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Amedea Pennacchi: “Ho sentito il bisogno di recuperare la ragazza di un tempo”

Un’immagine quasi da pop art del rivoluzionario cinese Mao con i bigodini tra i capelli decora la copertina del romanzo Molotov e bigodini, scritto da Amedea Pennacchi. Si tratta di una sorta di autobiografia, ironica ma nello stesso tempo realistica, in cui si racconta la storia della protagonista, che parte dalla sua famiglia numerosa nell’agro pontino per attraversare gli anni più infuocati del secolo scorso, attraverso spinte di emancipazione e lotte politiche, fino ad arrivare alla soglia del nuovo millennio, ancora di fronte ai cancelli di una fabbrica come un tempo, ma dall’altra parte. Dalla parte del padroni, come recita con spietata autoironia il titolo dell’ultimo capitolo. Femminismo, femminilità, ideali politici, avventure, passioni e amori formano la trama di una vicenda che si sviluppa con naturalezza sotto i nostri occhi e che – a molti lettori – riporterà alla mente episodi di un passato recente che sa ormai di storia. Mi è capitato di seguire questo romanzo mentre veniva scritto ed ecco che l’intervista all’autrice appare con piacere, come è ormai abitudine, sulla nostra rivista online.


Il titolo Molotov e bigodini indica per te qualcosa di stonato oppure sono due elementi che per qualche tempo nella storia che racconti sono andati insieme?

La storia è ambientata negli anni ’70. Il titolo allude alla chiave ironica con cui si possono leggere le vicende di quegli anni, al di là dei momenti di inquietudine e sofferenza che pure ci sono stati. Sono due simboli di un passato ambivalente, ricco di entusiasmi e di ingenuità giovanili. Del resto, allora le molotov venivano scagliate spesso e volentieri nelle manifestazioni di protesta, e a me qualche volta è stato chiesto di nasconderle in una borsa. Per quanto riguarda i bigodini, li vendevo nei vicoli napoletani per guadagnarmi da vivere. Ed eravamo in piena epoca femminista. L’immagine di Mao con i bigodini in testa è una libera  interpretazione  di mia figlia Giulia (la trovo veramente geniale).

La storia è piena di personaggi che sono balzati agli onori delle cronache dagli anni ’60 in poi, chi ricordi con maggior piacere?

Ricordo sicuramente con piacere Adriano Sofri, una persona di grande umanità e carisma, Renzo Pezza che non c’è più, Tide la sua compagna, e Carla Melazzini, anche lei scomparsa e poi Cesare Moreno e Guido Viale. Al di là delle nostre discussioni accese, ricordo anche con simpatia  Paolo Liguori. Provo ancora una forte nostalgia delle nostre scorribande a Pomigliano D’Arco. Infine, non posso non citare il mio primo marito, Antonino Russo,  che è stato per me un maestro di vita e il suo amico di allora,  Franco Piperno, che gli fece da testimone di nozze.

Qualcuno che invece ti è rimasto sul gozzo?

L’unico che mi è rimasto un po’ sul gozzo è Erri De Luca. Ho saputo, molto tempo dopo, che aveva espresso un giudizio sprezzante sulla mia nuova esperienza da manager, considerata una specie di tradimento di classe. Trovo il moralismo di certi esponenti della sinistra intellettuale insopportabile. Un moralismo che può portare perfino a giustificare la violenza contro i cantieri della Tav, opera a cui io sono invece favorevole,   mille volte favorevole.

Alla tua protagonista viene detto che deve andare a cogliere le rape. Che rapporto hai oggi con questo ortaggio?

Ho un ottimo rapporto con le rape. Ogni tanto riaffiora la rapa che è in me, ma per fortuna ho imparato a riconoscerla e ad amarla.

Hai una famiglia molto numerosa, che fa capolino nelle pagine del libro, com’è stato crescere insieme?

Sono fiera delle mie origini. Di essere nata e vissuta in una famiglia operaia dell’Agro pontino col suo grande spirito di sacrificio, i suoi valori forti di onestà e solidarietà, sempre protesa ad elevarsi culturalmente. In casa si mangiavano pane e libri. Certo, è stato anche molto difficile trovare la strada giusta in un ambiente segnato da una competizione sfrenata.  Essere l’ultima di sette figli ha comportato una grande paura di non farcela, ma anche una determinazione pazzesca. Che fatica! E poi, non dimentichiamo che da questa famiglia sono uscite persone di grande talento, a parte il fratello scrittore, Antonio Pennacchi, vincitore del Premio Strega 2010, c’è stato anche Gianni Pennacchi (scomparso nel 2009), giornalista alla Stampa e al Giornale e poi Laura Pennacchi, economista, che come Sottosegretaria al Tesoro ha lavorato con Carlo Azeglio Ciampi  nel Governo Prodi del 96-98.

A proposito di tuo fratello Antonio, pensavi a lui mentre scrivevi?

Dopo essere andata in pensione ho sentito il bisogno di recuperare la ragazza di un tempo. Mio fratello Antonio  è stato molto importante nella mia vita. Mi ha protetta e sostenuta sempre. Lui e mia  sorella Laura (eravamo i più piccoli) sono stati i miei modelli e idoli. Da piccola stavo sempre in mezzo a loro, morivo dal desiderio di imitarli.

Questa è anche una parabola unica: dalle rape alla lotta di classe e infine manager e in qualche modo “tagliatore di teste”, che significato ne trai?

È stata una bella vita, di cui non rinnego nulla. Avrei potuto perdermi e così non è stato. I valori della mia famiglia mi hanno accompagnato, sono stati come un faro per me. Sono altre le rivoluzioni che ho portato avanti. Ad esempio, sono molto fiera di aver fatto parte della squadra guidata da Mauro Moretti che ha risanato le Ferrovie negli anni dal 2006 al 2014. Una impresa straordinaria che nessuno credeva possibile.

È rimasto qualcosa dell’ideale politico, oggi?

È rimasto molto di quell’ideale politico. Nel mio lavoro ho sempre mantenuto un forte codice etico e rispetto per la persona che “sgobba” e produce. In quaranta anni di vita professionale gli anni più belli sono stati quelli al servizio dello sviluppo delle persone e del loro talento. Anche ora che sono in una condizione di libertà (lockdown a parte), mi dedico con passione ad attività di volontariato e sostegno alle donne nel loro sviluppo professionale.

Il femminismo militante, che compare nel libro, è stato una liberazione o una specie di nuova trappola?

Sono grata al femminismo di quegli anni. È stato uno strumento di emancipazione  sociale e di cambiamento della società (basta pensare alle battaglie per l’aborto, il divorzio ecc.). Anche l’autocoscienza è stato uno strumento  di consapevolezza e solidarietà. Oggi mi batto per la parità di genere e l’inclusione sociale come criteri distintivi di una società democratica. In Ferrovie ho sviluppato i temi della Diversity.

E gli uomini del romanzo (e della società italiana)? Alla fine sono rimasti gli stessi oppure sono cambiati anche loro?

Mi fa piacere pensare che gli uomini incontrati in quegli anni siano cambiati. Il primo  ad essere cambiato è sicuramente la persona che nel libro chiamo  Steve, mio attuale marito (Michele Magno). Dopo quaranta anni è ancora accanto a me, nonostante i non pochi momenti di crisi del nostro rapporto. Non ha mai ostacolato il mio desiderio di cambiamento. Non per caso abbiamo scelto di fare due figli, la cosa più importante  della nostra vita.

 

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