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“Le città di carta” di Dominique Fortier (Alter Ego)

Una biografia romanzata di Emily Dickinson, un modo di guardare dentro e attraverso le ombre luminose di una donna poeta, una ragazza che ama la sua solitudine quasi fosse una cosa viva, e forse è davvero una cosa viva.

Ogni pagina ci svela dettagli della vita esteriore e interiore del mistero umano di questa bambina, e poi ragazza, e donna che vuole solo scrivere poesie e stare lontana dalla chiassosa vitalità degli altri. Perché poi il giudizio di quello che è giusto per la maggioranza delle persone dev’essere il nostro stesso confine tra normalità e stranezza? Per me non è così, visto che appartengo da sempre alla famiglia nomade delle persone che compiono viaggi, almeno interiori. E questo è un viaggio che ci proietta nel mondo intoccato e azzurro di una persona che capisce profondamente l’animo umano e le sue ambiguità, al punto da volersene allontanare.

Emily ride di un uomo che sfoglia con degnazione le sue parole e le etichetta bruscamente come “non sono poesia perché non hanno la rima”. Oh, così perché una poesia sia tale deve avere una ridondanza cantilenante e compiaciuta. Bene, questo non è il mondo che Emily desidera per le sue parole.

Amherst, nel Massachusetts, è una cittadina fuori dal tempo e dallo spazio, un luogo selvaggio e sospeso, dove vive la Famiglia Dickinson, con tre bambini, Austin, Lavinia ed Emily, intenti a reinventare la realtà, assottigliandola ed espandendola, modificandola con la fantasia. Austin spiega come una tovaglia una immensa mappa geografica, e indica con la punta dell’indice una città scritta con la sacralità dell’inchiostro. “Linden non esiste, esiste solo sulla mappa”, dichiara trionfante alle sorelle. Perché inventarsi una città di sana pianta, domanda Emily, stupefatta, perché è come una firma le risponde Linden. Con le parole tracciate su carta fragile si possono inventare dal nulla storie. Una città di carta sarà il posto di Emily nel mondo.

Le parole sono fragili creature da spillare sulla carta. Volano per la stanza come farfalle. Oppure sono acari fuggiti dalla lana-farfalle cui mancano il colore e lo spirito di avventura.

In parallelo al libro che sta scrivendo la scrittrice, canadese francofona, ci racconta e si racconta la storia sottesa dietro le ricerche e il tempo speso a immaginare, creare, forgiare, dare consistenza materica, in una forma sottile di corporeità liquida, alle sue proprie inquietudini familiari e di artista. Perchè è in qualche modo ancora difficile dedicarsi alla scrittura per una donna che sia madre, intenta a non lasciar correre via il bisogno d’amore di sua figlia.

Un mettersi a nudo con pudore, esattamente come avrebbe voluto la Dickinson, quando si racconta con le parole della Fortier, con tutta la sua caparbietà e il suo desiderio, che alla scoperta del sangue mestruale, un delicato fiore rosso sul lenzuolo, decide che “per qualche giorno al mese sarò donna. Il resto del tempo scriverò.”

Cosa continua a cercare Emily, mentre scrive alla luce del sole o con l’aiuto di una lampada. Perfezione? Tentativi di tradurre il suo cuore e il suo sguardo lucido in linguaggio. In silenzio. Perché a uno scrittore non serve altro che il silenzio per ricomporre le frammentazioni che lo abitano.

Così, come lei mi ha insegnato ripeto: Scossa dalla tua bellezza. Scossa.

Emily è una città tutta di legno bianco posta in mezzo a praterie di avena e trifoglio. Le case quadrate hanno tetti spioventi, persiane azzurre che vengono chiuse al calar della sera e caminetti dai quali a volte s’infila un uccello che volerà di stanza in stanza, smarrito, con le ali piene di fuliggine. Piuttosto che tentare di cacciarlo, lo adotteranno per imparare il suo canto.

Frequentare l’infinito non è privo di rischi.

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