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Papille Capitolo 9 – Zuppa di pipistrello

Papille, il seguitissimo critico gastronomico fuori dagli schemi, amato dal popolo e temuto dai più grandi chef, perde l’uso della lingua e del gusto per la vendetta di uno chef stellato.

Puntate precedenti

Capitolo 1 – Panace di Mantegazza

Capitolo 2 – Cappio

Capitolo 3 – Ferite

Capitolo 4 – Mignon vegani, alici, cacao e melanzana

Capitolo 5 – Strazzata lucana

Capitolo 6 – Pomodoro Ciettaicale

Capitolo 7 – Battuto d’occhio

Capitolo 8 – Sardine

Capitolo 9

Zuppa di pipistrello

@doedeepfood scrive: Funziona così. Come le matriosche. Conosci le matriosche? Sono bambole in legno russe disegnate a mano. Ne apri una e dentro ce ne è un’altra poco più piccola, ne apri un’altra e dentro ce ne è un’altra ancora più piccola fino all’ultima che è tutta intera. Mentre le apri, hai la sensazione non finiscano mai. La bambola più grande che le contiene tutte è la madre, la più piccola che non contiene nessuno è il seme. La società che dirige un campo con illeciti è il seme, e questa è la madre. Non è stato facile trovarla, per questo costa. Ti invierò il file dopo il trasferimento del resto di bitcoin pattuito. Ma devi trovare l’originale se vuoi fartene qualcosa.

Papille risponde al messaggio con un ok.

Alza la tazza del tè, beve un sorso. È un tè indiano alla curcuma e fiori d’arancio, dice l’etichetta sul retro del sacchetto. Chiude gli occhi. Non riconosce alcun sapore. Il liquido gli scalda il palato senza traccia di gusto. Pasteggia come se fosse vino. Cerca un sentore, un aroma, ma non sente altro che acqua, semplice acqua. Appoggia la tazza sopra al libro di Pellegrino Artusi.

Nota la copertina. Si rivolterà nella tomba Pellegrino al pensiero della deriva modaiola in cui galleggia il cibo oggi, pensa accarezzando il nome scritto sopra al titolo.

I critici gastronomici proliferano. Prolificano gli chef, i pasticceri, i gelatieri, i creativi, i designer del cibo, i fotografi del cibo, i blogger, gli agenti degli chef prolificano, i manager del cibo, gli imprenditori del settore, i video tutorial sul cibo, le guide, i premi, le stelle, i gamberi prolificano, i libri, gli influencer del cibo prolificano.

Ero al di sopra di tutto questo. Ero prossimo alla leggenda, più di te caro Artusi. Pensa Papille rivolgendosi all’autore. Parlavo al popolo, non ad un’élite. Volevo restituire al cibo il suo valore primordiale, dando a tutti la possibilità di viverlo. Pellegrino caro. E uno Chef sopravvalutato come Sagripanti mi ha tolto tutto. Tutto.

Stringe i pugni. Effettua il trasferimento dei bitcoin con un click. Si prepara al download della documentazione condivisa dall’anonimo intercettato nel deepweb dopo mesi di ricerche e matriosche.

Il documento risulta giallastro sullo schermo. In basso la data è di almeno dieci anni prima. La stampante lo espelle con un sibilo. Le parti pre compilate sono quelle di un tipico atto notarile di proprietà. Il timbro è sbiadito. Papille scende subito con il dito alla fine del foglio, alla firma opacizzata dal tempo.

S a g r i p a n t i. La sigla per quanto logora è riconoscibile. Poi c’è il nome del notaio e quello della società. Il polpastrello si scalda per via del movimento.

Dalla RS S.r.l. la società proprietaria del campo di pomodori in Basilicata in cui si sospettano forme di caporalato fino a questa “madre”, Sagripanti non è mai comparso. E ora eccotelo qui, unico proprietario della Foodraw S.r.l., la “madre”. La prova.

La copia originale si trova senza dubbio al campo in Basilicata. Pensa Papille.

Apre la bocca. Si tocca la lingua con i polpastrelli come se dovesse togliere una scheggia di vetro. Sente le piaghe che iniziano a cicatrizzarsi. Sorseggia un altro goccio di tè prima di alzarsi e rovesciarlo nel lavandino. Quel giorno, non avrebbe potuto immaginare fin dove sarebbe arrivato pochi mesi dopo.

Nella casupola di legno, Papille trema. Del sangue gli scivola dalla tempia fino al naso, bagna la bocca e gocciola a terra. Ha la vista sfocata, non sente il sapore mentre i denti gli si colorano di rosso scuro come un pomodoro maturo. Intravede la scrivania con i documenti. Tutto intorno, appannate dalla vista non ancora nitida, le assi di legno delle pareti gli appaiono puntellate di aloni opachi di luce. La scrivania è lì. Tra quelle scartoffie deve esserci l’originale della “madre”. Pensa Papille. Si gratta il viso per asciugarsi il sangue che inizia a seccarsi intorno all’occhio. La tempia pulsa e lui non ricorda quanto tempo sia passato dalla bastonata dell’albanese. A fatica si alza, la scrivania dista non più di un paio di metri. Pensa a quella donna maltrattata.

Uno, due, tre passi è lì per raggiungere la scrivania quando la gamba tira nel verso opposto sollevando un rumore di ferraglia.

Legata a un picchetto saldato a terra parte una catena di ferro fino a un anello di ferro che gli cinge la caviglia. Papille tira con forza ma il picchetto non si muove.

Distende il braccio. I muscoli tirano, la catena lo costringe a far volteggiare la mano nel vuoto. Tira con maggiore forza ma guadagna non più di qualche millimetro. Il ferro scaldato dalla pelle all’altezza della caviglia spinge sulla carne. Papille decide di fermarsi. Si guarda intorno, le tracce di sangue di Mohoshin sono state cancellate. Dove era accasciato l’uomo il suolo sembra più lucido.

Le guance gli si arrossano per via dello sforzo. Si aggrappa al picchetto, lascia che il metallo solchi i palmi delle sue mani indurendolo. Il peso è tutto all’indietro ma il picchetto non si muove. L’albanese, pensa Papille, potrebbe tornare da un momento all’altro. Farsi trovare incatenato o rischiare di liberarsi e affrontarlo? Nell’indecisione, con gesti meccanici, entrambe le mani continuano a tirare con violenza. 

Non succede nulla. Abbandona l’idea di liberarsi dalla catena e scivola a terra seduto.

Passa del tempo. Minuti, ore. Papille ha il sangue ormai rappreso che gli copre fronte e parte della guancia. Inizia a credere lo lasceranno lì per giorni.

L’arrivo dell’albanese invece corrisponde con i primi, forti, crampi di fame uniti al mal di testa. La porta sbatte rimbalzando su uno scaffale inchiodato al muro.

– Pezo di merda.

Papille lo guarda.

– Pezo di merda. Cane di merda. Ora ti facio passare voglia di fare eroe.

Le mani di Papille tremano. Non di paura. Sono attraversate da un limpido desiderio di morte. Ricorda il primo incontro con quella forma di piacere. Fu davanti a una zuppa di pipistrello. Prelibatezza tipica della Micronesia che assaggiò sull’isola di Guam.

La zuppa, secondo la tradizione del luogo, è servita con un bollito di latte e foglie di cocco. Papille era insieme ad altre persone. Le zuppe a tavola erano quattro. Ricorda che dentro una di esse un pipistrello ancora in agonia muoveva le zampe. Si dimenava con le ultime forze nel tentativo di volare via.

– Può capitare – disse il cameriere.

Papille guardava le zuppe quando un commensale del luogo gli fece un cenno. Mimò con la bocca tre morsi indicando il pipistrello. La tradizione vuole sia l’ospite a curarsi, in questi casi, di dare il primo morso all’animale morente. È un segno di rispetto verso la cultura del posto e verso l’animale stesso ponendo fine alla sua sofferenza.

Le mani di Papille tremavano allora proprio come adesso che è a pochi metri dall’albanese; l’uomo si avvicina con il bastone. Ricorda lo stesso sudore freddo e il cuore impazzito celato da un’espressione impassibile.

Quando affondò i denti nella carne del pipistrello e gli tolse la vita, dentro di lui per un istante si sprigionò un moto di onnipotenza. Fu solo un barlume perché il piacere durò pochi secondi. Un’infinita pena per l’animale si posò come neve su quella scintilla divina, spegnendola. Ricorda la carne amara del grosso pipistrello, i suoi denti rompere gli ossicini dello sterno e il sapore ferroso delle interiora che gli si scioglievano in bocca con un sentore sapido di terra.

Adesso nessuna pena scivola silenziosa dal cielo dentro Papille. Nessun sapore si sprigiona nel suo palato mentre i denti si serrano sul collo dell’albanese e aprono una ferita a forma di sorriso appena pronunciato. Il sangue bagna i pantaloni dell’albanese e il volto di Papille. L’uomo agonizza, porta una mano al collo e con l’altra estrae dai pantaloni un grosso coltello. Papille stringe le mandibole con maggiore forza, finendo con brandelli di carne in bocca. Il dolore sopra una certa soglia blocca il cervello. L’albanese allenta i muscoli e il coltello cade a terra, lui si piega, in ginocchio. A Papille torna in mente l’ultimo riflesso muscolare di quel pipistrello mentre il muso annegava lento nel latte di cocco.

L’uomo si accascia a terra. La testa riversa dietro alle spalle, le gambe piegate di lato e le mani cingono con forza la ferita colorandosi di rosso.

Papille respira, ferma il tremolio delle mani. Asciuga il sudore e rovista nelle tasche dell’albanese.

Le chiavi. Trova le chiavi della catena e si libera. La caviglia torna a respirare, arrossata dall’anello. L’albanese a terra prova a gridare ma il risultato sono fiotti di sangue più scuro dal collo e un soffio dalla gola. Papille gira alla larga, di fretta sulla scrivania controlla i faldoni. Lancia per aria decine di fatture, bolle di accompagno, appunti. Del documento non c’è traccia.

Il seme. Il seme pensa Papille. Deve essere qui.

La porta si apre. Adriàn e Idlir entrano. Papille, sorpreso, resta immobile. Tutti e tre guardano il terzo albanese steso a terra in una pozza di sangue. Poi i due sulla porta guardano Papille. Lui arretra con il volto ricoperto di sangue.

CONTINUA…

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