia condizione di isolana, cioè il fatto preponderante, benché del tutto casuale, di essere nata in una terra che possiede un immenso retaggio culturale, è assolutamente inderogabile dal mio essere scrittrice, tanto che con il mio romanzo ho voluto restituire ad essa l’enorme ricchezza immateriale che ho ricevuto in dote, senza alcun merito, ovvero l’incommensurabile tesoro di memorie ataviche che rischiano di perdersi per sempre, senza le quali mi sembrerebbe di non essere mai vissuta e di non avere alcuna identità. Un sentimento assai composito, intriso di amore e odio al tempo stesso, mi lega alla mia isola e, sebbene me ne sia allontana da adolescente, perché ho studiato dapprima a Siena e poi a Roma, dove mi sono stabilita, vi sono sempre tornata, perfino nei sogni. Non so dire se per altri scrittori il legame con le radici sia essenziale: per me è decisamente necessario, anzi vitale, nonostante o forse in virtù del fatto che io abbia subìto uno sradicamento assai sconvolgente, tema che costituisce l’oggetto predominante del mio nuovo romanzo, in uscita sempre presso Bertoni Editore.

Il tuo romanzo richiama i testi più famosi del realismo magico sudamericano, ma si impianta su una solida realtà mediterranea. Quanto ti hanno influenzata i maestri?

Molti lettori e critici, anche autorevoli, come Pasquale Toscano, Renato Minore o Vincenzo Guarracino, hanno sottolineato le ascendenze del mio romanzo nei testi del realismo magico sudamericano, ma ritengo che i miei veri maestri, oltre all’immenso padre Dante per il lessico, ovviamente, siano i grandi narratori realisti tra Ottocento e Novecento, Manzoni, Verga, Grazia Deledda, dalla struttura della pagina ricca e sfaccettata come un diamante, dall’uso sapientissimo della lingua; ma altresì romanzieri quali Salvatore Satta, Elsa Morante, Annamaria Ortese. Non posso tuttavia dimenticare i classici russi, inglesi e francesi dei quali mi sono nutrita e che continuo a frequentare, perché mi orientano come fari nella cieca oscurità del presente.

Molti ti avranno chiesto quanto di autobiografico c’è nella storia della protagonista, ma è una domanda che non mi piace perché ogni romanzo contiene almeno parte della biografia dell’autore. Piuttosto ti chiedo se ti senti più dalla parte dei morti o dalla parte dei vivi.

Tutto il mio romanzo è permeato dalle memorie della mia famiglia, a partire dalla narrazione delle vicende del mio bisnonno paterno, che realmente combatté nella guerra di Crimea del 1855 (nel campo avversario c’era il grande Tolstoj, sugli spalti di Sebastopoli) e nella battaglia di Palestro del 1859, come anche quelle del prozio paterno emigrato in Argentina a fine Ottocento, per proseguire poi con i ritratti dei parenti più prossimi effigiati con la loro personalità, più che con le loro vicissitudini, come in una ideale galleria di caratteri. Con la scrittura ho inseguito strenuamente un principio assoluto di verità e di realtà, tanto che, se me discostavo, come ho già accennato, avvertivo immediatamente il suono di moneta falsa risuonare nel mucchio del tesoro che stavo dissotterrando e sentivo che dovevo scavare più a fondo per recuperare l’oro più puro. Sia i morti, tutti presenti in me compiutamente, sia i vivi, lontani più che mai, eppure vicinissimi nella mia mente, impregnano con forza le mie carni: sono impastata delle loro sostanze e non posso staccarmeli di dosso senza ferirmi gravemente.

Ti consideri un critico letterario militante?

Per trentacinque anni ho collaborato in qualità di critico letterario alla rivista accademica “Esperienze letterarie” e al sito “Italinemo” dell’Università La Sapienza di Roma, occupandomi della letteratura italiana degli ultimi due secoli con escursioni anche nei secoli precedenti, nel tentativo di dare un contributo alla ricerca intellettuale e culturale. Se per “critica militante” si intende favorire gli studi letterari senza trascurare alcun aspetto della letteratura nelle sue varie manifestazioni, allora ritengo di essere stata un critico militante, ovvero una studiosa che ha lottato perché la deriva a cui sembrano destinati tali studi si arresti ed essi tornino ad essere centrali per la crescita umana e culturale delle persone.

In quale modo affronteresti una recensione del tuo romanzo?

Diversi sono stati i giudizi critici sul mio romanzo, ma se dovessi affrontarne la recensione ripeterei quanto ho scritto nella controcopertina di Casa di morti ovvero che è un romanzo mito-biografico, perché si tratta di una biografia, più che romanzata, mitizzata, dell’autrice stessa, la quale riassume in sé un’antichissima schiatta, austera, dignitosa, profondamente fiera dei propri valori, tra i quali spicca primario quello della cultura. La lotta secolare per emanciparsi è passata proprio attraverso la scuola, lo studio, la lettura e la scrittura, valori ai quali la famiglia dell’autrice ed essa stessa hanno sempre creduto e che hanno a lungo perseguito, fino ad arrivare al momento attuale, forse il migliore dell’intera loro storia, nonostante la decadenza del mondo, che assiste al proprio sfacelo senza pressoché alcuna reazione. La denuncia del crollo della società e della Storia del Villaggio è il vero cuore del romanzo, che ripercorre, come esemplare della storia di tante altre famiglie, la storia degli ultimi due secoli della propria, tra Ottocento e Novecento, con l’intento di salvare dall’oblio la vita degli esclusi, dei negletti, di coloro che non hanno storia e non hanno parola, che si dibattono nei brevi giorni della loro esistenza e poi si addormentano nel sonno perenne della dimenticanza, quasi non fossero mai venuti al mondo. Il romanzo si compone di due parti: nella prima si rievocano gli ultimi due secoli della storia della Sardegna e della stirpe dei nobili decaduti Barones e dei Farjas, i parenti poveri, nelle persone e nelle vicende degli antenati più prossimi della narratrice. Nella seconda, come in una ideale galleria di ritratti, sfilano i personaggi che hanno compiuto la meravigliosa e generosa opera di donazione di sé, per permettere alla stirpe di perpetuarsi, affidando all’Estrema Discendente, l’ultima della stirpe dei Farjas, anche grazie alla memoria orale degli antichi cantori della famiglia, il compito di narrarne le vicende, attraverso la scrittura. La conclusione è inconclusa, come la vita stessa, che prosegue oltre l’umana esistenza, senza fine…

Tra le tue attività c’è l’organizzazione di eventi legati alla poesia, come vanno? I poeti amano incontrarsi e partecipare?

Per circa vent’anni ho organizzato tre manifestazioni poetiche, ossia la Maratona dei Poeti, a cadenza mensile, in cui numerosi poeti senza soluzione di continuità si riunivano per leggere le proprie poesie su un tema specifico, in genere civile; il Leopardi’s Day, a cadenza annuale, nella ricorrenza della nascita di Giacomo Leopardi: e l’Isola dei Poeti presso l’Isola Tiberina, a cadenza ugualmente annuale tra giugno e luglio, allo scopo di presentare in diverse serate i più noti poeti italiani e stranieri, come anche i migliori esordienti. La partecipazione è sempre stata molto alta perché a Roma non ci sono tante occasioni di leggere i propri testi e di farsi conoscere, di diffondere la propria poesia, stante anche l’estrema difficoltà di pubblicare, se non con tipografi che si spacciano per editori e si fanno pagare per stampare libretti che non vengono neppure distribuiti.

Ritieni che fiaba, poesia e mito facciano parte dello stesso mondo della cronaca e della realtà oppure sono solo una metafora per raccontarla?

Ritengo decisamente che fiaba, poesia e mito siano sublimi metafore del reale, il quale potrebbe essere raccontato nella sua essenza di verità, ma diviene ancora più attraente se metamorfizzato sotto archetipi e paradigmi, stranianti forse, eppure capaci di coglierne i più diversi aspetti. La ricchezza della realtà è tale che risulta impossibile fermarla secondo un’unica visuale o uno schema fisso, mentre la cangiante bellezza o al contrario distonia del tutto diventa ancora più attraente se travisata in forme multiple.

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