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“Colpo di lama” di Mauro Covacich (La nave di Teseo)

Pordenone, anni Ottanta. Sullo sfondo di un’ordinata e laboriosa cittadina di provincia, che è cresciuta con l’industrializzazione degli anni Sessanta e che è destinata di lì a poco a rientrare nel paradigma del ricco e produttivo nordest, il dottor Fabbretto, architetto e assessore comunale agli affari sociali, si incontra con i rappresentanti dell’associazione di volantariato Vitaviva, che gli sottopongono un progetto ecologico-umanitario. Protagonista del progetto è un ex-detenuto, anarcoide, anticonformista e ribelle, che l’associazione vuole reintegrare nella società, facendo leva sulla sua naturale inclinazione ad accumulare e riciclare oggetti di ogni tipo (rottami di elettrodomestici, mobili usati, statuette da giardino, ombrelli, ruote di bicicletta, paraurti, vasellame, ecc.). L’uomo, che vive da vagabondo, si fa chiamare Lama, soprannome che gli è stato dato in carcere, non si sa se per la sua lingua tagliente, per la sua abitudine a sputare o per il timore che incute negli altri. I rappresentanti di Vitaviva, in particolar modo Alessandra, studentessa di Psicologia a Padova, sono convinti della bontà di Lama e ne esaltano le virtù quando illustrano all’assessore il loro progetto per chiedergli di appoggiarlo con finanziamenti pubblici e con la concessione di un alloggio. L’idea, per quei tempi innovativa, è quella di realizzare un piccolo impianto di riciclaggio dei rifiuti urbani. I volontari ne sottolineano i molteplici vantaggi: per l’ambiente, per l’ex-detenuto, che verrebbe reinserito nella società, per la loro associazione, che avrebbe modo di svolgere in modo esemplare la propria missione umanitaria, e per l’assessore, che trarrebbe, assieme a tutta la giunta, lustro e visibilità da questa coraggiosa iniziativa. A convincere Fabbretto, però, più che le argomentazioni dei volontari, infarcite di ideologia e di retorica (“potremmo difendere un debole difendendo il pianeta”), è il fascino di Alessandra, una ragazza bellissima dai capelli color rame. In lei, che ha “la bellezza di una mistica o di una giovane donna scampata a una sciagura”, c’è un misto di ingenuità ideologica, di malizia e di arte affabulatoria, che pian piano irretisce l’assessore, condizionandone le scelte. Ma il desiderio di compiacere Alessandra si scontra con l’atteggiamento ostile e provocatorio di Lama. Per lui Fabbretto non è altro che un ingranaggio della macchina del potere da far girare a proprio vantaggio senza necessità di mediazioni. “Io non chiedo niente”, dice. “Solo chi non sa prendere chiede. Aiutare è contro natura. Chi non riesce a mangiare e a cagare da solo è giusto che muoia.” È lui che fa un piacere all’assessore, non il contrario. La realizzazione del progetto è un suo diritto, non per la sua condizione di emarginato ma per le verità naturali di cui è depositario (“Mai legarsi alla materia ma farla circolare… tutto dev’essere riusato… bisogna imitare la natura… perché niente resta uguale a se stesso”). Allo stesso modo sono suoi diritti la residenza, un alloggio, un sussidio di invalidità permanente e la completa disponibilità dell’area comunale da destinare al riciclaggio. Non a caso chiamerà quest’ultima “area di rigore”, un’area in cui il giocatore “si sente padrone della palla e del portiere”. Di fronte a tanta arroganza Fabbretto si sente impotente perché il meccanismo che ha messo in moto per amore di Alessandra non può essere più fermato, pena la perdita di credibilità di fronte all’amministrazione comunale e all’elettorato. Fin dalle prime righe Fabbretto si presenta come un uomo cauto, incline ai compromessi, agli aggiustamenti, alle mezze misure. “Non ho mai creduto alla verità,” dichiara all’inizio del libro, “né tantomeno al pentimento. Mi sono sempre parse più convincenti le vie di mezzo”. È bene inserito nella cittadina in cui è venuto a stabilirsi perché ne condivide l’ambivalenza: “per una parte frigida e sinistra, per l’altra compiacente e un po’ ruffiana.” È un architetto mancato e un politico indolente, accomodante, un po’ cinico, che si ritrova improvvisamente nel ruolo di paladino di una causa alla quale, pur condividendone astrattamente i principi, non aderisce veramente, ma solo per amore di una donna. Questa ambiguità del protagonista sembra connotare anche gli altri personaggi del libro. Lama, che si presenta come un anticonformista, un rivoluzionario, un sostenitore intransigente della legge di natura, un ideologo della perenne trasformazione delle cose, è in realtà un piccolo delinquente, un “riciclatore di motti, un frantumatore di idee in distorti luoghi comuni, vittima di un bombardamento culturale che lo ha colto senza difese.” Alessandra, che si presenta come un’ingenua e appassionata sostenitrice dei diritti dell’uomo, lascia trasparire la sua natura di astuta manipolatrice al servizio delle proprie passioni. Dice di lei il protagonista: “Capivo pian piano che la vocazione umanitaria era seconda a qualcos’altro o che comunque in lei non era imparziale”. Anche personaggi minori, come Richi, il sociologo laureato a Trento, che è uno degli ideologi di Vitaviva, Michele, il rappresentante del gruppo, che assieme ad Alessandra contatta l’assessore Fabbretto, ed Ennio, il poeta santone che si fa chiamare Siddharta, vivono in un’ambivalenza dai toni comici e surreali. Il primo, che sproloquia sull’ “avventura della vita che si pensa e si aggiusta da sé nel suo farsi” e sul “grande dono” di vita che il gruppo farà a Lama e che Lama farà al gruppo, dirige assieme al padre un’impresa artigianale; il secondo, che si riempie la bocca di espressioni come “occasioni situazionali di bisogno” e “problemi recidivi e sistematici”, è un perito informatico che si occupa di computer; il terzo, che declama versi mistici davanti ai licei, è un uomo fuori tempo: “a vent’anni, quando gli altri facevano gli hippy, lavorava in fabbrica e faceva il sindacalista, ora “si trova solo in mezzo alla pista a ballare e ballare con la musica spenta”.

Quella che emerge dalle pagine del libro (pubblicato una prima volta nel 1995 da Neri Pozza e ora ripubblicato dall’editore La nave di Teseo) è un’umanità disorientata, che sembra costretta dalle influenze ideologiche o dalle necessità del vivere sociale ad assumere panni poco credibili, nei quali stenta a riconoscersi. Anche l’impegno dei volontari di Vitaviva è costruito su astratte dichiarazioni d’intento, su parole d’ordine impastate di facile sociologismo, su ingenue utopie più che su un’analisi dalla realtà e su una genuina vocazione umanitaria. L’ironia del protagonista (e dell’autore) non manca di colpire il linguaggio fumoso e altisonante dei volontari (usavano espressioni già pronte come piatti surgelati: “pietas paolina”, “coscienza ecumenica”, “microcosmo”, “contesto sociale”, “soggettivazione”) e la delirante interpretazione della realtà che questi danno, per esempio, quando parlano dell’influenza dell’ “area di rigore” di Lama sui bambini del quartiere: “nei loro occhi le fughe diventavano esperienze formative, le devastazioni processi liberatori, la disubbidienza una crescita collettiva”. L’ironia è presente un po’ ovunque nel libro (“anche i criminali, non solo gli ecologisti, sono ottimi riciclatori”) e ne allieta la lettura, prendendo spesso i connotati dell’autoironia laddove, per esempio, il protagonista commenta il proprio lavoro di assessore (“non ho mai capito che cosa facciano gli altri dietro le porte dei loro uffici, io nel mio non ho mai fatto niente”) o quando commenta le effusioni del suo cane nei confronti di Alessandra (“Invidiavo Barnie, lo vedevo comportarsi come io avrei voluto”).

Alla vicenda, che ha un imprevedibile risvolto noir, fanno da sfondo il decoro e il perbenismo della vita di provincia dove tutto sembra controllato dalle regole del vivere civile e dove le aberrazioni sociali trovano i loro anticorpi nei principi della tradizione contadina rinforzati dagli agi di un benessere economico, recentemente acquisito con il lavoro e col risparmio. È una provincia un po’ all’americana quella descritta, con le sue basse villette dai giardini ben curati e la consolidata ed influente presenza della base NATO di Aviano. “Niente alberi, solo lampioni e giardini da casetta americana… La gente sugli ampi marciapiedi trasudava senso civico, era compresa, rispettosa, ineccepibile in ogni suo gesto, entrava nei negozi, comprava, tornava a camminare con lo stesso rispetto per l’ordine e la ricchezza che la nostra città ci impone”.

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