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Papille: Capitolo 6 – Pomodoro Ciettaicale

Papille, il seguitissimo critico gastronomico fuori dagli schemi, amato dal popolo e temuto dai più grandi chef, perde l’uso della lingua e del gusto per la vendetta di uno chef stellato.

Puntate precedenti

Capitolo 1 – Panace di Mantegazza

Capitolo 2 – Cappio

Capitolo 3 – Ferite

Capitolo 4 – Mignon vegani, alici, cacao e melanzana

Capitolo 5 – Strazzata lucana

Capitolo 6

Pomodoro Ciettaicale

Nico scrive: Tutto bene?

Papille scrive: Diciamo…

Nico scrive: Vedi se è davvero una buona idea. Ne hai fatti fallire a decine di Chef, con la penna o con i video. Ma così… così mai. E non hai la certezza Sagripanti sia realmente coinvolto.

Papille scrive: Direi che è tardi ormai 🙂

Nico scrive: No. Lo hanno assolto in primo grado, non significa che non lo condanneranno per quello che ti ha fatto. Poi per altre responsabilità, sarà la giustizia a verificare.

Papille scrive: Devo andare adesso, sono in macchina. Pagherà, stanne certo. Te l’ho detto prima di partire, non voglio più parlarne.

La vecchia Alfa Romeo imbocca un cancello che affaccia sulla fine del mondo. Ai lati c’è del filo spinato. Attraversato l’ingresso, l’orizzonte amplia la visuale fin giù al mare e al cielo dove le nuvole ingoiano la luna. La macchina sobbalza per un tratto di strada sterrata, si dirige verso una casupola che sbuca a poca distanza. Tutto intorno crescono distese di coltivazioni di pomodoro “Ciettaicale”. Lunghi stecchi affusolati come dita di scheletri sorreggono piante di pomodoro; ricoprono la vallata immobili in attesa della luce. Al buio Papille non riesce a distinguere molto oltre le ombre delle piante e le rotondità dei loro frutti. Pensa che se il terreno è quello giusto, quello intestato alla RS S.r.l., la società di Rosa Sarpi, i documenti che cerca devono essere in quella casa.

Nel silenzio che solo la campagna può sostenere, delle urla graffiano i timpani di Papille come lame.

Tra le grida, si sente un’altra voce: – Calmo, sta’ calmo!

– Io ospedale. Io ospedale!

Papille non parla, con il volto attaccato al finestrino sente le urla farsi più gravi.

– Ospedale! Ospedale!

La frenata dell’Alfa Romeo sul terriccio alza un polverone puntellato di sassolini che schizzano ovunque. I due albanesi scendono.

– Aspetta qui.

Papille annuisce, resta seduto, poi le portiere sbattono e la polvere intorno alla macchina si posa. La porta in legno si spalanca lasciando scivolare i due all’interno della casa.

Tuonano voci accorate che si mischiano alle grida dell’uomo sofferente; ora sono meno energiche, il tipo deve essere sfinito pensa Papille, decide di affacciarsi.

Pochi passi, leggeri. Si sporge dalla fessura della porta socchiusa.

La stanza è immersa nella penombra. Il colore del sangue è di un rubino grezzo striato di nero. La pozza è larga, densa se ne sta immobile sotto i piedi di un tipo che Papille riconosce per via della cicatrice sulla fronte. È l’uomo che guidava il camion sulla statale.

Indossa un paio di scarponcini, dei jeans scuri e una maglietta da cui esce uno strato di pancia gonfia di birra. Sdraiato su una barella, che altro non è che una trave bella spessa divelta, c’è un uomo, indiano immagina Papille, con un arto mutilato. Agita il mezzo braccio, poi lo lascia cadere come una bandiera ammainata. È avvolto all’altezza del gomito dentro strati di panni di cotone macchiati di rosso. L’uomo rantola, urla, affanna il respiro. A fatica alza il collo per guardare il nulla dopo la giuntura, poi si getta all’indietro. Sul comodino c’è il moncone, pallido, gommoso sta là con le dita rattrappite come a dire: – Mbè?

Il sangue è più scuro intorno al taglio, non zampilla e solo una garza copre la carne viva. Se l’avessero messo subito dentro al ghiaccio magari qualcosa si poteva fare in ospedale. Pensa Papille.

– Manica corta. – Dice il terzo uomo. Gli altri due ridono.

– Questo deficiente si è tagliato con sega eletrica. Lo abbiamo trovato per tera io e lui venti minuti fa. – Il terzo uomo indica l’albanese basso piombato in casa di Adriàn.

Papille intravede Adriàn respirare a fondo, come se cercasse nelle pause tra i respiri la soluzione. L’albanese guarda i due uomini, poi guarda l’indiano.

Il potere è sempre una questione di utilità pensa Papille. Chiunque può esercitare potere se possiede merce utile di scambio.

Quell’albanese gli suscita rabbia solo a guardarlo con quei lineamenti appuntiti e vuoti, quel piglio di chi comanda quattro disperati e tiene dentro più desolazione di un morto. Questo disgraziato può scegliere della vita di quel moribondo senza un braccio, con ottime probabilità anche dei due compaesani perché è lui a farli lavorare, si capisce, a dargli i soldi per campare. In cambio, loro gli delegano il potere. È la merce di scambio che quel tipo possiede l’ago della bilancia.

Papille spinge i pensieri su di sé. Ero rispettato soprattutto perché una mia recensione negativa avrebbe potuto distruggere il migliore degli Chef. Chissà se sono poi così diverso da questo tipo qui.

La casupola è tutta in legno. Vicino a un bagno improvvisato con due lamiere e un pisciatoio alla turca c’è un rotolo ingiallito di carta igienica. Poco più avanti un armadio con pile di documenti sovrasta una piccola scrivania su cui giace la carcassa di un vecchio PC.

– Nnoon poete l-lascarlo moire. – Interviene Papille sforzandosi. Sa che tornerà a parlare in modo normale, lo desidera contro ogni diagnosi.

– Come cazo parli? Fati cazi tuoi. Dovevi stare in macchina. Vieni qui e metti braccio in ghiaciaia.

Papille lancia un’occhiata alle file di documenti. I due albanesi spogliano l’indiano, lo lasciano in mutande e prendono il portafogli.

L’indiano, dopo aver emesso un rantolo, perde i sensi. I tre lo sollevano.

Papille li guarda.

– Tu prende braccio, prende braccio ho detto. La ghiaciaia porco cazo è vicino PC. Poi sali in machina.

Il volto di Papille resta impassibile, prova un indistinto livore verso questi tre uomini. Si muove verso il comodino. L’avambraccio è ancora tiepido e lo prende tra le mani. Prova a odorarlo senza dare nell’occhio, la pelle ha ancora un odore dolciastro, di curry. Prova ribrezzo all’idea dei piccoli capillari mozzati, delle vene recise, dell’osso segato da cui di certo è fuoriuscito il midollo. È il taglio a scuoterlo, non il braccio in sé. Quello sembra più il moncone preso dal set di un film horror.

La ghiacciaia è vicino ai documenti. È una vecchia ghiacciaia di quelle per picnic. Papille guarda il computer, i faldoni zeppi e pensa che un solo atto di proprietà non basta, come aveva detto Nico in un momento di disponibilità. Serve una connessione ufficiale, lampante, tra la RS S.r.l. di Rosa Sarpi e lo Chef Sergio Sagripanti. Ma prima ancora serve documentare lo scempio che avviene in silenzio su questa terra. Papille ricorda le informazioni reperite nel deep web; se fossero vere, questo posto sarebbe un inferno a cielo aperto.

È presto per agire. Pensa. Alcuni faldoni hanno titoli di fatture, altri solo numeri e altri ancora iniziali e null’altro. Papille si gratta la testa, pensa alla copertura costruita per settimane su Telegram in via anonima per ottenere il lavoro. È una copertura fragile, devo fare attenzione. Distoglie lo sguardo dai documenti e prende la ghiacciaia.

– Stronzo, hai fato? – La voce di Adriàn arriva dall’esterno.

Papille apre il contenitore. Cubetti di ghiaccio spigolosi giacciono sul fondo della ghiacciaia, prende il braccio, lo infila dentro e chiude tutto.

Ormai è notte. La macchina sfreccia di nuovo tra le strade brulle frastagliate di monti. Casette diroccate si alternano sulle colline fin sopra le montagne. Papille guarda il cielo, le stelle in campagna brillano del blu denso e flebile dei fornelli da cucina.

Il piccolo ospedale di Tricarico ha un pronto soccorso subito dopo la curva della superstrada.

Il parcheggio è vuoto e una luce intermittente illumina la zona di carico e scarico delle ambulanze. L’Alfa Romeo arriva a velocità sostenuta, dentro la macchina Papille tiene la ghiacciaia sulle ginocchia in silenzio, gli albanesi parlano la loro lingua ed è impossibile comprendere una sola parola.

Davanti all’ingresso non c’è nessuno ad accoglierli. L’albanese con la cicatrice scende, apre lo sportello di Papille e gli tira via la ghiacciaia. Papille resta fermo, è certo dovrà aspettare tutta la notte.

L’altro albanese, a vederlo Papille lo definirebbe il braccio destro di Adriàn, trascina fuori dalla macchina il corpo inerme dell’indiano. Avanza e con un colpo di reni lo carica in spalla, l’indiano emette un gemito. L’uomo, in pochi passi appesantiti dal corpo che trasporta, arriva all’entrata del pronto soccorso e si ferma. Papille lo guarda, lui si guarda intorno, l’altro posa la ghiacciaia, lui lascia cadere a peso morto l’indiano che resta lì immobile a terra. Il ronzio di due lampade a neon per le zanzare viene coperto per un istante da un urlo. L’albanese tappa subito la bocca dell’indiano con una mano.

– Strila quando noi non ci siamo. Stupido beduino.

I due indietreggiano, corrono in macchina, l’albanese sfregiato ingrana la prima e parte mentre l’altro estrae un piccolo coltello a farfalla e lo punta con forza alla gola di Papille.

CONTINUA…

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