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Marilena Votta: “Ho voluto essere me stessa”

Conosco Marilena Votta da diversi anni, l’ho seguita mentre cresceva attraverso la sua esperienza di scrittrice e la sua passione, che definirei rovente, di lettrice. Marilena è nata a Napoli e vive a Roma, dove conduce la trasmissione radiofonica «Scusate se leggo» su RedHouse Radio Web. Ha pubblicato due raccolte di racconti, Equilibri sospesi (2012), La ragazza di miele e altre storie (2016) e ha riunito i suoi versi in un libro intitolato Estate. Ora ha da poco pubblicato una nuova raccolta di racconti nella quale si vede bene la sua qualità di scrittura capace di narrare con toni convincenti momenti decisivi dell’esperienza quotidiana. Ma per raccontarvi il suo libro dal titolo Diastema (Ensemble 2020) voglio usare le parole di Chiara Nobilia: “Il dono della scrittura di Marilena Votta è quello di offrirci un’esperienza sensuale, piena, corporea, immergendoci nelle scene e vicende raccontate, conducendoci in un corpo a corpo con personaggi terribilmente – e mirabilmente – veri, sfaccettati e sfuggenti ad ogni etichetta, men che meno alle categorie manichee dell’eroe e dell’antieroe. Uomini, donne, ragazzini e ragazzi, bambine e bambini specchiano la dolorante energia dell’umanità, seguendone la parabola magnifica, sprigionandone la varia gamma potenziale che va dall’annullamento all’esplosione più feroce. Personaggi ritratti mentre si imbattono in sé stessi, in quei bisogni inconfessati che li rendono persone, in dettagli ed elementi che si fanno centri nevralgici intorno ai quali, vorticosamente, si innesca inesorabilmente la loro azione. E si intrecciano storie fatte di insonnia, prosaica intimità di coppia, pomeriggi blu, facoltà sensitive, ferite d’infanzia, violenza cieca, sangue che scorre e schizza, proiezioni future lucide e allucinate, frizioni interpersonali”.

Era naturale che mi venisse voglia di farle qualche domanda, partendo proprio dal diastema, lo spazio tra i due denti incisivi che caratterizza alcune dentature.


Innanzi tutto, i lettori che non ti conoscono vorranno sapere se tu hai il diastema oppure no?

Purtroppo no, non ho il diastema, ho anzi i denti molto accavallati, frutto di un ortondontista distratto. Nelle foto infatti sto sempre a bocca socchiusa.

Cosa significa per te questo varco tra i denti?

È una cosa che avrei voluto e che mi affascina, immagino l’aria che sfugge tra le cavità ossee. Mi sembra che attraverso quella fessure possano entrare cose interessanti, a parte il cibo. Magari la creatività. Sono sempre colpita dagli avvallamenti e dai piccoli varchi, anche dalle fossette.

A leggerli, questi racconti sembrano frutto di molta esperienza personale, è così? Ci sei tu in ogni storia?

Sono contenta che tu pensi questo, e che magari lo percepiscano anche i lettori. Potrei rispondere cripticamente come Flaubert su Madame Bovary ma sarò più sincera: dentro i racconti ci sono i mondi che sento, vite alternative e personaggi che per me diventano reali nel momento in cui mi chiamano e mi tengono inchiodata alla sedia e al pc a scrivere il loro pezzetto di storia. A volte mescolo eventi che mi sono accaduti con altri che ho ascoltato o solo immaginato. Insomma come dice Calvino, “non c’è linguaggio senza inganno” e io rivendico tutto il senso evidente e segreto di questa frase.

Secondo te c’è qualcosa che unisce questi tuoi racconti?

Il desiderio unisce tutte le storie di Diastema, come quelle che le hanno precedute e quelle che verranno. Tutti i protagonisti, uomini, donne, bambini o queer, hanno in sé una capacità di desiderare molto forte, qualcosa di potente che li spinge a uscire dal cerchio della confort zone e a rischiare. Spesso fanno anche cose estreme. Tutti, ma proprio tutti, è come se urlassero “voglio vivere”.

Sono stati scritti tutti nello stesso periodo di tempo oppure in periodi differenti?

Li ho scritti tutti tra l’estate del 2017 e l’estate 2019. Non mi ero resa conto, prima di adesso, di quanto certe narrazioni siano più fluide con l’accecante luce estiva.

“Ho provato a essere come tutti. Solo che non ci riesco” dice un tuo personaggio, pensi che sia un destino comune quello di provare a somigliare a un modello comune e non riuscirci, oppure è proprio di certe personalità?

In altri tempi le donne più sensibili ed empatiche venivano bruciate, direi che sapere di avere un dono, e la scrittura credo che lo sia, al di là dell’esercizio che richiede, è una cosa che ti rende diversa. Anche solo leggere ti rende diversa. Un amico di mio padre gli faceva notare di avere per figlia una ragazzina strana che stava sempre a leggere. Quindi sì, io volevo essere come gli altri, quelli che fanno le cose giuste. Poi ho smesso, e ho voluto essere me stessa. Penso che i ragazzi vogliano essere popolari, da adulti capisci quello che ti interessa. E sì credo che la maggior parte delle persone che mi interessano siano anche solo vagamente artisti, o con vite non convenzionali, o che si portano dentro delle ferite che rendono visibili in modi anche violenti. Persone che sono connesse alla luce e all’oscurità, perché di questo siamo fatti, di contrasti. L’ho detto prima che sono attratta da tutti quelli che sono mentalmente, o fisicamente, freak, come me, anche se non si vede.

I nostri lettori ti conoscono perché sei la nostra autrice di recensioni, questo lavoro di leggere e raccontare gli altri libri ti ha aiutato a scrivere?

È la cosa che mi aiuta di più a scrivere, leggere e raccontare i libri che ho amato. Mi rende felice quando qualcuno mi dice che attraverso una recensione ha comprato il libro che ho consigliato.

Quando consiglio un libro in quelle righe non c’è solo il tempo che ho impiegato a scrivere la recensione ma il cuore che quella storia ha messo a nudo per me.

C’è qualche autore che ti ha guidato nella scrittura, intendo non personalmente ma con la sua opera letteraria?

Non uno ma tanti, Garcia Marquez con le sue storie immerse in un tempo e uno spazio sospeso, Doris Lessing, Faulkner, e la mia adorata Toni Morrison che ho scoperto all’Università. Ho capito che si può scrivere ogni tipo di storia purché tu sia onesta, senza cercare facili consensi, amando le storie e lasciandole andare quando è il momento.

Finora hai pubblicato racconti e poesie, so che stai scrivendo anche la forma romanzo, ma quale senti più naturale come genere letterario per te?

Mamma mia che domanda difficile. In realtà io sono un’ansiosa e quindi i racconti e le poesie che hanno una certa immediatezza, o comunque sono circoscritti in un certo tempo, sono stati all’inizio la mia dimensione ideale. Ho iniziato a scrivere romanzi e a non farmi prendere dal panico perché c’è stato un maestro in carne e ossa che mi ha insegnato a camminare sulla corda senza fretta di arrivare in fondo. L’importante è restare in equilibrio. Scrivere un romanzo è un’esercizio di pazienza e passione insieme. Devi trovare l’equilibrio  tra le due forze, e quando ti manca il fiato perché pensi di non farcela guarda davanti e non a terra. È una metafora che mi ha aiutato, quando le parole non volevano saperne di uscire, oppure uscivano a fiotti, scomposte. Devi imparare a controllare le emozioni di cui scrivi. Anche se narri in forma isterica di una persona con disturbi mentali, devi sentire quella corda d’acciaio che sistema pazienza e passione. Non sempre ci riesco. Ma ci provo, e mi alleno. Quindi direi che ogni dimensione mi piace, di poesia, di racconto o di romanzo, purché sia scritta bene.

C’è un racconto su una bambina in macchina, sembri proprio tu… Ci si libera mai della propria infanzia?

Si, quel racconto “Invisibile” parla di me, è una cosa che, sia pure con certe varianti, è davvero successa alla bambina che sono stata e che continuo ad essere.

Non so se sia possibile per gli altri liberarsi della propria infanzia, ti direi che per gli scrittori non è possibile. Per me è un cappio o una doppia vita che continua a vivere in un unico eterno giorno che si disfa e si replica senza fine. Eppure se non avessi un’infanzia che ricordo in maniera nitida non credo che avrei mai scritto.

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