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Il cottage di John Keats

Faccio scorrere le immagini del cottage dove John Keats ha scritto le odi più famose, vette dell’arte poetica, per scoprire l’albero sotto il quale ha composto l’Ode all’Usignolo, nella primavera del 1819, nel giardino nascosto dalla siepe, in una densa atmosfera di sogno. Un mattino prende la sedia dal tavolo dove abitualmente fa colazione e la posa sul tappetto erboso, sotto il susino. Siede là per ore con i fogli in mano. Quando rientra, Charles Armitage Brown lo vede gettare quei fogli come carta inutile dietro alcuni libri. E con difficoltà cerca di riordinare le stanze dell’ode.

Le ore del giorno scorrono “simili alla lacrima d’un angelo, che nel chiaro etere cade silente”. Si trova sulla collina di Hampstead, quartiere residenziale a nord ovest di Londra, nel cottage che ha preso in affitto con l’amico fraterno Brown per cinque sterline al mese, circondato dalla dolce campagna. Anche quando la stagione è rigida, non sente l’aria fredda e aspra, come in un’arcadia dove si diffonde un idillio e ogni cosa è trasfigurata nell’indolenza contemplativa. Nella sua estasi, un semplice fiore è una meravigliosa pittura.

“Tutto preso come sono dall’amicizia che in una piccola villa ho trovato”.

La sua sensibilità acutissima e il temperamento sottile sono equilibrati da un istintivo bisogno di perfezione, da un ingegno precocissimo e da uno straordinario senso della classicità. Tra i quattordici e i quindici anni ha già tradotto l’Eneide in prosa. Questo giovane portentoso ha un modo tutto suo di guardare all’esistenza, di assorbire la realtà, bellezza amore e morte sono i tre poli della sua vita, la sua più pura essenza.

L’appartamento a fianco del cottage di Hampstead, che si compone di due unità abitative indipendenti, viene occupato dalla vedova Frances Brawne e dai suoi tre figli, tra i quali Fanny, diciottenne.

Fanny si affaccia sul balcone, sosta davanti ai vetri della finestra di Keats che, rapito e ispirato dalla bellezza di lei, aggiunge calde note alle sue elegie, nella pura essenza del canto. Le scrive: “Farai una bella passeggiata oggi. Io ti vedrò passare. Ti seguirò con lo sguardo fino a Heath. Vieni alla finestra per un momento quando avrai letto questo biglietto”.

Per l’aggravarsi della tubercolosi trascorre rinchiuso nella camera solitaria gran parte della giornata, roso dalla gelosia che gli causa la condotta di Fanny che si deve accontentare di ammirare da lontano. Lo consolano i biglietti che lei gli scrive, e che nasconde gelosamente come amuleti, anche solo un semplice: buonanotte.

In una tragica notte del 1820, guardando alla luce di una candela uno sputo sanguigno, ha la chiara consapevolezza della fine. I dottori gli consigliano di partire per l’Italia per beneficiare di un clima più mite. Ma Keats si sta già lentamente spegnendo. Il poeta, massimo cultore della bellezza, muore a Roma l’anno dopo a soli venticinque anni.

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