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La crisalide di Guido Gozzano

Veste elegante, persino esagerando, “Gozzano è un dandy”, si dice in giro. Quasi sempre malato, insidiato dalla tisi, ha una viva passione entomologica rimastagli dall’infanzia e un dotto amore per i lepidotteri a cui dedica un intero poema: Le farfalle. E più ancora che le farfalle ama le crisalidi, preferisce una larva a una Vanessa. Una crisalide pende sospesa dal tetto della sua villa in Piemonte, il Meleto, e Guido Gozzano è tutto il giorno lì, sull’abbaino, a osservare, interrogare, seguire d’ora in ora, minuto per minuto, quell’esserino che non gli parla, che non può rispondere all’ansia del suo poeta. Nel parco del Meleto, tra le piante, s’intravede uno stagno sulla cui romantica riva Gustavo ama passeggiare, così Guido viene chiamato al Meleto. Dietro la villa, un terreno è piantato a meli e una Vanessa, un genere di farfalle diurne, “aleggia in larghe rote sul prato solatio”. Fuori del Meleto, con una certa ingenuità e grande cordialità, partecipa alla vita intellettuale e civica di Torino, che appare agli inizi del Novecento un po’ remota e provincialesca, con i cenacoli mondani a cui convengono presidi, professori di liceo e attrici, con le signore che mangiano le paste al caffè San Carlo, i cantieri per l’Esposizione in via Massimo d’Azeglio e i ricordi delle donne che hanno fatto girare la testa al giovane Vittorio Emanuele II.

Io sono innamorato di tutte le signore

che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine-

le dita senza guanto-

scelgon la pasta. Quanto

ritornan bambine!

Perché nïun le veda,

volgon le spalle, in fretta,

sollevan la veletta,

divorano la preda

Si compiange, deluso, “vizioso fanciullo”, per le sorti toccate ai suoi primi tentativi poetici. La sua attenzione è sempre attirata dai giudizi sulle sue opere di amici, critica letteraria e giornali, interesse che confessa in modo elementare e scoperto e con immediatezza. Non si fa vedere in altre importanti città italiane, né a Milano, né a Roma né a Firenze, forse per sincera timidezza o più probabilmente per paura di passare l’Appennino oltre il quale tutto deve sembrargli insicuro. E questo accresce l’interesse per la sua persona e per la sua arte e crea il fascino del poeta crepuscolare.

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