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Il giorno del possibile a dio

Io sono stato un bambino buono. Tutti i miei parenti, maestra, amici e chi più ne ha più ne metta, dicevano in coro: “Quanto è buono”. Il perché? Non lo so, questa cosa a me è sconosciuta, il bello è che anch’io, di conseguenza, mi sono infilato nella parte, quella del buono dico, con tutto me stesso. Esempio? Ero l’angelo della scuola, cazzo ruolo difficile, magari mi sarebbe piaciuto essere un diavoletto. NO BUONO.

Io invece credo di essere stato un bambino un po’ complicato, solitario e come si usa dire: ipersensibile.

Ora voi mi dovete dire una cosa: ma se le vostre mamme dopo la scuola non vi avessero mandato in cortile a giocare con i vostri amici perché c’era da fare il riposino, vi sareste incazzati?

Voi direste: sì certamente.

Io no, mi mettevo buono con il naso spiaccicato sul vetro della finestra appannata dal mio triste respiro e con le mani aperte altezza viso pronte ad asciugare le lacrime annunciate da una bocca serrata e tremolante.

Sì, non ero normale.

Ora vi racconto una storia che forse vi farà capire un po’ di più sul mio essere buono.

Maggio del 1965, mese Mariano, dedicato alla Madonna per chi non lo sapesse, e anche il mese della preparazione alle comunioni.

Quindi doppio impegno: rosario e catechismo quasi tutti i giorni.

Mio padre, chiaramente, futuro diacono laico, era il capo dei catechisti, ma in effetti non esisteva disciplina cristiana, della quale i miei genitori, non facessero parte: dama di San Vincenzo, venditrice fuori la chiesa della famosa rivista Famiglia Cristiana, portatrice di buone parole ai carcerati, poveri, malati. E così come lei mio padre, tolta per ovvi motivi dama di San Vincenzo.

Quindi potete immaginare la mia vita come poteva essere, e soprattutto, particolare fondamentale, cosa non potevo dire: parolacce, tiè al massimo cretino.

Tre volte a settimana alle 5 di sera, c’era il catechismo, un momento per i miei amici per stare ancora più insieme divertirsi e soprattutto fare caciara.

Secondo voi chi poteva essere l’unico seduto composto con il suo bel librettino con sopra scritte le regole per diventare un buon seguace di Gesù?

Tra le altre cose il giovane e bastardo catechista che ci insegnava i dogma, la grande verità, dopo la lezione veniva a casa nostra, come tutti gli altri catechisti, a fare rapporto al grande capo: “Mauro non sa niente, Mario neppure”, insomma tutti somari, ma la cosa importante era: “E Ciccio?”, cioè io, silenzio imbarazzante, quasi tombale.

“Pietro”, la voce era quella drammatica da maestri di vita, “tuo figlio non sa il Credo.”

M’hai detto cazzi!!!

Il Credo, si sa, è difficile, da sempre, dai su un po’ di comprensione, siamo dei bambini cazzo.

Mio padre no, niente compassione, non mi parlò per giorni.

Si avvicina il dramma

A pochi giorni dal rito della confessione, chiesi a mia sorella se poteva prestarmi i pattini, quelli che gli aveva portato babbo natale, ora che ci penso in effetti babbo natale i regali li portava solo a lei, boh forse c’entrava qualcosa il fatto che era la preferita di mio padre? Mah!!!

Lei: “Sì Duccè, sono sul palchettone, prendi anche la chiavetta per i bulloni, magari ti staranno un po’ lunghi.”

Andai giù nel cortile, felice, chiaramente ero solo, chissà gli altri in quale meravigliosa avventura erano impegnati, poco male avevo i miei bellissimi pattini.

Mia sorella Grazia aveva ragione: erano un po’ lunghi. Iniziai a smanettare con la chiavetta per provare ad accorciarli ma questa mi sfuggì di mano e con un dlenghete dlenghete infinito andò ad infilarsi tra le grate della fogna fino a caderci dentro.

La mia disperazione si tramutò in un noooo e in un qualcosa che io non avevo mai detto. Porca troja penserete voi, no di più.

Cosa allora non ci fare stare sulle spine.

Visto che era il mese Mariano la mia prima ed unica bestemmia la dedicai a lei, alla Madonna.

Stravolto e travolto da quello che avevo detto, pensai subito al peccato mortale che avevo commesso e al modo con il quale me ne sarei potuto e dovuto liberare. Sì la confessione era vicina. Bene pensai quello sarà il modo, anche se un piccolo senso di colpa iniziava ad affacciarsi.

Cattivi

Sottotitolo: bastardi

Il giorno prima della confessione, tutti i comunicandi, quindi compreso me, ci ritrovammo seduti sui banchi della navata della chiesa senza saperne il perché.

Di fronte a noi uno di quei piccoli teli per vedere un filmino in super otto. Eravamo tutti convinti che per sollevarci un po’ dalla tensione che avevamo addosso, ci avrebbero fatto vedere un cartone animato o al limite, come al solito la storia della Madonna di Lourdes.

Appena partì il rumore rotolante del proiettore, in primo piano sullo schermo apparve un ragazzo che una voce cupa e un po’ inquietante, diceva che si trattava di un giovane francese che il giorno della sua prima comunione mentre prendeva il Corpo di Cristo, improvvisamente sentì un rumore di vetri infranti, si girò e guardando in alto, vide che da una delle vetrate color porpora della Sainte-chapelle a Parigi, era entrato come un raggio, una saetta che andò a conficcarsi nella fronte del povero ragazzo, facendolo morire.

Terrorizzati e con gli occhi spalancati, tutti ci chiedemmo il perché.

La risposta ce la diede la voce demoniaca: non aveva confessato una bestemmia e Dio giustamente lo aveva punito.

Con il cuore tremante e il pianto in gola, rimasi paralizzato. No dai cazzo non potete farmi questo, gli anni di piombo a confronto, no non potevo ancora saperlo e fare un giusto confronto. Ma quello che mi stavano facendo i preti, era sicuramente più grave.

Papà

Finalmente arrivò il momento in cui avrei potuto liberarmi di quel grande peso che avevo sulla coscienza senza sapere tra l’altro cosa fosse una coscienza: era arrivato il tanto sospirato giorno della confessione.

Scesi le scale del palazzo due a due fischiettando. Quando arrivai giù, al portone, c’era lui, mio padre. “Ciccio oggi è un giorno importante,” mi disse camminando tenendomi per mano, che tra l’altro era la prima volta che lo faceva, (ma questa è un’altra storia), “ed è per questo che papà ha deciso di farti confessare da un sacerdote amico mio che sta in un’altra chiesa, sei contento?”.

Cazzoooo ma dai ma come faccio a dire a un cazzo di prete del cazzo amico di mio padre che ho bestemmiato, quello glielo dice subito e lui mi ammazza in un attimo. Questo era lo scenario apocalittico che si presentava nella mia testa e sorridendo a mio padre improvvisamente non mi sentii più così buono. Avevo deciso che non glielo avrei mai confessato. E annatevene affanculo.

Nonno

Per fare contento mio nonno, Salvatore, i miei decisero che la mia prima comunione la dovevo fare nella chiesa del suo paese, e te pare mai na gioia, S. Maria de Paliano.

C’era però un piccolo ostacolo da superare, il parroco doveva farmi delle domande del tipo: dov’è Gesù, cos’è la santissima Trinità e compagnia cantando.

Mi domandò solo una preghiera. Sì lo avete già intuito, mi chiese il Credo. Cazzo una congiura.

Non ci fu nessuna risposta da parte mia, certo non la sapevo e appena vidi mio nonno portare la mano alla cintura, scappai via come un razzo, infilandomi sotto una macchina. Mi difese zi prete imputando il mio silenzio all’emozione e tutti si fecero una grossa risata. La comunione si poteva fare.

Il giorno del possibile addio

Solo con il mio vestitino da gelataro, giacca bianca e pantaloni neri, e con un giglio in mano, mi ritrovai nella grande chiesa paesana con un unico pensiero: vedere se c’erano delle vetrate. Ahimè ce n’erano e pure tante Dio aveva solo l’imbarazzo della scelta. Iniziai a chiedere perdono a tutti, a mia madre che stavo deludendo perché non ero più quel bambino buono che lei conosceva, al mio papà, fratelli, zii e l’unica cosa che desideravo in quel momento era: “se devo proprio morire, Gesù, puoi portarmi a Villa Gordiani dove sono i miei amici così li saluto?”.

Ma non accadde niente, nessuna saetta ammazza bambini, forse Dio aveva altro da fare che pensare a un piccolo peccatore, anche se lo ammetto il peccato era grave.

Sembra finita, finalmente, invece no

Dopo la mia non morte, tutti felici a mangiare al ristorante di un fratello di mio nonno, e per chiudere con i parenti, me ne stavo tranquillo a giocare con i miei cugini quando dal vicino uliveto che per me era una foresta, mi si fece incontro un vecchino e fermandosi a un passo da me mi chiese con voce tremolante: “Sei tu che hai fatto la comunione oggi?”. Io un po’ timoroso risposi di sì. “Ah bene”, fece lui con un sorriso beffardo, “ti dispiacerebbe venire con me?”

Io guardai la mamma sicuro che mi avrebbe protetto ed invece mi fece un cenno con la testa molto eloquente: “Vai vai che mo sono affari tuoi”.

Mi trovai costretto a seguirlo nella pseudo foresta.

Il vecchino procedeva a passo lento e per me non poteva essere che Gesù in persona il quale d’accordo con mia madre mi era venuto a prendere.

La mia ultima camminata finì davanti una casetta di legno. Gesù quasi senza toccarla aprì l’unica porta che c’era e la poca luce che filtrava all’interno, illuminava una botola sul pavimento. No cazzo non era Gesù ma Lucifero che aperta la botola mi avrebbe gettato giù all’inferno e senza passare dal via.

Io ormai, non sapendo cosa fosse la morte, mi vedevo bruciare tra le fiamme, in eterno.

Il vecchino si avvicinò a un tavolo sul quale c’era un vasetto con dentro un mazzetto di fiori di campo. Lui allungò una mano, li prese e con gentilezza e un gran sorriso, me li porse dicendo: “Auguri”.

Non so in quanto tempo tornai da mia madre con quei fiori in mano ma con una certezza, questo sì: potevo impara’ er credo, di du bugie ar prete amico de mi padre, evita’ le botte de mi nonno perfino la saetta, ma il vecchio transformer no quello non potevo più incontrarlo. Quindi crollò il mito della mia storica bontà e decisi: non avrei mai più fatto la comunione.

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