Contattaci |

+39 351 877 94 61

Orari: LUN – VEN 10:00/17:00 |

“I ragazzi di Cota Street” di Melissa Anne Peterson (Jimenez edizioni)

Il sogno americano è tramontato, finito, inghiottito da notti gelide e senso di fallimento sparso ovunque, con una consistenza spessa e molto più dura della glassa sulle frittelle o dello zucchero a pioggia sulle torte di mele. Al suo posto ci sono famiglie smembrate dalla perdita del lavoro, padri privati della dignità, adolescenti incinte che trovano nel consumo e nella vendita di droga un’occupazione e un posto nel mondo.

Nella grigia città di David, nello stato di Washington, vive la protagonista del libro, dove la sua voce spicca forte sullo sfondo disorientato delle voci dei suoi coetanei, tutti dolorosamente adulti prima del tempo. La famiglia di Vera Violet si è sfaldata con la perdita della casa ipotecata dalla banca, dopo che il padre ha perso il lavoro, e la madre è andata via, lasciando ad arrangiarsi il marito e i tre figli. Ognuno di loro tenta di sopravvivere come può.

Vera Violet e Colin lasciano la scuola, mentre Mima si trasferisce nel seminterrato di una chiesa, sperando di ottenere una borsa di studio per meriti sportivi, e l’ingresso in un sistema di valori cristiano ed equilibrato la porta ad allontanarsi dai suoi fratelli più giovani.

Gli altri due finiscono con il creare famiglie alternative, alla ricerca di un centro che li nutra e li protegga.

Nel quartiere di Cota Street c’è di tutto, ragazzine vittime di incesto e violenze, ragazzi legati ai suprematisti bianchi, e ci sono pallidi fantasmi intontiti dalla droga, che fanno dei loro corpi spossessati il loro principale bene di scambio.

Vera inizia la sua convivenza con il diciottenne Jimmy James Blood, si prende cura del bambino che lui ha avuto a 15 anni da una ragazzina salvadoregna instabile e gentile, inizia a disegnare tutto quello che le manca, tutto quello che tocca o che vorrebbe toccare. Quello che lei cerca sembra averlo trovato in una vita sospesa e disperata, già finita prima ancora di iniziare. Il confine con il mondo per lei sono gli anfibi a 14 buchi color sangue di bue di Jimmy James, la sua testa rasata e la sua banda.

Tutto cade e precipita quando la cugina di Jimmy James, Annie, e miglior amica di Vera Violet, muore per overdose, e il sangue sul tappeto e i denti fracassati fanno pensare a una morte violenta. Il fragile equilibrio di Cota Street implode e lascia tutti i suoi abitanti orfani e disperati.

Vera parte per il Missouri e inizia ad insegnare a bambini con situazioni familiari problematiche non dissimili dalla sua. Il suo passato è un’onda torbida color petrolio, una medusa gigantesca e urticante che la tocca per marchiarla e lasciarle segni rossi di ferite destinate a rimarginarsi dopo moltissimo tempo.

Ogni tanto qualcuno pensa di farcela, come Monique, la ragazza di Colin, che, incinta, decide di iniziare una scuola d’arte. Ma sono tutti ragazzi scollati, inadatti a vivere vite fatte di cose normali, come una cena in un fast food, e le risate che non siano frutto di sballi da metanfetamina o metadone che rende il palato secco e amaro. Le loro madri, quando restano a prendersi cura di loro, hanno in faccia i segni dei pugni dell’ultimo uomo che ha lasciato un avallamento nel loro letto e bottiglie di birra scadente come soprammobili nelle roulotte circondate da sacchetti di rifiuti e cani randagi. Vivono di sussidi, le facce piene di rughe già a 30 anni, con figli adolescenti e altri neonati, nessun senso di futuro che riesca ad alleggerire il presente. Non riescono a trovare un buon motivo per dire di no a un bacio che potrebbe essere un morso, una anello che può essere una catena o un buono sconto per le offerte speciali al supermercato. Sono esauste, sono state fraintese e ingannate molto tempo prima, l’innocenza perduta da non valere più nemmeno la pena di ricordarla.

La voce potente, a tratti lirica, di Vera Violet, racconta la vita di questi adolescenti americani, lontana da ogni riferimento patinato della Beverly Hills degli anni ’90, e tutto quello che viene narrato su carta è una serie di urla frammiste a singhiozzi, di chi, nato senza possibilità, sa già di non farcela. Restare vivi sembra già un buon inizio. E ognuno in fondo ha bisogno di brillare per un attimo nel buio, prima di essere consegnato all’oblio. La storia è l’eredità data a chi sopravvive.

Mentre crescevo imparai ad amare mio padre in un modo diverso. La sua effimera esistenza lo rendeva transitorio. E forse proprio per questo io amavo Jimmy James Blood ancora prima di averlo mai visto. I tratti del suo volto e il suono della sua voce non contavano. Mi piaceva quello che accadeva quando gli altri ragazzini di Cota pronunciavano il suo nome. I loro occhi si illuminavano e i loro sorrisi mettevano in mostra i denti guasti. La spossatezza e l’umiliazione sparivano dalle loro facce. Per un istante erano orgogliosi. Finalmente, la loro stessa esistenza non era un peso.

Lo vidi una sera d’estate, gli scarponi piantati con ferma arroganza sull’asfalto di una morente città industriale. Era immobile nel parcheggio dell’All Night Diner. Mi guardò dritto negli occhi e annuì come per darmi una conferma. Ovviamente era il ragazzino guerriero del parco giochi di tanti anni prima. Cresciuto e sogghignante. Ricordava tutto.

Le nostre intenzioni giacevano nude e urlanti nel sangue appena nato, di un rosso brillante.

× Dubbi? Chatta con noi