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Vincenza Alfano: “La sopravvivenza è anche un istinto”

Questa intervista nasce da una lettura. Mi è capitato tra le mani un piccolo libro dal titolo Sopravvissuti (edito da Polidoro editore), un racconto lungo o romanzo breve che mi ha colpito per il tema, ma soprattutto per lo stile accurato e privo di enfasi con il quale è affrontata la storia dolorosa che racconta. E mi ha convinto anche l’improvvisa ma giustificata incursione onirica o fantastica (ma anche ben inserita nella tradizione popolare, direi) che accende per qualche pagina il realismo della narrazione. L’ha scritto Vincenza Alfano, che oltre a dedicarsi alla narrativa, è capace di raccogliere intorno a sé diverse energie culturali di Napoli, una città che non smette mai di comunicare emozioni (sia detto, e soprattutto letto, senza retorica perché è vero – e lo dico da romano). La sua esperienza di insegnante trapela dalle sue opere, però intanto collabora con “Il Corriere del Mezzogiorno”, insegna nei laboratori di scrittura creativa, cura antologie e ha scritto una sorta di itinerario napoletano con Maurizio de Giovanni, oltre a vari romanzi e anche un manuale. Ma è di Sopravvissuti che voglio parlare con lei oggi.


Lo spunto della vicenda pare essere quello della terribile tragedia dell’Erasmus in Spagna, quando il 20 marzo del 2016 persero la vita in un incidente stradale 13 ragazze. Sei partita da lì?

Sì. La notizia di quel terribile incidente mi raggiunse all’alba di quella mattina e fu una doccia fredda perché mio figlio era in Spagna in Erasmus e non lo sentivo da giorni. Pensai subito che potesse essere tra le vittime. Ovviamente non lo era. Forse non starei qui a raccontarlo. Avrei perso la ragione. Ma quell’emozione mi è rimasta  sulla pelle per anni. Per anni mi sono interrogata sul destino di quei genitori che quel giorno hanno fatto i conti con un dolore inaccettabile.

Impressionante il modo in cui Camilla, la figlia morta, continua a invadere la mente della madre Mara, una persistenza dei morti che resta nell’esistenza di chi continua a vivere…

Non sapevo come Mara avrebbe potuto affrontare la perdita di sua figlia. Ho cercato di mettermi nei suoi panni provando a percepire le sue emozioni. Chi ha perso qualcuno, a cui era particolarmente legato, sa cosa si sente. Conosce le fasi del lutto. Io ho perso presto entrambi i genitori. Ho usato il mio dolore per dare voce al dolore di Mara. Poi  lo sguardo è scivolato su Camilla e ho capito che il dialogo con la madre poteva continuare in un’altra forma. È compito dello scrittore rendere possibile questi sconfinamenti, avvicinando territori che sembrano distanti, rendendo possibile ciò che nella mentalità comune è ritenuto impossibile. Per dirla tutta io credo che la dimensione sovrannaturale ci appartenga molto più di quanto siamo disposti a credere. Bisogna solo sintonizzarsi.

La tragedia della morte della figlia divide in modo irreparabile i genitori, ormai resi “orfani”, credi che sia un dolore insuperabile?

Mi riesce difficile ragionare per classificazioni quando si parla di sentimenti. Un amore grande, piccolo, infinito: come si fa a misurarlo? Non esiste un termometro delle emozioni. Così anche il dolore quando arriva è sempre ingestibile. È una forza che deflagra e manda in pezzi la tua vita. Eppure io sono convinta che esista un metabolismo possibile di ogni emozione e sentimento. Abbiamo bisogno di tempo per trasformare l’assenza di chi viene meno in una presenza diversa altrettanto vivida e confortante. Io vivo da sempre insieme ai miei morti forse anche grazie alla scrittura che mi consente di fare un permanente esercizio di memoria.

Ho scritto che i genitori sono resi “orfani”, in realtà non esiste una parola in italiano per indicare lo stato di chi ha perso un figlio, ti sei mai chiesta il perché? E cosa ti sei risposta?

Non esiste perché fa troppo paura, perché è inaccettabile e innaturale. Non riusciamo a coniare un nome adatto per questa condizione perché non possiamo possederne l’idea. Potrebbe essere anche un tentativo di rimozione dell’inconscio collettivo.

Sullo sfondo della vicenda, nel passato dei personaggi, c’è anche la vicenda di Tangentopoli, in fondo anche rispetto a quella storia siamo dei sopravvissuti, no?

La vicenda di Tangentopoli è una delle ferite più profonde della storia contemporanea del nostro Paese. La generazione precedente alla mia si è dovuta confrontare col trauma della guerra civile, noi ci siamo dovuti ricostruire  dopo gli Anni di Piombo, l’assassinio di Moro e Tangentopoli. Abbiamo sofferto molto con gravi implicazioni delle storie personali e familiari. Abbiamo sperato che potesse servire perché nella nostra cultura è molto presente l’idea del “dolore utile”. Abbiamo atteso, purtroppo invano, la palingenesi  di alcuni paradigmi della politica nazionale e locale.

La protagonista è un’insegnante e si lega in modo particolare a un bambino, Giorgio. Come hai costruito questo legame?

Sono partita dalla mia esperienza di docente.   L’insegnamento si fonda su una relazione affettiva e di accudimento molto simile a quella genitoriale. Ho pensato che la rinascita di Mara potesse ripartire da lì.

La scrittura che hai usato mi ha molto colpito: breve e molto accurata, senza enfasi. È stata una scelta consapevole oppure è venuta naturale?

Ho ascoltato la mia voce interiore e quella della storia. Quando scrivo mi lascio condurre dal suono delle parole e dal ritmo delle frasi. È un processo molto naturale ma  sono anche pignola, molto pignola, per cui rivedo spesso ciò che scrivo. La mancanza di enfasi risponde a una precisa scelta: non volevo strumentalizzare il dolore o caricarlo di sensazionalismo. Penso che una storia così parli da sola.

Tu hai una produzione molto ampia, ormai. A cosa sei più legata?

Due romanzi non mi hanno mai lasciata: L’unica ragione (Homo Scrivens), in cui affronto il tema della sofferenza mentale, e Balla solo per me (Giulio Perrone Editore) una storia d’amore tra le quinte del San Carlo, che mi ha dato l’opportunità di raccontare il mondo della danza e uno dei volti più belli di Napoli. Amo anche molto il saggio A Napoli con Maurizio de Giovanni che appartiene alla fortunata collana Passaggi di Dogana di Giulio Perrone Editore. È un libro che mi ha dato e continua a darmi enormi soddisfazioni. Sarò sempre grata alla casa editrice che mi ha chiesto di scriverlo e a Maurizio de Giovanni che mi ha permesso di farlo.

Laboratori di scrittura: come vedi i nuovi autori che provano a scrivere oggi?

Hanno sicuramente più strumenti per crescere e per  confrontarsi col mondo dell’editoria. Sono più consapevoli, più scaltri, forse anche più motivati. Hanno tutti un buon livello di tecnica. Credo tuttavia che la sfida più grande sia individuare una lingua propria e inimitabile e avere la voglia di lavorarci mettendosi sempre in discussione.

L’ultima parola è relativa al Covid, inevitabilmente visto il titolo del libro, Sopravvissuti. Presto i più fortunati di noi, speriamo tutti, saremo “sopravvissuti” anche a questo, come ci vedremo?

Ci saranno ferite da rimarginare, distanze da avvicinare, differenze da sanare. Ci sarà molta voglia di vivere, di stare insieme, di abbracciarsi, toccarsi, baciarsi. Ci sarà più accanimento nel vivere. Ma ci saranno anche maggiore fragilità, fantasmi di paure ancestrali e dolore per i tanti morti.  Ci vorrà del tempo per trovare un nuovo equilibrio, prendere le distanze e provare a dimenticare, ma ce la faremo. La sopravvivenza è anche un istinto.

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