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Papille: Capitolo 11 – Lampare

Papille, il seguitissimo critico gastronomico fuori dagli schemi, amato dal popolo e temuto dai più grandi chef, perde l’uso della lingua e del gusto per la vendetta di uno chef stellato.

Puntate precedenti

Capitolo 1 – Panace di Mantegazza

Capitolo 2 – Cappio

Capitolo 3 – Ferite

Capitolo 4 – Mignon vegani, alici, cacao e melanzana

Capitolo 5 – Strazzata lucana

Capitolo 6 – Pomodoro Ciettaicale

Capitolo 7 – Battuto d’occhio

Capitolo 8 – Sardine

Capitolo 9 – Zuppa di pipistrello

Capitolo 10 – Tramezzino pollo e insalata all’obitorio

Capitolo 11

Lampare

Hanno corso per almeno due chilometri, voltandosi di tanto in tanto per sincerarsi non ci fosse nessuno.

E fin lì, nessuna macchina o mezzo si è affacciato sulla strada illuminata a giorno da stelle fitte, una vicino all’altra, come le lampare in un mare notturno.

Non si sono ancora rivolti parola, sia per l’affaticamento che per l’imbarazzo.

Dietro di loro, un mezzo pesante spara gli abbaglianti. Lo guardano. Non capiscono modello o marca per via della luce forte sparata nel buio circostante. Subito si scostano sul ciglio della strada, dove qualche sterpaglia cresce libera. È troppo bassa per nascondersi.

Lo faccio fermare, pensa Papille. Mi metto in mezzo alla strada e inizio a sbraitare e si fermerà. Mica mi metterà sotto. E se sono gli albanesi? Meglio nascondersi. Aspettare che passi, cercare di capire di chi si tratta e poi magari inseguirlo strillando.

Però, forse, è meglio mantenere un profilo basso. Fingere solo di camminare come fossimo una coppia. Sfilerà via. Non possono essere gli albanesi ormai, abbiamo camminato troppo.

La donna lo prende per mano e lo tira a sé. Papille sente le sue mani callose e dure, prive di femminilità. I fari si avvicinano.

Lei lo tira con forza.

– La grossa pietra laggiù, vieni con me – dice.

Passerà, pensa. Continuerà la sua strada dritto senza considerarci.

I fari sono ora pochi metri dietro di loro. Illuminano a giorno un semicerchio di un paio di metri. Papille è immobile. La donna stringe la mano con più forza. Li raggiungono. È un camion vecchio. Non riesce a vedere il guidatore.

Il mezzo rallenta. Papille ha i muscoli tesi, la mano stringe quella della donna e la tira dietro di sé.

Un’ombra da dentro il camion si sporge, ingrana la marcia e poi sfila via.

La strada torna silenziosa. Papille allenta la presa della mano.

Non erano gli albanesi. O forse era qualcuno mandato apposta per conoscere la loro direzione.

Con il silenzio nuovo l’aria risulta più torbida. Ai lati della strada il terreno è arido, vivo solo nelle chiazze di Ginepro e Hibiscus. Le piante si alternano a grosse rocce frastagliate. In qualsiasi direzione guardi, non si vedono case o fabbriche.

È la donna che ha suggerito di imboccare la piccola strada alternativa piuttosto che la SS96bis.

– È andata. Conosco questa zona. Devi fidarti di me, questa strada è meglio. Se ti dico di seguirmi devi seguirmi – tira un sospiro di sollievo.

– Ok, va ene

– Ma come parli? – Chiede la donna sorridendo con denti piccoli e ambrati.

– U icidete.

– Un incidente. Sicuro. Ti hanno ridotto proprio male.

Papille estrae dalla tasca l’agenda rubata dalla scrivania prima della fuga.

Ci sono pochi numeri e nomi, legge illuminato da un vecchio lampione sul ciglio della strada, poi nota qualche appunto. La prima pagina porta il nome di Rosa Sarpi. La donna che cerca deve essere la proprietaria dell’agendina. Mentre camminano Papille sfoglia ogni pagina. Alla lettera “c”, sotto il nome Fabio Carletti, dopo l’indirizzo Viale del Giglio 25 e ancora dopo il telefono ricalcato due volte con la penna nera 335790856, c’era scritto “revisore conti voluto da Mauro.”

Sagripanti. Mauro Sagripanti.

– Cosa leggi? – Chiede.

– Pecchè fai quescto lavoo? – Risponde Papille riponendo l’agenda.

– Perché faccio questo lavoro? Perché facevo questo lavoro, direi.

La donna parla un ottimo italiano. Pensa Papille. Ma è straniera. Scivola su alcuni accenti in maniera evidente.

– Invece di fare domande, dovresti pulirti la bocca, sai?

Il morso all’albanese. Dalla fuga fuori dal campo lo aveva rimosso.

Tira i muscoli del viso come cavalli da trattenere per non perdere l’equilibrio. Un conato. Si ferma. Si accascia. Un altro conato ma di vomito neanche l’ombra.

Le tempie iniziano a spingere. I palmi delle mani si bagnano. Ricorda ogni cosa che ha mangiato con gusto. Insetti, larve, interiora. Le labbra si seccano appiccicate l’una all’altra. I ricordi lo calmano. Deglutisce, la saliva scorre giù nella trachea rinsecchita, ruvida. La nausea rientra. Tutto il corpo coinvolto si distende. Le gambe diventano morbide, molli, Papille si siede a terra.

– Stai bene? Le mani ruvide della donna gli accarezzano il collo mentre si rialza. Lui ritrae i muscoli, ma lei non se ne accorge.

– Sci gasie

– Ne ho visti tanti come te. Messi male dico. Ma nessuno, nessuno mai mi ha difeso come hai fatto tu con quella bestia.

Papille abbassa lo sguardo, poi la guarda. Ha gli occhi sottili, brillanti e grati fissi su di lui.

La immagina vivere in quel degrado stipata in una casa condivisa con altri braccianti. Uomini o donne che siano. Uomini che magari la sera sono allupati e se alzano il gomito se la violentano a piacimento. Gli sembra di vederla, costretta al minimo della resistenza a cedere dopo dodici ore di lavoro. Stanca e sfatta. Raggomitolata mentre cerca dentro di sé un po’ di piacere. Trovandosi però inchiodata in quel corpo, piena di vergogna.

Ma in fondo quello è l’unico svago reale che può concedersi. Eccola poi stremata, chinarsi sulla terra sotto il sole ogni mattina. Tutto per una paga infima.

Una lieve brezza d’aria fresca accarezza il volto a entrambi.

– Ho una sorella a Matera. Non la vedo da cinque anni, andrò lì. Mi ha buttato fuori di casa cinque anni fa. Te lo dico subito. Per arrotondare scopavo e poi sono finita in un giro brutto, ma lei neanche lo sapeva. Era gelosa. Il marito mi voleva scopare, se ne sarebbe accorta anche una cieca. Non l’ho mai più rivista.

– Usi bee l’iaiano.

– Sono nata e cresciuta qui. Mia madre era rumena, mio padre italiano – respira più a fondo, come se necessitasse di più aria nei polmoni per ricordare, – qui queste condizioni sono comuni. E tu comunque non hai visto la signora Rosa. Lei è il demonio, lei mi ha portato qui a lavorare da quel giro brutto che ti dicevo.

Guarda altrove, non guarda quasi mai Papille negli occhi. Si sistema i capelli.

Rosa Sarpi, pensa. È lei.

– E ove vive queta Osa?

– Fa avanti e indietro, sicuro a Tolve ha una casa. Mi hanno portata lì un paio di volte.

L’agenda è della Sarpi che ha casa a Tolve, l’appunto per il contatto con Sagripanti porta a Matera. Andare ora dalla Sarpi è troppo presto. Deve avere documenti utili per incastrarla.

– Aiamo insieme a Maea.

– Posso vedere la tua lingua? – Chiede la ragazza

Papille muove la testa. Apre la bocca.

Il moncone è lì, bozzi e cicatrici. Ancora gonfio. A bocca aperta chiede:

– Oe i iami?

– Linda!

Papille sente lo sguardo sulla lingua. La muove. Non sembra turbata.

– Sei messo male. Ma ho visto di peggio.

Papille resta in silenzio.

  Tu cosa facevi prima di finire in questo buco di culo del mondo?

– I ava iatti.

– Il lava piatti. Capito.

Camminano in silenzio. Linda ha un passo lento, stanco.

Papille accelera, poi rallenta. La guarda. Pensa che non ha mai tenuto per mano una donna se non la sua tutrice legale dopo la morte del padre.

Continua…

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