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“La Sete” di Giovanni Lucchese (D editore)

In una città notturna, fatta per divorare i suoi abitanti, si aggirano, come vampiri d’amore Lui e Lei, entità potenti ma prive di nome, forse perché un nome non è sufficiente a distinguerli, loro, entrambi singolarmente, sono riconoscibili dalle loro profonde perversioni, dai loro desideri corrotti e sbavanti, la ricerca continua, incessante di una soddisfazione corporea che sembra priva di ogni forma di consolazione gentile.

Lui è un uomo che trova sfogo in altri corpi di uomini, nel sesso violento e brutale, dove il sapore del dolore è l’espressione più evidente di un piacere esplosivo. Nella sua vita esistono uomini con soprannomi, nessuno che, pare, significhi per Lui, qualcosa di più di un corpo da possedere e usare. Il suo legame fatto di dolorosa normalità è una visita settimanale alla madre anziana che declina verso la morte, in un hospice dove gli odori sono ristagni di vita, borotalco e candeggina, un posto che trasuda sconfitta.

Lei è una donna ricca, annoiata e crudele, ha un marito che chiama maialino, e passa il suo tempo a maltrattare domestiche, a comprare oggetti che rovina o getta dopo averli presi. In testa, martellante, l’eco di abbandoni e oltraggi. Una passione scomoda per i rifiuti umani.

Sono entrambi uniti da un filo di vicinanza a qualcuno che conoscono, un filo sottile e trasparente come la bava di una lumaca, anche se non lo sanno. Ma il loro legame è sotterraneo, invisibile, il legame dei sopravvissuti ai traumi, alla perdita devastante dell’innocenza, che ha reciso ogni legame con la serena accettazione della vita e del tempo.

Lui è l’unico che parla con la Sete, la sete che è il suo demone, che lo percorre e lo spinge ad uscire, anelante, ubriaco di desiderio, in cerca di avventure crudeli. Non importa che un dolce ragazzo che Lui, ostinatamente, chiama lo Zingaro, provi dell’affetto per lui. Niente importa se non il bisogno di calmare, almeno fino alla prossima volta, quell’arsura implacabile.

Eppure anche Lei è dominata dalla Sete, vittima della sua mancanza cronica di rispetto verso se stessa e verso le altre donne che la circondano, persa nell’allucinatorio bisogno di tenerezza materna e femminile, che, per un attimo, trova conforto nel corpo accogliente di Yewande, il cui nome significa “la madre che torna”. Sarà questo incontro con un corpo affettuoso che di colpo darà una sterzata alla vita disordinata di Lei, facendola andare incontro ai demoni, dissipando ogni forma residua di normalità nella sua vita.

Entrambi sono creature costruite di luminosa oscurità, come i protagonisti di Bret Easton Ellis, o di Palahniuk, poliedrici. Sono nati per spalancare la porta su una torbidezza frammista a un desiderio d’innocenza, inesausto, toccante e doloroso.

Ogni volta che qualcuno li sfiora innesca il loro bisogno di auto distruzione, che li porterà inconsapevolmente ad avvicinarsi.

Dove sei quando leggi queste pagine che ti immergono nell’oscurità senza fine, un laccio che ti stringe alla gola, che tu stessa ti sei procurata. Abiti i territori di una notte senza fine, un territorio artico dove fa sempre freddo, anche quando è caldo.

Ascolti i vibranti aneliti di quest’umanità perduta, che non smette di essere umana, anche se è estrema, e, in sorta di urlo d’amore tradito, non finisce di volere il Paradiso Perduto, dal fondo del pozzo crepato dove si trova. Per sua scelta.

Il loro incontro sarà sorprendente, senza svelare nulla. Restiamo appesi al filo sottilissimo e resistente al tempo stesso, di storie di persone che vivono addosso alla nostra apparente sobrietà, scombinando ogni equilibrio, per assemblarlo e ricomporlo in una nuova forma di ferita.

La mia vita è un pozzo nero. Una caduta che non finisce mai.

L’urlo che mi accompagna sempre.

È lei la bestia, la carestia, il diavolo rosso.

La sete.

Non puoi saziarla. Al massimo riesci a farla stare zitta quel tanto che basta per mangiare, fingere di lavorare e far credere agli altri di essere come loro.

La sete si è presa tutto ormai. Di me è rimasta solo la pelle e qualche chilo di carne attaccato a un mucchio d’ossa, nervi e cartilagine che si muovono alla continua ricerca  di qualcosa con cui nutrirla.

La conosco bene ormai, la sete. So che non mi lascerà mai, io e lei vivremo insieme ogni minuto e moriremo entrambi affamati.

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