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Ti confesso tutto, ragazza palpata, dovresti darmi uno schiaffo

Oggi voglio svelarti un segreto! So che per quello che sto per dire rischio la vita e vendette trasversali, ma non posso più vivere nella menzogna. Ti sarà certamente capitato di trovarti accanto un handicappato, adesso non sgranare gli occhi e, cortesemente, chiudi quella bocca, tranquilla si può dire. In un ascensore, mentre, stretti come sardine attendi il suono del cicalino che preannuncia l’apertura delle porte, oppure in fila alla posta per pagare il canone, intenta a leggere e rileggere il bollettino chiedendoti perché… in quel momento ti senti toccare il fondo schiena. Tu ti irrigidisci ed istintivamente ti volti e vedi lui, vedi la sua carrozzina o le sue stampelle. Ha tutti i muscoli delle braccia e delle mani rigide, si muove a scatti, scoordinato e, appena ti giri, cerca di articolare uno:

– Scusami!

Tu pensi “Poverino! Non lo ha fatto a posta.” Gli sorridi e dicendo:

– Non fa niente.

Ti volti nuovamente e se ricapita fai finta di nulla.

Io ti confesso che ci sono buone possibilità, che quello, lo ha fatto apposta.

Si dice che anche Gesù, rivolto ai suoi discepoli, indicando uno zoppo (anche zoppo si può dire) abbia detto: “Guardatevi dai segnati miei”. Non si sa sia una leggenda o se sia accaduto realmente e poi, sapientemente, insabbiato dalla chiesa. Del resto, insultare il proprio bacino elettorale non è intelligente, per nessun partito politico. Comunque sia, una cosa è certa, fin dai tempi della scuola imparai tanti trucchetti.

Alle medie avevo un insegnante di sostegno, avrebbe dovuto aiutarmi a prendere appunti più velocemente, ma era al suo primo incarico, come sostegno non era gran cosa, dovevo dirgli io cosa fare e come farlo, ma si sedeva accanto a me, indossando minigonne fantastiche e accavallava le gambe mentre scriveva i miei appunti. Sapete, spesso, capitava che involontariamente con la mano facessi cadere la penna dal banco, lei si alzava dalla sedia e si chinava per raccoglierla dandomi le spalle, poi la posava sul banco. Se poi ricadeva nuovamente, era colpa della mano mica mia.

Alle superiori avevo capito che chiedere di andare in bagno era un buon modo per evitare l’interrogazione. Se ai miei compagni non era permesso di chiedere di andare in bagno all’inizio dell’ora, per me questo vincolo non esisteva.

Il professore entrava in aula si accomodava alla cattedra, gli permettevo di fare l’appello, giusto per non dare troppo nell’occhio, poi alzavo la mano:

– Prof. posso andare in bagno?

Come poteva dirmi no? E se fosse stato vero? Mentalmente immaginava già i titoli sui giornali: “Disabile non viene mandato in bagno dal docente”; “Disabile se la fa sotto in aula, il docente non lo manda in bagno”. Nemmeno poteva dirmi: “Sì, ma fai presto!” Avrebbero potuto urtare la mia sensibilità.

Il Prof. si limitava a dirmi.

– Sì certo vai!

Io uscivo dalla classe e percorrevo, lentamente, il corridoio che portava al bagno. Se sono lento mica è colpa mia, no? Fare tutto il corridoio, andare in bagno e poi tornare, non è mica facile. Casualmente, tornavano in aula quando gli interrogati erano già stati chiamati. Presto i miei compagni capirono tutto.

Il rappresentante durante la ricreazione venne da me e mi fece cenno di seguirlo. Andammo il bagno, si accese una sigaretta, fumandomi in faccia e mentre io tossivo, lui con una strana cadenza siciliana:

– Ti faccio una proposta che non puoi rifiutare! Da oggi a turno ti accompagneremo in bagno, altrimenti diciamo tutto.

Non potendo rifiutare… accettai!

Tu mi dirai si ti credo, ma col tempo, si cresce, si cambia. Sbagli ancora! Si cresce, ma raramente si cambia. Sapessi quante multe evito grazie alle stampelle.

Quando sono in ritardo, come tutti, non sempre rispetto i limiti di velocità e se ho la sfortuna di imbattermi in un posto di blocco, quasi certamente la paletta rossa si alza. Rallento, poi mi fermo, tra me e me ripasso tutte le parolacce che conosco e, se sono ispirato, ne invento di nuove.

Abbasso il finestrino e con la stessa espressione di un gattino abbandonato al freddo, rivolto al carabiniere:

– Cosa ho fatto?

– Andava a 60 dove il limite è 50! Patente e libretto!

Inizio a distendermi verso il porta oggetti. Con movimento lento ma continuo, mi allungo ancora, mostrando tutta la fatica del mio gesto. Apro il cassettino per cercare il libretto, poi rivolto al carabiniere.

– Un attimo, mi scusi se le faccio perdere tempo.

La risposta tipica è:

– Non si preoccupi faccia con calma.

Armeggio tra le carte, aumento sapientemente, il respiro rendendo palese il mio panico e, se non basta, esco dall’abitacolo:

– Dal lato del passeggero ho una visuale migliore e lo trovo prima

Apro la porta, esco lentamente come un bradipo. Prima una stampella, poi l’altra, poi una gamba e… e a questo punto, se mi dice bene, il carabiniere forse spazientito o forse mosso a compassione:

– Vada… vada, ma vada piano.

A queste parole, come miracolato, riprendo la mia velocità normale e prima che il carabiniere cambi idea, vado via ringraziando ed elogiando le forze dell’ordine.

Rivelarti tutto questo mi espone a notevoli rischi e mette in serio pericolo la mia incolumità, ma sono un pentito. Se questo articolo verrà pubblicato, richiedo di far parte del programma di protezione testimoni, voglio la scorta.

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