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Intervista doppia: Larousse&Pavia

Di Gianluca Pavia ricordo un manoscritto con un titolo che faceva scalpore: Ucciderò Fabio Volo, diventato ora per la pubblicazione da parte della casa editrice Bestseller Books: Ucciderò l’editoria nazional popolare. Di Lié Larousse mi vengono in mente racconti e poesie di grande energia come la sua autrice, anche lei ora con la stessa casa editrice raccoglie i suoi nuovi versi nel libro La vita comunque. Stiamo parlando di non pochi anni fa e come spesso mi è capitato nella vita con tanti autori li seguivo come tutor, editor, o semplicemente come guardiacaccia di scrittura per proteggere il passaggio delle loro creature letterarie senza che venissero abbattute da qualche cacciatore di frodo. Altre attività, molte, hanno fatto nel tempo. Ma soprattutto me li ricordo sempre insieme, una coppia creativa circondata da un alone di lieve follia e di magia letteraria. Hanno perfino pubblicato un volume a quattro mani, Poker d’incubi (per Alter Ego) firmandolo con il nome collettivo di Due di Ripicca. Così mi è sembrato naturale realizzare con loro un’intervista doppia. Come quelle che si vedono in tv nelle trasmissioni un po’ trash? Beh, più o meno, ma questa non si guarda distrattamente, si legge.


Età, luogo di nascita, profumo preferito, quartiere preferito in cui vivresti?

LAROUSSE: Per sempre venticinque! Nata in un circo itinerante, il mio profumo preferito è quello dei ricordi belli, che sa di bucato appena steso e sughetto al basilico. Non ho un quartiere preferito in cui vivrei, ma tornerei a vivere al Trullo, nella stradina corta e profumata di gelsomino all’imbocco del pratone, dove abitavo con i miei nonni, se domani mattina svegliandomi li ritrovassi al mio fianco.

PAVIA: 35, Roma, il profumo preferito è la pelle di una donna e l’unico quartiere in cui vivrei è il mio: Ostia.

Narrativa o poesia?

LAROUSSE: Poesia tutta la vita, e tutta la vita alla narrativa.

PAVIA: Difficile scegliere, hanno entrambe i propri tempi e le proprie chiavi per accedere al cuore e all’anima. Direi che scelgo di volta in volta quello di cui ho bisogno.

Cosa pensi dell’editoria nazional popolare?

LAROUSSE: L’editoria nazional popolare è la plastica che venuta a galla nell’oceano inquina i nostri mari, la nostra vita. È l’isola di scarto umano al centro del mondo che sta rovinando la bellezza di quelli, che prima del suo arrivo, erano approdi incontaminati. È un’involuzione intellettuale dall’essere umano, che con il tempo sta mutando in una malformazione cromosomica, che mette al primo posto l’Io del proprio Ego per apparire maestoso e consciamente ignorante a scapito della conoscenza, della coscienza, dell’intelligenza stessa, in cambio di un mero riconoscimento di visibilità e nevrotica esaltazione. Tutto questo perché sempre di meno si ha a cuore l’amore per la letteratura, la storia, l’etica, ma si punta a fare numeri, credendo in una fama sempre più effimera, e siamo tutti più o meno coinvolti indifferentemente dal genere letterario che trattiamo. L’editoria nazional popolare è una corruzione letteraria che sta infestando piccole e grandi librerie, piccoli e grandi lettori.

PAVIA: Penso che spinga autori e lettori ad un appiattimento, omologando sia le scelte creative dei primi che i gusti dei secondi. L’ennesima contraddizione del mainstream, che da una parte esalta la diversificazione come espressione dell’individualità e dall’altra sforna sempre le stesse due o tre storie, cambiandone appena qualche dettaglio, puntando sulla stimolazione superficiale di emozioni spicce. Credo che i problemi siano due: la capacità critica dei lettori, assuefatti a ciò che gli viene venduto come “una buona lettura” e che idolatrano, spesso, senza averlo capito. Il secondo guaio sono gli autori disposti a sacrificare una parte di sé, o del proprio stile, per aderire ai canoni del nazionalpopolare in cerca di visibilità, di una spinta, più o meno istituzionale, che faccia schizzare le vendite e gli gingilli l’ego. Purtroppo è un fenomeno trasversale a  qualsiasi comparto dell’arte, indebolendo di conseguenza la nostra cultura, per questo dovremmo tutti pensare seriamente di uccidere l’editoria nazionalpopolare.

Cosa pensi della letteratura colta?

LAROUSSE: La letteratura colta è come il bon ton, non s’improvvisa, non s’impara in cinque mosse furbe descritte in libroni ben illustrati, e arzigogolati usi di parole desuete, deve appartenere alla cultura congenita dell’uomo prima ancora di essere letterato, allora è importante leggerla e studiarla, e soprattutto capirla, comprenderla, è per tutti coloro che le si avvicinano con umiltà. La letteratura colta è scritta da uomini e donne di cultura, questo significa vivere di studi, significa amare la parola ed esserne devoti, come il più bello dei nostri esempi: Leopardi! Nella nostra epoca abbiamo sempre una scusa per la nostra ignoranza, con la letteratura colta non lo possiamo fare, non si può essere impostori, non importa se si è lettori o scrittori, ricchi o poveri, non è per una determinata classe sociale o nicchia di autori come spesso sentiamo dire, la letteratura colta è per chi decide nella vita di dedicarle la vita, altrimenti se emulata sarà una forzatura, un libro mal scritto, un plagio di intenti, una maleducazione letteraria per il povero lettore, o casa editrice, che ci si imbatte.

PAVIA: Che è sempre stimolante, quando sincera e non forzata e tesa ad arrogarsi un ruolo, altrimenti corre all’antipodo del nazionalpopolare ma non se ne distingue molto.

L’autore preferito?

LAROUSSE: Dostoevskij, Aldo Carotenuto, Maria Rita Parsi, Leopardi, Guidacci, Raymond Carver, Leopardi, Baldelli, Carraro, Hugo, Mann, Benni, Gozzano, Foscolo, Goethe, Plath, Poe, Shakespeare, Woolf, Orwell, Bronte, Austen, Baricco, Pavia, Sartre, Simone De Beauvoir, Palomba, Maraini, Lamarque, Antonia Pozzi, Lalla Romano, Amelia Rosselli, Sibilla Aleramo, Elsa Morante, Dickinson, e nel mezzo di queste bellezze letterarie il mio dolce David Foster Wallace.

PAVIA: Come per la terza domanda, non puoi chiedermi di scegliere, non sono Sophie. Scherzi a parte, non posso dirtene uno solo, ma ti lascio un podio in ordine sparso: Palahniuk, Fante e Bukowski. Pirandello, Ammaniti e Wu Ming, se lo preferisci nazionale, senza il popolare.

L’autore più detestato?

LAROUSSE: CORRADO AUGIAS!

PAVIA: Anche in questo caso sono parecchi, ma ti stupiresti che la maggioranza non rientri tra le fila della “grande editoria” . Purtroppo sto imparando che l’editoria è molto sporca, tanto quanto  altri settori. Lo stesso vale per i “colleghi“.

Ironia o romanticismo?

LAROUSSE: L’iromanticia.

PAVIA: Ironia.

È più importante lo stile o la trama per chi scrive?

LAROUSSE: Sono importanti entrambi, come mangiare e bere, una cosa non esclude l’altra, certo ci si può mettere a dieta, saltare un pasto, un giorno bere di più, un altro quasi affatto, ma così facendo molto presto il nostro corpo smetterebbe di funzionare a dovere, questo vale anche per la trama e lo stile, e l’ottimale riuscita di un libro: lo stile è importante perché delinea la forma del linguaggio che usa lo scrittore rendendolo unico e riconoscibile, distinguendosi così nel mare dell’editoria; la trama fa sì che lo stile abbia terreno fertile per realizzarsi.

PAVIA: Nel momento esatto della scrittura, lo stile. La trama la capiamo solo finita la prima stesura, se siamo fortunati, e da quel momento possiamo lavorarci. Penso al mio ultimo romanzo, partito con una trama che dopo una cinquantina di cartelle iniziava a sfaldarsi. Poi, per fortuna, qualcuno, tu, mi ha dato una dritta su piccoli accorgimenti che hanno stravolto la trama che avevo in mente. In fondo scrivere un romanzo è un’avventura che non sai mai dove ti porta finché non ci sbatti il muso.

Qual è la cosa più importante che hai scritto, secondo te?

LAROUSSE: La cosa più importante che ho scritto è stata mettere in versi una dolcissima lezione di vita che quotidianamente mi educava mia nonna, si intitola .di mia nonna. , e recita così:

.non ricordo sai

di aver sentito dire mai
dalla voce di mia nonna
di cercare la felicità
o discutere e dubitare
sull’esistenza dell’amore,
l’amore è in ogni gesto fatto
per sé e per gli altri
nella vita di tutti i giorni,

la felicità è la costanza

nella quotidianità del viverlo.

PAVIA: Il mio secondo romanzo, appunto, “Ucciderò l’editoria nazionalpopolare”. Per quanto continuo con quella vena di cazzeggio che adoro, lo sento un lavoro più maturo del primo, in cui riesco a dosare fantasia ed esperienze biografiche, ironia e dramma, portando avanti la narrazione sui diversi piani: intimo, individuale e sociale.

Sapresti imitare lo stile narrativo del tuo compagno? (Se sì, mi riscrivi le prime cinque righe del tuo libro con lo stile che userebbe lui/lei?)

LAROUSSE: Non credo, ma la scusa è buona per fare un picciolo esperimento, e leggere cosa ne esce fuori:

“Era una notte buia e tempestosa, soprattutto nel cervello di Divo, spilorcio, maschio, trentenne, seduto in un ristorante New Age con Carina, un metro e settanta di pelle profumata, mora, occhi da stenderti dopo un incontro di pesi massimi e tu sei un peso piuma, e lei parlava parlava, e lui beveva beveva, domandandosi da quanto tempo durasse questa “new” nella New Age, e quanti altri messaggi avrebbe dovuto inviarle per un bell’incontro corpo a corpo, che ancora in verità non c’era stato, perché lei mica la dava via al primo venuto, quante cene ancora a base di vino scadente circondato da volti plastici, e vecchi tronisti incalliti, in ristoranti come questo, avrebbe dovuto fare finta di pagare? E per cosa poi? Per scambiarsi un po’ di saliva e una palpatina ad una terza poi nemmeno così abbondate? Basta! Avrebbe fatto la fame, ma non di certo la sete!
– Un altro giro per me ! –

Proseguì per altri due Campari Sbagliati, facendo finta di ascoltare la conversazione, diciamo più il monologo di Carina, fino a che si era alzato di scatto, ora gli urgeva un bagno, e una boccata d’aria fresca, così con l’accenno di un sonoro rutto annunciò alla bellissima Carina che sarebbe andato ad incipriarsi il naso, e quando lei gli indicò la toilette a sinistra, lui andò prontamente a destra, uscì dal ristorante, girò l’angolo e rubandolo ad un rottweiler pisciò soddisfatto,  non poteva più continuare a perdere il suo preziosissimo tempo in posti del genere, con gente del genere, lui un campione del pugilato di strada avrebbe preferito fare la fame per quella sera, così come per ogni sera da una decina di anni a questa parte, la fame come quella nel terzo mondo,  per lui, e per tutta la sua banda di scalcagnati amici, conosciuti una manciata di anni durante un incontro clandestino, tutti messi k.o.,Vile, Moana e Jack, tutti e tre fuori dal ristorante sbragati sull’unica panchina buona di tutto il litorale.

PAVIA: Ci provo, sperando che Lié non me la faccia pagare.

Ti ritrovi solo con il tuo acerrimo nemico nella vecchia stanza pregna di fumo ingiallito alle pareti decrepite. Ti manca l’aria mentre asciughi piano la fronte umida di sudore salato come le lacrime che a volte pizzicano le labbra nei giorni freddi di una città grigia. Le tue dita ossute scivolano sulla scura e compatta fedele compagna che ti sussurra leggera in un orecchio. Ti sussurra leggera la tua sete di vendetta, di sangue caldo dalle gengive che condensa una speranza di assoluzione quando sei tu il tuo primo carceriere e boia.

Finiamola qui che ci sto prendendo gusto.


La foto in questa pagina è di Sara Teodori

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