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Tea Ranno: “Ho trovato un posto in cui amo abitare”

Quando una storia va oltre la sua prima apparizione nel mondo letterario, perché il primo libro che ne nasce non riesce a contenerla tutta, non succede solo che viene pubblicato un altro volume con la stessa atmosfera. Quello che accade è che i lettori ne vogliono di più. Tea Ranno, autrice ormai di diverse prove romanzesche riuscite, con un seguito di appassionati che la cercano e la trovano in libreria, si è ritrovata nella fortunata situazione di aver come partorito una parola (che non è nuova ma lei l’ha fatta sua) l’Amurusanza, che contiene oltre a molte altre suggestioni fiabesche e solari pure la capacità di tessere una trama tra lei e chi legge i suoi libri. Qui trovate l’intervista che ci ha concesso più o meno un anno fa in occasione dell’uscita del libro che portava quel nome nel titolo: L’Amurusanza, appunto (Mondadori 2019). E invece adesso ecco le domande e le risposte che ci siamo scambiati in questa nuova occasione, l’uscita di Terramarina, sempre edito da Mondadori.


Ancora un altro capitolo della tua vita di scrittrice dedicato all’universo creativo dell’Amurusanza, hai trovato un fiume che scorre inarrestabile?

Non solo, Paolo: ho trovato un posto in cui amo abitare. Entrare nel mondo di Agata la Tabbacchera significa tornare a casa, in quella che ormai mi piace chiamare “Terramia”, una contrada in cui realtà (Melilli, il mio paese d’origine) e invenzione si fondono, dando vita a un borgo che esiste solo nella mia mente e nei libri che lo accolgono: un luogo che possiede caratteristiche emotive che ne rendono possibile la trasfigurazione e anche perciò me lo rendono più caro.

Altro motivo di permanenza in questo “fiume”, è la compagnia di personaggi che sono diventati persone, esseri che mi stanno intorno intanto che vivo. È una sorta di allucinazione continua per cui Lisabetta l’erborista, per esempio, è al mio fianco mentre vado per campi a cogliere erbe, o Sarino Motta, il Rustico, è l’amico che mi capita d’invocare a conforto nei momenti in  cui mi prende la paura (questo Covid è nemico così insidioso da tenermi perennemente inquieta), Toni Scianna è il “dotto” che si palesa non appena apro un libro di versi o prendo a ragionare di letteratura. Si tratta di presenze tanto più concrete quanto più aderenti a un certo mio modo di sentire. E se dico che di Toni Scianna o di Sarino Motta “sono innamorata”, lo dico con convinzione, perché, quando penso a loro, è davvero un’emozione grande che mi prende, in quanto evocano – tra l’altro – persone che hanno avuto una grande importanza nella mia vita.

Mi ha colpito subito l’epigrafe: “A Terramarina vado abitando / quando non sono sveglia / e neppure dormo”, è l’essenza della letteratura? Ed è anche un riferimento shakespeariano?

È quella condizione privilegiata in cui la mente si svincola da sogno e realtà pur restando intrisa di essi: una sorta di “sogno guidato” dove razionale e irrazionale si sposano magnificamente e generano visioni che si traducono in scrittura. Credo sia l’essenza della letteratura, sì.

Di shakespeariano non c’è molto: quando ho scritto l’epigrafe, pensavo al mio stato di dormiveglia, al discrimine labilissimo tra vita e sogno che pullula di creature straordinarie e luoghi “magici”, ma anche al mio essere una terramarina: marina in quanto isolana, terranea perché salda nelle mie radici che affondano nei Colli Iblei – le colline di cui molto, soprattutto in “Sentimi”, ho raccontato -, dunque una sorta di ibrido terracqueo che mi piace tradurre in scrittura.

 La tua lingua, le tue storie, la tua terra, formano un universo ormai compatto, unito, fatto di magia e antica energia millenaria, creatrice. Sembra proprio che ti venga naturale scrivere così ormai, è vero?

 Sì, mi viene naturale. Perché, appunto, vivo lì, in quell’universo in cui lingua, ricordi, sapienze, senso di accudimento e accoglienza, compartecipazione del dolore degli altri diventano realissimi e si nutrono della vita che, minutamente, nella quotidianità, vado vivendo. Tra il mondo di dentro e il mondo di fuori c’è un rapporto osmotico continuo: il fuori regala al dentro la verità della vita, il dentro regala al fuori la leggerezza, la fantasia, gli strumenti per arginare il dolore quando si fa troppo forte.   

La scommessa fortissima con me è quella di uscire – prima o poi – da quel mondo e tentare lingue e strade diverse, anche se per ora le storie che urgono sono tutte impregnate di Terramia.

La Sicilia è terra di scrittori di successo e anche tu sai ben dosare il siciliano con l’italiano per dare vita alla tua voce narrante. Secondo te c’è nel dialetto siciliano ancora un fondo potente che non pare usurato come quello romano (forse troppo usurato dal cinema e dalla televisione), né così popolare come quello napoletano?

Faccio una premessa: il dialetto siciliano, a cui non ho prestato attenzione finché ho vissuto in Sicilia, ha assunto un’importanza vitale nel momento in cui dalla Sicilia me ne sono andata: una partenza che, sorprendentemente – a Roma ero ben felice di trasferirmi – fu strappo, nostalgia grande, per cui tutto ciò che significava “casa” all’improvviso assunse un significato di mancanza, di distanza forse impossibile da sopportare. Mi salvò la scrittura: posai Sicilia e dialetto sulla pagina e presi ad abitarvi.

Tutto ciò per dire che la scelta del dialetto nelle mie storie non è stata ragionata: lo utilizzo perché connota luoghi e persone, perché è la cadenza – la parlata – che sento quando scrivo i miei personaggi. Nelle mie storie funziona, ed è il dialetto vero di Melilli, non un pastiche di cui mi servo per rendere più accattivante un testo. Dunque non so se, in generale, il siciliano risulta potente perché non troppo logoro o popolare, io lo frequento perché è la lingua che si parla in Terramia.  

Mi sembra che la tua vita di autrice sia accompagnata dal favore di molti lettori che amano mostrarsi sui social mentre leggono o mostrano i tuoi libri. Che rapporto hai oggi con i social network?

Uso molto facebook, è diventato – soprattutto di questi tempi – un “luogo di respiro”, il posto in cui – tra una pagina e l’altra di scrittura o di lettura, tra una incombenza reale e un incontro virtuale – vado a cercare amici, seminare parole, inventare storie, condividere emozioni. Ed è davvero un pezzetto di quella “casa di sentimento” di cui talvolta mi piace parlare, perché le persone che frequento su facebook sono belle, intrise di libri e di scritture, di storie, di cunti e di magia, perciò risuoniamo, perciò ci capiamo e ci confrontiamo.

Chi è la “signora col taccuino”?

Una parte di me, la disubbidiente, quella che – nonostante gli innumerevoli tentativi di soppressione in fase di editing – resiste a ogni sforbiciata e resta lì, a dare conto di sé, una sorta di impronta digitale, un modo per dire: “Ci vivo pure io qui, tra le pagine, e ci vivo molto bene”. Anche perché quella signora è talmente complice dei personaggi che non ne vuole sapere di separarsi da loro e a loro si frammischia, soprattutto quando vuole immettere nella narrazione una briciola di onniscienza.   

C’è della magia, un’atmosfera quasi fatata, un cielo talvolta stellato che sembra finto, un paese che appare come un presepe? È anche una fiaba?

Sì, è una fiaba. Volevo scrivere una storia di Natale e ho usato tutta la simbologia del Natale: da Maria (la quindicenne che partorisce in terra forestiera), ai pastori (il popolo tabbacchero), ai Re Magi (quelli dei tabbaccheri che offrono subito sostegno economico alla Bambina), al prodigio celeste, che non è una stella cometa ma uno straordinario sbocco di fuoco dall’Etna, che giunge al cielo e l’imporpora come di una nuova alba, un nuovo giorno che tutti vivranno.

In Terramarina mi sono divertita a inventare situazioni che rendessero possibile l’attuarsi del miracolo, del favoloso, di quella magia che spesso siamo soltanto in grado di sognare, e non di sperare con tutta la forza di cui siamo capaci. Natale è festa di bambini, di sogni, di illusioni, di propositi che forse non saranno mantenuti ma che intanto si fanno. E io volevo sognare. E ho sognato. Anche se poi, però, la vita si presenta coi suoi aghi e le sue spine, dalle quali il sogno non sempre ci difende.

Che ne pensi? Come domanda un personaggio nel libro, “Ognuno ha la Terramarina sua”? Tocca a tutti?

Ognuno ha la sua Terramarina, perché Terramarina è la meta di speranza che ciascuno porta in cuore. Se la cerchi per davvero, se davvero vuoi trovarla, ci riesci. È questione di tempo, di volontà, di forza, di fiato, di fiducia nella sorte e soprattutto in te stesso.

Verso la fine scrivi: “Vi pare a voi che ci può essere lieto fine”? Una storia deve per forza finire male oggi per essere apprezzata dai lettori?

No, oggi è forse il contrario, si apprezza il lieto fine, si amano le storie con un finale aperto: il presente che stiamo vivendo è troppo duro, la mancanza di respiro sta diventando anche metaforica: chiusi in casa, separati, mascherati, igienizzati ci ritroviamo ad annaspare, e allora bene le porte e le finestre che idealmente si spalancano.

Terramarina, tuttavia, per quanto fiabesca, per quanto magica, è una storia aderente alla realtà, e nella realtà non sempre c’è il lieto fine.

Però poi le ultime frasi sono come un canto perfino gioioso, com’è possibile?

È possibile perché non mi voglio precludere la speranza. Perché desidero poter attraversare il dolore, la perdita, la mancanza e mantenere accesa una possibilità di felicità.

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