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“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin (e/o)

In genere diffido dei best-seller ma nel caso di questo libro, consigliatomi da un amico fidato, ho voluto fare un’eccezione. Il primo impatto (ambientazione in un piccolo cimitero della Borgogna e spaccato di vita quotidiana della sua custode, donna di mezza età appassionata di giardinaggio, e dei suoi amici necrofori) potrebbe non sembrare dei più avvincenti. Eppure, fin dalle prime pagine ci si sente inspiegabilmente partecipi di questa realtà piuttosto singolare, popolata da personaggi che si fanno amare per la loro calda umanità, per la familiarità dei loro piccoli gesti quotidiani, per la loro umiltà e per il rispetto che mostrano nei confronti dei defunti. Si prova subito una forte empatia per Violette, la protagonista, che ci prende per mano per farci conoscere il suo orto, i suoi amici, i suoi animali (un cane e due gatti), le tombe di cui si prende cura e le storie dei defunti che vi riposano. Storie non solo tragiche, come quella di Diane de Vigneron, la prima sepolta nel cimitero, morta di parto a diciassette anni, o quella di Reine Ducha, morta a ventun anni per un incidente stradale, entrambe “dame bianche” che appaiono di tanto in tanto come fantasmi nel paese, ma anche bizzarre e perfino comiche come quella del marito e dell’amante (a sua volta sposato) della contessa de Darrieux, entrambi defunti, che da lei ricevono regolarmente fiori – piante grasse il primo e girasoli il secondo – senonché questi ultimi vengono con altrettanta regolarità gettati via dalla vedova tradita. Attraverso gli occhi di Violette vediamo che la morte non è solo una mietitrice inesorabile, ma anche una bizzarra rivelatrice delle contraddizioni del vivere, una cartina al tornasole della natura umana. Nel cimitero di Violette assistiamo al funerale deserto dell’odiata Marie Gaillard, presenziato dalla sola domestica, che vuole essere “sicura che la vecchia sia veramente morta”, come pure a quello affollato del dottor Guyennot, benemerito medico del paese, e a quello festoso e pieno di musica, di Marcel Gambini, giostraio che ha dedicato la vita a divertire il prossimo con il suo luna-park e con i ritmi del suo jazz gitano. “Mi piace ridere della morte,” dice Violette,” prenderla in giro. È il mio modo di esorcizzarla, così si dà meno arie.” È con questo spirito che si difende dalle tragedie che fin dalla nascita si sono abbattute sulla sua vita e delle quali ci mette al corrente poco per volta, spesso in modo indiretto e con tono sommesso. “Il mio presente è un dono del cielo”, dice ogni mattina aprendo gli occhi. “Sono stata molto infelice, addirittura annientata, … ma siccome l’infelicità non mi è mai piaciuta ho deciso che non sarebbe durata.” La sua vita procede lenta e operosa, nutrita da attente osservazioni, confortata da piccoli piaceri, sospesa in un eterno presente. La sua quotidianità è fatta di gesti ripetuti, di rituali, di piccole stranezze. “Non rientro negli schemi”, dice di se stessa. “Parlo da sola. Parlo ai morti, ai gatti, alle lucertole, ai fiori, a Dio (non sempre gentilmente). Parlo a me stessa, mi interrogo, mi chiamo, mi faccio coraggio.” A Brancion-en-Chalon, il paese della Borgogna dove abita e lavora, i pareri della gente si dividono. Alcuni diffidano di lei. Il suo lavoro, il suo abbigliarsi a lutto, la sua condizione di moglie abbandonata, la sua frequentazione assidua di becchini, la sua abitudine a parlare da sola la rendono ai loro occhi sospetta. Altri, un po’ per gli stessi motivi (mestiere ingrato, abbigliamento sobrio, solitudine) e un po’ per la sua gentilezza, la sua disponibilità e il suo spirito d’accoglienza la considerano con rispetto e simpatia, pur ammettendo che ha “un po’ la testa fra le nuvole”. Violette ha la strana abitudine di indossare due vestiti sovrapposti, uno classico e scuro, con cui si mostra agli altri e che chiama “inverno”, e un altro dai colori sgargianti, che scopre quand’è da sola e che chiama “estate”. Ha anche l’abitudine di annotare in un registro il contenuto delle orazioni funebri e altri dettagli dei funerali ai quali assiste. Stranezze queste che creano attorno a lei un’aura di mistero. Scopriremo un po’ per volta che gli eventi drammatici della sua vita sono in risonanza con i drammi e i destini di altre esistenze.  Violette conosce le storie di coloro che sono sepolti nel cimitero per aver ascoltato le confidenze dei loro cari o per aver letto le testimonianze scritte che hanno lasciato. Nel suo piccolo alloggio ha sempre una buona parola, un caffè caldo o un bicchierino di liquore per chi viene a farle visita. Frequentatori abituali sono i necrofori Gaston, Nono ed Elvis, gli addetti alle pompe funebri, il prete, ma anche i parenti dei defunti che hanno bisogno di parole di conforto o di piccoli favori come cambiare l’acqua ai fiori delle tombe quando sono in vacanza. “A Brancion ci sono due confessionali,” dice Violette parlando con il prete che viene a farle visita, “quello della chiesa e questa stanza.” Le confidenze che raccoglie si mescolano con i fantasmi del suo passato in una fitta trama di rimandi e di sottili corrispondenze che echeggiano attraverso i decenni. La sua storia è quella di una bambina abbandonata alla nascita, che sarà cresciuta da varie famiglie affidatarie e seguita da educatrici e assistenti sociali come “un problema da risolvere e non una persona”. Ancora adolescente si innamorerà di Philippe Toussaint, uomo egoista, ozioso e immaturo, che la sposerà e le darà una figlia, ma che la tradirà sistematicamente, lasciandola sempre più sola fino a sparire senza lasciare traccia di sé. Negli anni di convivenza col marito, che trascorrerà come custode di un passaggio a livello, sarà lei ad alzare e abbassare la sbarra negli orari prefissati, a occuparsi della casa, a crescere la figlia, mentre il marito passerà le giornate a vagabondare con la moto, a incontrare le amanti o a giocare a Nintendo, forte della certezza che la moglie non lo lascerà mai per la sua “paura matta di essere abbandonata”, che ha fin dalla nascita. Sulla vita coniugale incombe la figura dispotica e sprezzante della madre di Philippe, che ha sempre insegnato al figlio di diffidare di tutti e in particolar modo della moglie, da lei considerata come “una poco di buono, uno scarto, una debosciata”, in quanto figlia abbandonata, cresciuta senza una vera famiglia.

La vita di Violette, che scopriremo essere stata ulteriormente segnata da un evento tragico, avrà una svolta allorché un uomo venuto da Marsiglia, un certo Julien Seul, commissario di polizia, la aiuterà ad avere notizie del marito scomparso e le farà conoscere la storia di propria madre, Irène Fayolle, morta da due mesi, che aveva espresso la volontà testamentaria di far posare le proprie ceneri sulla tomba di un uomo, l’avvocato Gabriel Prudent, sepolto in quel cimitero. Da quel momento nei pensieri di Violette i ricordi della propria vita si intrecceranno con il racconto della storia d’amore di Gabriel e Irène, di cui quest’ultima ha lasciato testimonianza in un diario. Violette e Iréne, accomunate dalla passione per il giardinaggio, si erano già incontrate nel passato, come annotato nel diario di Iréne, senza però conoscersi. Dalle indagini di Julien emergeranno inoltre elementi nuovi che permetteranno a Violette di riconsiderare il proprio passato e di rivedere sotto una luce diversa le persone che ne sono state protagoniste in quella rete di destini che lega i vivi ai morti e che nasconde le proprie maglie per poi rivelarle, quando le rivela, troppo tardi.

Le vicende raccontate nel libro, drammatiche e spesso toccanti fino alle lacrime, paiono mitigate da un senso profondo di accettazione, da una superiore consapevolezza, che si esprime nel tono pacato e rassicurante della narrazione. “La vita è piena di dolore”, sembra dirci la protagonista, “la gente muore, si ammala, sparisce, ma va bene così”. Non c’è denuncia, non c’è ribellione. Non c’è neppure la facile consolazione di una fede o di uno sforzo della ragione. C’è invece il senso profondo della dignità umana, che emerge dalla figura di Violette, una donna umile, forte, capace di rialzarsi e di trovare nella dimensione degli affetti e delle piccole occupazioni di ogni giorno la propria umanità. C’è anche il tocco balsamico dell’ironia e dello humor, che ci fa sorridere, per esempio, delle goffe cadute di Gaston, delle battute di Nono o della doppia devozione, già citata, della contessa de Darrieux. Infine, c’è la musica, che ci accompagna per tutto il romanzo con Petite Marie di Francis Cabrel, citata sulle targhe funerarie, con Blue room di Chet Baker, cantata da Olivia sulla tomba dell’amatissimo fratello, con Avec les temps di Léo Ferré, cantata dal prete Cédric, con Minor swing di Django Reinhardt, suonata al funerale di Marcel Gambini, e così via. La musica ha una grande importanza nel libro. Ci accompagna costantemente nella lettura e ci dà quel senso del trascorrere del tempo, del suo stratificarsi nella mente, del suo condensarsi nelle pietre miliari dei ricordi, del suo risuonare al di là della morte in un’armonia di accordi che ci danno un’illusione di immortalità. Ed è quell’illusione che aiuta Violette (e noi tutti) a vivere il presente nonostante tutto.

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