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Papille: Capitolo 5 – Strazzata lucana

Papille, il seguitissimo critico gastronomico fuori dagli schemi, amato dal popolo e temuto dai più grandi chef, perde l’uso della lingua e del gusto per la vendetta di uno chef stellato.

Puntate precedenti

Capitolo 1 – Panace di Mantegazza

Capitolo 2 – Cappio

Capitolo 3 – Ferite

Capitolo 4 – Mignon vegani, alici, cacao e melanzana

Capitolo 5

Strazzata lucana

C’è questo corpo sull’asfalto coperto da un lenzuolo bianco. Escono scarpe e caviglie. Intorno la pioggia batte, la mano del tredicenne Papille stringe la mano di una donna. La pelle liscia, soffice e calda a contatto con la sua è l’unica fonte di calore. Papille vorrebbe che quella mano parlasse, dicesse una parola, desse un segno di aiuto invece di rimanere serrata. Un passo in avanti verso il lenzuolo, il cuore spinge lo sterno, un altro passo e un altro ancora con la mano che lo tiene stretto. Quanti indossano copie artefatte di Clark a Milano? Tanti. Quanti uomini le indossano e quante possibilità ci sono sia lui?

Altri due passi fino al corpo. Papille resta immobile, il cuore spinge di nuovo. Ha la bocca secca che appiccica le labbra; la mano calda lo lascia e si china per tirar via il lenzuolo.

– Potenza! siamo arrivati, direzione Marea ragazzi! E voi, siete mai stati a Marea?

La ragazza magra seduta sul sedile davanti a Papille, lo sveglia. Lui la guarda intontito dal sonno. Fuori dal finestrino scorre lento un enorme muro, poi un segnale blu con scritta bianca annuncia Potenza Stazione Centrale e il treno si ferma. Papille prepara il suo bagaglio, si sistema e si avvia.

La stazione di Potenza è mezza vuota. Quando recensiva ristoranti stellati praticava lo stesso rituale ogni volta. Arrivava alla stazione, si sedeva in un caffè qualunque e studiava il menù del ristorante su internet. Si appuntava gli errori di ritmo nella scelta lessicale dei piatti, i prezzi e il nome della società proprietaria quando non apparteneva allo Chef.

Questa volta invece prosegue. Sfila tra la poca gente verso l’uscita fino alla fermata delle corriere regionali. Tira fuori il biglietto per Tolve e lo mostra a un tipo rotondo dallo sguardo simpatico con una giacchetta da controllore.

Dentro al pullman, oltre Papille, la corriera ha quattro passeggeri. Lui si siede vicino all’uscita.

In effetti Tolve è sconosciuta ai più. La ricorda nominata nel libro di Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”. Quando capì fosse Tolve la meta giusta per potersi perdere nel mondo della mano d’opera agraria, la coincidenza gli strappò un sorriso.

Il viaggio è breve. Alla sua sinistra, un ragazzo di poco più di vent’anni indossa una giacca a quadri e porta con sé una chitarra rettangolare. Ha la barba e gli occhiali da sole e anelli sulle mani e un orecchino vistoso. Papille pensa al suo piano, ha tutto l’occorrente e passerà inosservato.

Quaranta minuti dopo arrivano alle porte di Tolve.

– Tolve. – Cantilena il conducente.

Il musicista muove la testa per salutarlo, Papille ricambia e scende. Dalla strada asfaltata intravede la casa cantoniera preceduta da una strada sterrata. È dalla parte opposta di Tolve, ricorda lo scambio di messaggi su Telegram. È lì che deve andare.

Il cielo va scurendosi in un rosso porpora striato di nuvole rosa. L’abbinamento di colori riporta Papille a un piatto sperimentale assaggiato in Danimarca, un sanguinaccio mirtilli zenzero e aringhe.

Dalla statale sfilano due camion. La prima è un’enorme autocisterna dell’Eni, subito dietro un mezzo più piccolo e malandato, anonimo. Da quest’ultimo Papille si sente osservato. Il camion ha un rivestimento in legno, l’abitacolo appare disordinato e per quel poco tempo in cui sfila accanto a lui, Papille nota alla guida un uomo, giovane, con una cicatrice sulla fronte. Il rimorchio dietro è chiuso, eppure arriva forte la sensazione di occhi puntati addosso. Il camion si perde sulla statale verso la cittadina di Tolve arroccata sulla collina, Papille di fretta appunta la targa PT131MS.

Poco prima della casa cantoniera, imbocca la stradina tutta terra e ciottoli. Si addentra nella pianura secca color paglia, colori pastello continuano a spegnersi verso la notte e la luna rotonda è già visibile insieme al sole.

Dal successo social a questo paesino nell’entroterra lucano è stato un attimo, pensa. Solo quando morì il padre Papille si trovò dinanzi a un bivio così grande. Ricorda la naturalezza delle scelte fatte da quel momento in poi, la freddezza di chi con le emozioni per un motivo o per un altro in un preciso istante della vita ha iniziato una guerra. Lo stesso vale ora, mentre cammina sul terreno verso la casa di questo albanese trovato su Telegram. Tentativo di suicidio a parte, il flusso di ogni sua scelta è fluito glaciale e limpido fin qui.

Atarassia. Così gli disse la psicoterapeuta dopo molti anni dalla prima seduta. E poi ha detto tante altre cose pensa Papille mentre si avvicina a questo piccolo agglomerato di case in disparte.

Numero ventitré sulla seconda via a sinistra, diceva il messaggio. Papille conta le vie, si avvicina e trova il numero ventitré. Suona. Nessuno.

Suona di nuovo.

Dopo qualche minuto ad aprire è un uomo alto e robusto, il naso sottile pronunciato e i capelli neri dilatati e fini come paglia, la pelle chiara sbiancata dal rosso delle labbra. Non è propriamente brutto, pensa Papille mentre riconosce nei lineamenti duri del viso il passato dell’uomo.

– Tu quello della ciàt. Non me serve sapere il tuo nome. Basta che non fai cazate. Io sono Adriàn o Adriano.

Papille fa un cenno di complicità, annuisce. Cerca di mantenere l’espressione più distesa che mai. Questa gente, pensa, fiuta lontano un miglio chi vuole mettere bastoni tra le ruote.

Adriàn si guarda intorno. Oltre Papille, alla porta dell’albanese si affaccia la notte. Dà un’altra occhiata, poi con un cenno del volto fa strada dentro casa.

– Entra. Ti porto a Tricarico in machina tra dieci minuti, tu vai a stare là. Mannagia demonio.

La casa è in mattoni e cemento, il tetto ha delle assi di legno verniciate di bianco. L’occhio di Papille cade sulla tavola. Guarda i resti sbriciolati di due “Strazzate”, il dolce tipico lucano solito nei pressi di Matera. Ricorda la croccantezza in superficie e la morbidezza all’affondo, le note di mandorla appena tostata e la scorzetta di limone a inebriare il retro del palato. “Strazzate”. Il termine significa strappate da una massa più grande per via della loro forma caotica. La sua lingua è una Strazzata.

Diversi minuti dopo, l’albanese è lì che traffica con uno zaino, la porta della casa si spalanca con violenza.

Un uomo piccolo di statura dai capelli scuri, gli occhi neri e il corpo esile irrompe nella sala che è ingresso, camera da letto e camera da pranzo tutta insieme. Papille lo guarda, ne osserva i lineamenti di un volto qualunque con gli occhi privi di espressione. Lui ricambia con uno sguardo vuoto e avvicina la mano al fianco. Papille arretra di un passo. L’uomo tiene la mano pronta, con buone probabilità, a estrarre una pistola.

Si guarda intorno, poi guarda Papille fin quando l’altro albanese alza la testa dallo zaino e gli fa cenno che è tutto ok.

Il tipo cambia espressione, ora sembra preoccupato:

– Adriàn, Mohoshin i ka prerë krhaun! Vrapoj! – Grida e si mette le mani nei capelli.

– Cosa dici? – Risponde Adrian. – Perso bracio? Mohoshin perso bracio? come ha perso bracio? mannagia demonio. Mannagia demonio tu non la pasi liscia tu deve controllare. Andiamo, famme vedere Mohoshin.

I due sembrano parenti, uniti adesso da una preoccupazione comune. Adriàn, il capo di certo, afferra Papille per un braccio.

– Chi è Mohoshin?! – Chiede Papille

– Tu, segui e no parla. 

Papille lo guarda negli occhi, capisce di non avere alternative. Esce insieme a loro, strattonato dalle grosse dita della mano di Adriano conficcate all’interno del bicipite.

Continua…

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