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Mors tua vita mea

Spero sarete d’accordo con me nel dire che, a volte, il Fato o il Destino – dipende da come voi lo vogliate chiamare – ci mette lo zampino affinché avvengano determinati episodi oppure le persone si trovino loro malgrado invischiate in avvenimenti che mai, dico mai, avrebbero immaginato.

Altre volte, invece, non è colpa del Caso (o Fato o Destino, insomma ci siamo capiti). Nel caso di Generoso Gagliardi, la prima colpa fu dei genitori ed è presto detto perché.

Alla nascita, fu subito chiaro che il piccolo di casa Gagliardi tutto sarebbe potuto essere meno che un fusto d’uomo. Con un peso di due chili e quattrocento grammi alla nascita dopo circa otto mesi nella pancia materna, il piccolo Generoso era già in difetto dal punto di vista fisico con gli altri neonati del periodo, i quali pesavano tutti dai quattro chili in su. Almeno, Generoso poteva contare su una lunghezza superiore a quella degli altri, ben cinquantasette centimetri!

Va da sé che era uno sgorbietto secco e lungo, diremmo rachitico. Già, perché molto presto a Generoso fu riscontrato un problema di costituzione che lo avrebbe portato a ingobbirsi e con il metabolismo che si ritrovava, capace di permettergli di mangiare di tutto e senza mai ingrassare di una virgola, divenne ben presto l’emblema, il simbolo per eccellenza del mestiere di famiglia, che sarebbe di lì a poco diventato anche il suo.

Un mestiere che non muore mai, come gli aveva detto un suo bisnonno: una vita passata fra i trapassati, impresario di pompe funebri per tradizione di famiglia. Così, anche Generoso una volta adulto si era messo all’opera, incassando morti e denaro.

Per quanto riguarda il resto, giova ricordare che in vita sua Generoso, a dispetto del suo nome – ed ecco la seconda colpa dei genitori – non lo era stato mai. Infatti, come tutti sanno, denaro chiama denaro – o anche l’acqua va al mare, i proverbi e i modi di dire la sanno lunga… – e anche Generoso fu uno di quelli che cercò di ottenerne sempre di più.

Iniziò a fare prestiti, dapprima senza malizia, quasi a volersi fare perdonare di essere colui che portava via il de cuius dalle persone che lo avevano amato e senza chiedere alcun interesse. Poi, visto che le persone che bussavano alla sua porta aumentavano, pensò bene di guadagnarci qualche cosa e in breve tempo del mestiere di usuraio ne fece una professione coi fiocchi. Ancora oggi, si racconta di quella volta che la signora Santini, fresca e giovane vedova senza lavoro e madre di tre figli di sette, quattro e due anni, andò da Generoso con la prole a chiedere un piccolo aiuto, convinta che di fronte ai tre bambini l’uomo si muovesse a compassione. Generoso invece non solo non si mosse a compassione, ma cacciò la vedova dal suo ufficio in malo modo. Vedersela presentare insieme ai bambini per impietosirlo aveva scatenato in lui un rifiuto totale, perché si riteneva un usuraio integerrimo e non un laido approfittatore. Come avrebbe mai fatto quella povera donna disoccupata e con tre figli a carico a ripagare il suo debito, se non vendendo il suo corpo a lui o ad altri?

L’episodio passò di bocca in bocca e mentre in paese le brave persone si davano da fare per aiutare la vedova e i suoi figli, dalle stesse bocche iniziarono a uscirne di cotte e di crude su Generoso e la sua attività. Tant’è che dopo mesi di calunnie e mezze verità, Generoso si trovò isolato dalla comunità. La sua attività di strozzino continuava a rendere, ma l’impresa di pompe funebri, che tra parentesi era l’unica del paese, se la passava male. Sembrava quasi che la gente del paese avesse smesso di morire per fargli dispetto.

Generoso iniziò a desiderare e a pregare la morte che si venisse a prendere un vecchio, un operaio, un contadino, chiunque. L’importante era ritornare a lavorare.

Fu durante un piovoso giovedì pomeriggio, quasi sull’ora di chiusura, che accadde. Generoso era rimasto da solo, intento ad aggiornare la pagina social della sua attività, quando dalla strada gli arrivò l’inconfondibile rumore di una frenata a secco. Fece per affacciarsi fuori del negozio, convinto che ci fosse stato qualche incidente, magari un investimento!, ma prima di arrivare alla porta quella si spalancò per fare entrare il maresciallo Amore, comandante della locale stazione dei carabinieri.

E qui mi corre l’obbligo di presentarvi il maresciallo.

Il maresciallo Amore, come detto comandante della stazione dei carabinieri del paese, di nome faceva Sereno. Adesso ditemi voi a chi bisogna dare la colpa di questa scelta scellerata e immaginate cosa deve essere stata la fanciullezza, ma soprattutto l’adolescenza per uno che all’anagrafe fa Sereno Amore, o Amore Sereno, tanto è la stessa cosa!

Rubizzo, con i capelli di un biondo slavato a circondare una nuca precocemente desertificata dalla calvizie ereditata dal padre, leggermente sovrappeso – non date la colpa al maresciallo: qui da noi si mangia da dio! E poi, essendo il comandante della stazione non riuscite neanche a immaginare quante volte venga invitato a cena durante la settimana – due occhi scuri e lupigni, un’altezza limitata a un metro e sessantotto, ma irrobustita da due scarpe con i tacchi rialzati per non perdere d’autorità. E a coronare il tutto, una lingua capace di ferire senza il minimo ritegno (segno che le derisioni subite da giovane non erano di certo state tutte superate).

«Maresciallo! Che sorpresa. Ma è successo qualcosa là fuori?» disse Generoso.

Il maresciallo si tolse il berretto e lo poggiò su una bara in noce, lasciando che le gocce della pioggia scivolassero sulla visiera come lacrime, per andare a disperdersi sulla superficie laccata del legno.

«Non lo so e comunque non me ne sono accorto, ma vedrai che quando accadrà qualcosa tu sarai il primo a saperlo». Prese una sedia e si accomodò davanti alla scrivania. «Per ora non darti pensiero e fammi un caffè, per favore».

Generoso rimase inebetito un istante. «Caffè?»

«Certo, un caffè. Ce l’hai sempre la macchina espresso nel retro, vero?»

«Sì, sì. Certo che ce l’ho».

«Bravo. Allora fammi un caffè. Poco zucchero. Macchiato freddo. Anche un bicchiere d’acqua, già che ci sei. Frizzante, temperatura ambiente».

«Nient’altro?»

«Sbrigati. Dobbiamo parlare».

Generoso girò sui tacchi ed entrò nell’ufficio sul retro, che fungeva anche da archivio.

Era stupito, di più, come rintronato dal comportamento del maresciallo Amore. Quella sua arroganza non l’aveva mai digerita, ma soprattutto non capiva di cosa avrebbe dovuto parlare con il maresciallo. Era stato sempre molto attento con la sua attività di usuraio, anche se immaginava che la voce girava e da parecchio. Ma ci vogliono le prove, caro il mio maresciallo! E Generoso, da questo punto di vista, era convinto di trovarsi in una botte di ferro.

Aspettò che scendesse l’ultima goccia di caffè, poi spense la macchina espresso, prese una bustina di zucchero, una spatolina di legno e, insieme al bicchierino di plastica e al bricco del latte, portò tutto nell’altra stanza. Da sotto al bancone tirò fuori una bottiglia di Lete e riempì il bicchiere di plastica per il maresciallo, il quale continuava a starsene placidamente e beatamente seduto sulla sua sedia.

«Grazie», disse Amore, «ne avevo proprio bisogno», continuò prendendo bicchierino, zucchero e spatola dalle mani di Generoso. Si preparò il palato con il bicchiere d’acqua e macchiò il caffè. Una volta che ebbe finito di gustarselo, il maresciallo si guardò intorno. Generoso ebbe come la sensazione che Amore non ricordasse affatto il negozio, né di esserci già stato altre volte.

«Maresciallo», disse «ascolti, io non voglio certamente insegnare nulla a nessuno, figuriamoci poi a uno come lei, ma non le sembra il caso di verificare se la frenata di prima sia stata provocata da un incidente? Se fosse così, chiamiamo qualcuno, un’ambulanza…»

«E allora io che ci sto a fare? Già fatto, tutto a posto».

Generoso non riusciva a capire. Tutto a posto cosa? E in così poco tempo, poi? E infatti lo chiese.

«Ti ho detto che ho fatto tutto. Lo sai che per me la tempestività costituisce necessità assoluta. Cos’è, non mi credi?»

Amore si alzò, fece segno a Generoso di seguirlo verso la porta d’ingresso del negozio e infine uscirono sul marciapiede.

«Visto? Nessun incidente, niente di niente. Ti dispiace?», chiese Amore.

La strada era sgombra, lucida e nera. La pioggia aveva smesso di cadere e sull’asfalto si riflettevano le luci arancioni dei lampioni stradali. Nessuna traccia di auto, integre o incidentate che fossero, nessun passante curioso, né ambulanze. Ma neanche voci, rumori, un cane randagio a spasso: nulla. Sembrava la via di una città fantasma. Generoso era ammutolito e spaventato: che storia era quella?

«Vieni, rientriamo. Ti sei tranquillizzato adesso?»

Generoso apriva e chiudeva la bocca a scatti, gli occhi agitati che cercavano una conferma sul viso del maresciallo. Il quale, da parte sua, se ne stava appoggiato con un gomito alla bara dove aveva messo il berretto in precedenza e sorrideva tranquillo e placido.

«Io… io non capisco. Ma là fuori… Cosa è successo? Dove sono le persone?»

Il maresciallo Sereno Amore raccolse il berretto dal coperchio della bara e con un gesto del dorso della mano cacciò alcune gocce dalla visiera.

«Lo hai visto anche tu: là fuori non c’è nulla. Persone, cose, animali. Nulla.»

«È quello che volevo dire! Ma non è possibile!»

«Generoso, vedi di non darmi del bugiardo, è una cosa che non sopporto. Io non sbaglio mai e non lo dico per vantarmi. Tu neanche immagini quanti anni di esperienza io abbia, non ne hai nemmeno lontanamente idea. E ringrazia che adesso io debba andare, altrimenti ti avrei portato via con me.»

Il maresciallo si avvicinò alla vetrina. Fuori si era fatto ancora più scuro, l’aria era cambiata, era diventata fredda, ma sembrava che la temperatura fosse scesa anche nel negozio. Amore sembrò non accorgersene, invece Generoso rabbrividì. Provò anche a sillabare qualcosa, ma riuscì solo a boccheggiare come un pesce rosso. Poi finalmente riuscì a formulare: «Via con lei? E perché? Io non ho fatto niente».

«Questo lo dici tu.»

Sereno Amore tornò verso la scrivania, ma questa volta non si sedette. Rimase dritto e impettito, tanto da sembrare anche più alto del suo metro e settantasei (non è un errore, è il suo metro e sessantotto più il rialzo delle scarpe da otto centimetri), a fissare negli occhi il povero impresario.

«Mi stai rovinando il lavoro», continuò il maresciallo.

«Prego?»

«Per colpa tua, il mio lavoro langue. E allora ho deciso che anche tu devi soffrire».

«Colpa mia? Ma maresciallo, io non ho fatto nulla… non so neanche… insomma, io che c’entro?»

«C’entri, c’entri e adesso te lo spiego. Vediamo se sei così sveglio da riuscire a capire.» Amore si sedette nuovamente e proprio in quel mentre saltò la corrente elettrica, lasciando il negozio al buio, rischiarato per quel poco che poteva servire dalla luce di un lampione stradale.

«So che presti i soldi a strozzo. Zitto, fammi finire. Presti i soldi a strozzo e lo sanno tutti. Se solo fosse possibile, sarebbe anche il caso di legalizzare questa tua attività, ma già ci sono le banche, per cui… Sei un usuraio anche bravo… bravo adesso, diciamo che non chiedi interessi troppo alti e che sei accondiscendente se qualcuno non è puntuale con i pagamenti».

«Maresciallo, io vorrei…»

«Vorresti sederti, ma è meglio se resti in piedi, così sei più attento. E non interrompermi più. Dicevo, sei un bravo usuraio, comprensivo, ma questo mi mette in difficoltà. Quando tu presti i soldi, permetti alle persone di superare lo stato di disperazione che stanno attraversando. Ridai loro fiducia e anche questo fatto che tu passi sopra ai loro ritardi nei pagamenti, invece di mandar loro qualche esattore, farli picchiare, rompere qualche osso… Non va bene, non va bene affatto. Lo sai quante persone non si sono suicidate quest’anno? Avanti, dì un numero».

«Ma.. ma… mare… maresciallo, io…»

«Te lo dico io. Quattordici. Quattordici suicidi in meno, capito? Ho avuto quattordici corpi in meno da raccogliere. Ti sembra giusto? A me no, sinceramente. Il tuo aiuto non fa morire le persone. Adesso dimmi: perché mi stai facendo questo?»

Generoso era rimasto ipnotizzato dalla sfuriata del maresciallo, con gli occhi persi dentro a quelli del carabiniere. Adesso gli sembrò come di tornare a respirare dopo essere stato chissà quanto tempo sott’acqua, per poi accorgersi che tutto il liquido dove era immerso fino a poco prima non era acqua, ma pece. La figura di Sereno Amore sembrò riempire tutto il suo campo visivo, la pelle del maresciallo addirittura traslucida, al punto da indovinarne tutta la struttura ossea al di sotto.

«Non può dare la colpa a me se le persone hanno bisogno».

«No, certo che no. Ma posso dare la colpa a te se non si uccidono! E quindi ho voluto farti provare la mia stessa delusione, la mia preoccupazione. Da quanto tempo non hai clienti, caro Generoso?»

«Come, scusi?»

«Da quanto tempo non metti più nessuno in una cassa da morto. Ti sei rincoglionito, per caso? Saranno mesi, vero? Un anno? Più di un anno? E lo sai di chi è la colpa?»

Generoso si strofinò la fronte, gelida e sudata allo stesso tempo. «Maresciallo, io non ci capisco più niente».

«Mia. È colpa mia, sono io che non ti mando più clienti. Volevo farti capire cosa si prova. Ma tanto che te lo dico a fare, non capiresti.»

Generoso si guardò intorno alla ricerca di una candid camera. Tutto quello che stava accadendo, il discorso strampalato del maresciallo, il presunto incidente, la città improvvisamente deserta, tutto gli faceva pensare a uno scherzo di pessimo gusto.

«Ti vedo in difficoltà», disse Amore, «cos’è che non ti è chiaro?»

«Tutto! È da quando è entrato da me che non capisco. Non capisco cosa voglia, non capisco perché dice che è colpa mia se il suo lavoro non va. E poi non capisco chi le ha detto che presto i soldi a chi ne ha bisogno!»

Il maresciallo Amore si alzò, girò dietro la scrivania e si mise di fronte a Generoso, il quale avendolo adesso così vicino non poté fare a meno di notare l’odore dell’altro. Più che un odore, una vera e propria puzza, molto simile a quella emanata dal mezzo chilo di carne di cavallo che tempo prima aveva dimenticato in frigo per un mese. Amore, senza mollare un attimo lo sguardo, gli chiese: «Dimmi, tu sai che lavoro faccio?»

«Il maresciallo dei carabinieri! O devo pensare che mi sta prendendo in giro?»

«Eh no. No no no. Non ci siamo proprio, caro mio», rispose Amore. Poi si girò e ritornò verso l’ingresso del negozio.

«Cerca di capire», continuò, «tu mi vedi così, ma io non sono così. Il mio mestiere è molto più facile di quello dei carabinieri, anche se non nego che qualche volta mi aiutano. Tra un colpo di pistola e una raffica di mitraglietta…»

Fu come un lampo e anche se visivamente non accadde nulla, chiunque altro fosse stato presente in quel momento avrebbe di sicuro capito che Generoso aveva capito. Qualcosa nel suo portamento, un alzarsi di sopracciglio, un respiro trattenuto, i capelli che si rizzano sul collo, tutti indizi che avrebbero rivelato l’improvvisa illuminazione di Generoso. E se chiunque se ne fosse accorto, figuratevi voi se non se ne accorgeva il maresciallo.

«Vedo che hai capito chi sono, anche se ti ci è voluto un po’».

«Non ci posso credere… Lei… lei è…»

«Quante storie, Generoso. Ma se ci conosciamo da molto prima che tu iniziassi questo mestiere! Praticamente sono di famiglia! Possibile che non avevi capito chi ero? Devo dirlo per forza? Devo trasformarmi e apparirti come siete abituati a vedermi, con un lungo mantello nero, il cappuccio e la falce?»

Una rivelazione lapalissiana, capace di tramortire ciascuno di noi, quella di trovarsi faccia a faccia con nostra signora morte corporale. Figuratevi se Generoso poteva rimanere calmo e rilassato a quella dichiarazione. E infatti cadde “come corpo morto cade”, svenuto, dietro la scrivania.

Una serie di schiaffetti, due di qua e due di là, risvegliarono Generoso da un sonno senza sogni. Sbatté le palpebre più e più volte, infine mise a fuoco il viso che aveva davanti.

Il maresciallo Sereno Amore gli sorrideva.

«Cristo, signor Gagliardi! Ci ha fatto mettere una paura… Venga, si alzi, le porto un bicchiere d’acqua».

Generoso Gagliardi, che come vi avevo detto non era né gagliardo, né tantomeno Generoso, saltò su a sedere dando quasi una capocciata sul naso del maresciallo.

«Via!», urlò, «stai lontana da me! Vai via!»

«Ma che le prende? Forza, aiutami a metterlo seduto là sopra».

Il maresciallo e un carabiniere lo presero da sotto le ascelle e lo sollevarono di peso. Inutile dire che non fecero un grande sforzo.

«Capineri, resta con lui», ordinò il maresciallo al carabiniere, «io vado a vedere com’è la situazione là fuori».

Il giovane carabiniere portò due dita alla visiera e rimase di fianco a Generoso. «Glielo porto un bicchiere d’acqua?», chiese.

Ancora tremante, Generoso rispose: «Sì… sì, grazie. Ma cosa è successo?»

«Io e il maresciallo siamo arrivati poco fa. C’è stato un incidente qua fuori, una coppia investita da un furgone. Abbiamo ricevuto la chiamata mentre eravamo già fuori, per quello siamo arrivati quasi subito.» Riempì un bicchiere di plastica con l’acqua di una bottiglia e glielo porse. Poi continuò: «L’ambulanza è arrivata insieme a noi, ma credo che per quei poveretti non ci sia nulla da fare. Il maresciallo ha visto che il suo negozio era ancora aperto, così è entrato per sapere se c’era qualcuno che avesse visto quello che era accaduto. L’ha trovata per terra, mi ha chiamato e l’abbiamo soccorsa. Adesso come si sente? Va meglio?».

«Il maresciallo era già qui… Però non è il maresciallo…»

Il carabiniere si abbassò per guardarlo con più attenzione, mentre gli occhi di Generoso si muovevano preoccupati, senza mettere a fuoco nulla nel negozio. «No», disse il carabiniere, «non mi sembra che stia meglio. Aspetti qui, vedo se un medico può aiutarla».

«No!», urlò Generoso. «No, aspetti. Non voglio restare qui dentro, vengo con lei».

«Ne è sicuro? Guardi che lei è ancora sottosopra. Io non so quello che le è capitato, ma…»

«Mi faccia uscire di qui».

Generoso si alzò a fatica e appoggiandosi alle bare in esposizione arrivò fino alla porta del negozio, la aprì e uscì sul marciapiede, seguito come un’ombra dal carabiniere. E proprio davanti al suo negozio, in una sera limpida e senza nuvole, un carosello di luci rosse e azzurre balbettanti nell’aria come se fossero quelle di un luna park illuminavano un tratto della via, con un sottile rigagnolo di acqua e olio che la attraversava per arrivare, dopo una serie di anse, alla griglia di un tombino in prossimità della curva. Sull’asfalto giacevano due corpi parzialmente coperti da teli bianchi, mentre altri due carabinieri erano occupati a fare tutti i rilievi necessari. Seduto sul ciglio del marciapiede di fronte, un uomo dalla pancia prominente si reggeva la testa con tutte e due le mani mentre continuava a scuoterla, sconsolato.

«I coniugi Rapisarda. Li conosceva, signor Gagliardi?», lo raggiunse la voce di Amore. «Avrebbero festeggiato cinquanta anni di matrimonio giusto domani e invece sono morti tutti e due. Certo che la vita è così carogna, a volte».

«Maresciallo, se mi permette», disse Capineri, «è la morte a essere carogna. È lei che non sai mai quando arriva».

«Dici bene, Capine’. Hai proprio azzeccato, questa volta. Signor Gagliardi, tutto a posto?»

Il volto di Generoso aveva assunto un colorito grigiastro, terreo mentre boccheggiava, aspirando aria fredda a ogni boccata. Un medico si avvicinò al maresciallo per fare il punto della situazione, dopodiché Amore gli chiese di dare uno sguardo anche a Generoso.

«Il signore qui deve essere sotto choc, ma non sappiamo il motivo».

Ma prima che il medico gli si avvicinasse, l’altro fece uno scatto indietro.

«No», quasi gridò, «non voglio essere toccato. Lasciatemi stare» e rientrò di corsa nel negozio. Rimase così, fermo tra le bare in esposizione, con il respiro che faticava ad uscire e con lo sguardo perso nel vuoto. Poi mise a fuoco un particolare, piccolo, se vogliamo anche insignificante, ma che lo fece tremare di puro terrore: alcune gocce di pioggia sul coperchio di una bara in noce.

Visto che la storia è praticamente conclusa, è probabile che a questo punto vorrete sapere cosa è accaduto dopo e se tutto quello che vi ho raccontato è vero.

Cominciamo dalla seconda domanda. Assolutamente sì, è tutto vero. Magari i nomi che ho usato non sono proprio quelli veri – d’altronde, chi si vorrebbe chiamare Sereno Amore? – e forse questa storia non si è svolta neanche in Italia e l’impresario di pompe funebri non era tale, così come il maresciallo dei carabinieri.

Ma davvero ha importanza tutto questo? Quante volte abbiamo incontrato la Morte, probabilmente senza accorgercene, e non l’abbiamo riconosciuta anche se sapevamo che era lei, che era sua la mano che ci ha sfiorato?

Per il resto, cioè cosa è accaduto dopo quella sera, è presto detto.

L’incontro aveva segnato Generoso, lasciandolo pieno di dubbi e di paure. Quella sera scappò letteralmente dal suo negozio, davanti allo sguardo sbigottito del maresciallo e degli altri presenti, per rinchiudersi dentro casa dopo una corsa a perdifiato. Era talmente agitato che non riuscì a chiudere occhio. La mattina successiva aveva preso una decisione che gli sarebbe costata cara, ma che sperava gli avrebbe permesso di affrontare il futuro senza altri incubi.

Dal suo registro dei prestiti – come eufemisticamente lo chiamava – strappò e bruciò tutte le pagine degli insoluti, non prima di essersi segnato i nominativi di coloro che avevano ancora debiti con lui. Poi si recò da ognuno di loro per consegnare una breve lettera in cui dichiarava che il loro debito era stato azzerato e che lui, Generoso Gagliardi, nulla aveva più a pretendere in beni materiali e immateriali in secula seculorum.

Continuò così esclusivamente con la sua attività di impresario di pompe funebri, che di lì a poco ricominciò a funzionare come una volta. Le persone sembravano quasi impazienti di farsi mettere per l’eternità in una bella cassa di noce o di castagno tutta foderata in raso bianco e Generoso, come una volta, ricominciò a incassare persone e denaro.

La sua vita proseguì senza grossi intoppi e anche con diverse soddisfazioni, fino a quando non venne il suo turno di passare la mano, ma questo successe dopo poco più di quarant’anni da quell’incontro con la Morte e per colpa di un brutto linfoma. Non ebbe paura di incontrarla nuovamente, piuttosto era curioso di sapere sotto quale sembianze lei si fosse presentata quella volta. Ma questo, ormai, può saperlo solo lui.

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