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Massimiliano Gizzi: “Quando devo scrivere spengo la luce e i mostri vengono a trovarmi”

Esce giustamente con la casa editrice Nero Press uno dei romanzi più neri che ho visto scrivere negli anni, La ragazza che non sapeva piangere di Massimiliano Gizzi. Nero per le atmosfere, per la presenza dell’oscurità, per il fatto che il buio gioca una parte decisiva nella storia (durante le prime stesure il titolo è stato per anni Paura del buio). Ma anche un romanzo con un gruppo di protagonisti giovanissimi che – cosa abbastanza rara – non ne fanno una storia per adolescenti, ma una vera avventura nell’incubo. Accompagnata da una colonna sonora di alto livello e da un mare di citazioni pop che invece di abbassare la tensione sono sistemate a bella posta per renderla più coinvolgente per chi legge. Su tutti i personaggi del libro svetta lei, Carotina, che ha un soprannome così tenero che quasi non t’aspetti quanto possa essere decisiva nelle scene più toste. Che poi Massimiliano, a dispetto di quello che scrive e dei mostri che vengono prodotti dalla sua fantasia creativa, è un ragazzo gentile, molto disponibile, sorridente. Quindi non ho avuto (troppa) paura nell’avvicinarmi per intervistarlo…


Carotina, la protagonista, la ragazza che non sapeva piangere, dà anche il titolo al romanzo, chi è?

Carotina è una ragazza di diciassette anni che, è evidente da subito, è piuttosto problematica. È molto intelligente, ma è anche troppo istintiva, si fa trascinare da un indole violenta con tendenze autodistruttive, è molto giovane ma ha un rapporto disinibito col sesso, ha un ragazzo fisso (Claudio) ma ha avuto anche un amante molto più grande di lei, non ha problemi a infrangere la legge, partecipare a risse o atti di vandalismo. Ma Carotina è anche molto creativa, studia sceneggiatura e sogna di scrivere per il cinema. Soprattutto però, ha un senso della giustizia molto forte, che probabilmente è alla base del disturbo per il quale non riesce a piangere, certo è una giustizia alla Carotina, ha le sue regole, del tutto personali, non è una visione della giustizia che i più possono apprezzare, ma è sua e lei ci crede.

Perché hai pensato di farne l’eroina della storia? Perché oggi al pubblico piace l’intrepida ragazza che si scontra con il mostro? 

In realtà non l’ho pensato, io in origine volevo dare lo stesso spazio a tutti e tre i personaggi principali, anzi, in una delle prime versioni ogni capitolo veniva raccontato in prima persona a turno da tutti e tre, è stato un fallimento. Ma Carotina è prepotente e, per fortuna, lo è stata anche con me, piano piano, mentre scrivevo e la storia si sviluppava, lei ha preso sempre più forza, sempre più spazio e alla fine era diventato evidente a tutti, a me e agli altri personaggi, cattivi inclusi, che era lei la vera protagonista.

Non so se al pubblico piaccia l’intrepida ragazza che si scontra con il mostro, ma a me sì, è un genere di personaggio che mi ha sempre esaltato nelle storie e devo dire, non se ne trovano così tante, penso a Colomba di “Dante e Colomba” una bella trilogia di Sandrone Danzieri, una coppia di investigatori dove Dante è la mente e Colomba i muscoli, penso all’ispettrice Grazia Negro di Lucarelli ma, almeno nella narrativa italiana, la figura delle “ragazza con le palle” non è stata ancora pienamente sdoganata. A me invece piace moltissimo, rimango sempre molto affascinato quando trovo personaggi femminili che possono tenere testa al mostro, quanto o meglio di un uomo. Su questo, ad esempio, gli anime giapponesi sono parecchio avanti, con versioni di eroine meno stereotipate di quelle dei film americani, basta pensare ad opere come “Kill la Kill”, “Black Lagoon” o “The promised neverland” e alla forza dei loro personaggi femminili. Ecco, quando ho penso a Carotina penso a quel genere di forza.

Nella storia l’oscurità ha un ruolo decisivo. Cos’è per te il buio?

Il buio è qualcosa che mi fa paura, io sono un adulto che scrive, legge e guarda horror, ma che quando va in trasferta per lavoro, in hotel dorme con la luce del comodino accesa.

La mia mente funziona un po’ come quella di Carla, altro personaggio del romanzo, che ogni volta che rimane al buio pensa automaticamente alla cosa che la terrorizza di più e poi si convince che è proprio davanti a lei. Nel romanzo si filosofeggia molto sul buio, soprattutto Andrea Neri, il cattivo principale, con le sue teorie sulla “luminanza zero” e le dimensioni di ombra e luce, ma sono per lo più elucubrazioni mentali, come più di una volta dice Claudio (in modo molto più esplicito), la verità è che questo romanzo nasce perché io sono come Carla e quando devo scrivere spengo la luce ed è solo così che i mostri vengono a trovarmi.

Per scrivere il romanzo hai fatto leva sulle tue paure, o hai pensato a quelle che avrebbe provato il pubblico dei lettori?

Sicuramente faccio leva sulle mie paure, non posso immaginare che cosa spaventa il pubblico senza chiedermi cosa spaventa me, come non metto una battuta se non mi fa ridere. Soprattutto voglio scrivere qualcosa che mi piacerebbe leggere, ogni tanto cerco di mettermi a rileggere le mie bozze facendo finta che le abbia scritte un altro e quando mi ritrova a pensare: “va bè, ma questo è una pippa”, allora butto tutto e ricomincio.

Quanto tempo hai impiegato dall’abbozzo dell’idea alla pubblicazione?

Eh… questa cosa potrebbe sembrare imbarazzante. Una vita. Cinque anni più o meno. Ho cominciato a pensare a questa storia un anno prima di iniziare il corso di scrittura del romanzo con te, mi cresceva dentro mentre partecipavo ai livelli precedenti, tra un racconto breve e un altro. Quando ho cominciato a scrivere la prima stesura ho avuto un paio di false partenze, una in particolare è stata dolorosa, avevo già scritto un centinaio di pagine, ero in biblioteca e a un certo punto ho avuto una specie di crisi, quello che scrivevo non mi sembrava più credibile. Ho cominciato a sfogliare libri a caso per capire com’era fatto un libro vero, come se non sapessi più riconoscerlo. Poi vi ho mandato una mail che diceva più o meno: “non mi odiare, io ricomincio da capo”.

Alla fine tra prima e seconda stesura ci ho messo quasi tre anni. Poi è arrivato il momento di cercare un editore. Le pubbliche relazioni non sono cose per me. L’ho mandato a pochissime case editrici. Intanto avevo partecipato al Calvino, dove, voi mi avevate messo in guardia, il mio genere di romanzi non aveva nessuna possibilità, infatti non vinsi niente ma ricevetti un ottima scheda di valutazione dal comitato, cosa che mi diede la spinta, dopo un anno, per fare ancora un altro tentativo di propormi. Una cosa mi era chiara, non volevo fare auto pubblicazioni, non per una sorta di snobismo, ma perché sentivo il bisogno che un editore, qualcuno del mestiere, mi dicesse: “guarda, mi hai convinto, per me vale la pena investirci”. E alla fine è successo, grazie alla Nero Press, che oltre tutto era proprio la casa editrice che mi aveva sempre affascinato molto quando la incontravo a “Più libri, più liberi”. La Nero Press non accetta manoscritti da esaminare sempre, fanno questa cosa della Black Window, che ogni tanto si apre e hai 48 per inviare il manoscritto da presentare. Così quasi due anni dopo aver finito il libro, partecipai alla Black Window e mi selezionarono. Dopo qualche mese ricevetti una mail che diceva semplicemente: “Il suo romanzo è stato selezionato per la pubblicazione”, mi alzai dal computer senza dire una parola a nessuno e mi aprii una bottiglia di vino.

Il tuo è un romanzo di pura adrenalina, o almeno così appare al lettore, ma nasconde anche un “messaggio” che volevi esprimere, sulla società, la cultura, ecc.?

Non scrivo mai pensando a un messaggio. Io faccio narrativa, voglio divertire chi mi legge e divertirmi mentre scrivo. Detto questo, il messaggio, anche se non lo cerchi alla fine arriva e mentre scrivevo mi rendevo conto che il mio era un racconto sull’empatia, sul mettersi nei panni di tutti i personaggi per rendersi conto che non esiste nessuno veramente cattivo e nessuno veramente buono, siamo tutti sfumature, più o meno marcate, che oscillano tra luci e ombre.

Non temi che il personaggio del serial killer schizofrenico sia ormai una figura abusata dall’uso che se n’è fatto in troppe storie? C’è qualcosa che lo può rendere ancora “interessante”?

Certo che sì, il serial killer schizofrenico è sicuramente visto e rivisto. Non è neanche l’unica figura “abusata” di cui mi servo, i cliché che trovate nel libro io li ho cercati tutti, uno per uno, sono tutti fortemente voluti, la scommessa che avevo fatto con me stesso, da subito, da quando ho cominciato a scrivere questa storia, era quella di usare tutti i cliché del genere ma di usarli nella forma più originale possibile, ridicolizzandoli a volte, accentuandoli all’estremo altre volte. La ragazza che non sapeva piangere è sicuramente un horror ma è anche pieno di umorismo, e l’umorismo in questo libro, se ci fate caso, è sempre legato alla ridicolizzazione o all’estremizzazione di un qualche cliché.

I giovani protagonisti della storia, chi sono, li conosci?

Carotina, Ciccio e Claudio. Si li conosco. Ognuno di loro ha dentro un po’ di me, un po’ delle persone a cui voglio bene e un po’ delle persone che non sopporto (queste ultime sono state fondamentali nella creazione dei personaggi). Cerco sempre di evitare personaggi preconfezionati, che magari vengono da ricordi di altri romanzi, di film o altre storie. I miei personaggi devono essere solo miei, e l’unico modo che conosco per farlo è di comporli con  frammenti di persone che conosco.

Ci sono molti riferimenti a manga, fumetti, cinema, canzoni. Quali sono i tuoi cult?

Qui potremmo starci delle ore, cult è una parola di cui abuso parecchio. Quelli che nomino nel romanzo sono veramente una minima parte delle cose che “venero”. Per me libri, film, cartoni, videogiochi e musica sono cose serie. Anche se nel libro mi concentro sulla cultura pop anni 80 e 90, adoro moltissime cose contemporanee, per dire, al momento il mio film preferito in assoluto è Parasite. Non sono affatto un nostalgico come si potrebbe pensare leggendo il libro, anzi, sono convinto che più si va avanti e più la cultura pop evolva, non sono per niente d’accordo con chi pensa che sia morta vent’anni fa. Ma ho pensato che questa tonalità vintage a Carotina stesse particolarmente bene. Lei sì che è nostalgica e lo è di un periodo che lei non ha affatto vissuto avendo 17 anni. Ho conosciuto molte persone giovani con questo mito del periodo in cui sono cresciuto io, mi hanno sempre affascinato e ho pensato che ai miei protagonisti questo tratto sarebbe stato bene.

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