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Patrizia De Luca: “Il titolo del libro di un esordiente è come il sorriso sul volto di uno sconosciuto”

Difficile esprimere la soddisfazione che ho avuto nell’appendere che la casa editrice e/o avrebbe pubblicato il romanzo di Patrizia De Luca intitolato Tettagna. Ho seguito Patrizia nella prima stesura di questa storia che secondo me era molto promettente, colma di magia popolare, di fascinazione potente, di vita e amore, di nascite e morti. Un romanzo scritto con una lingua molto accurata e personale, ma anche capace di mostrarci senza cadere nell’ideologia un mondo dove in mano alle donne c’è un potere che gli uomini possono solo subire. Un potere molto femminile che somiglia, rovesciato, al dantesco Amor che nullo amato amar perdona… Insomma, mi stupivo che non vedesse la luce, in senso editoriale, e sotto sotto me ne crucciavo anche un po’ – come accade sempre per i libri che secondo me meritano la pubblicazione ma che non arrivano in libreria per qualche misteriosa ragione dovuta alla fortuna, al mercato, ai gusti del pubblico. Quando ho visto che Tettagna ce l’aveva fatta, ho pensato che mi sarebbe piaciuto scambiare di fronte a voi, gentili lettori di Genius, qualche chiacchiera letteraria. Immaginate le nostre facce soddisfatte (la mia quasi quella che faccio quando sono sul punto di gustare qualche ghiottoneria!).


Prima di tutto ci diverte e ci colpisce il titolo, Tettagna, che impressione hanno avuto i lettori? Più di divertimento, di tenerezza o di provocazione?

Il nome della collina è  stato percepito, ad oggi,  come la promessa di un’esperienza oltre i canoni dell’ordinario, e in effetti  il titolo del libro di un’esordiente è proprio come il sorriso sul volto di una persona sconosciuta.

Hai voluto apparentemente rovesciare il rapporto storico uomo-donna, qui la donna è forte, mentre l’uomo è debole. L’hai fatto consapevolmente o la trama ti è venuta così, senza programmarla?

Non parlerei né di uomini deboli né di donne forti. L’esercizio che ho cercato di fare scrivendo Tettagna è stato quello di  dare al seno di un gruppo ristretto di donne, le tettianesi, il più pericoloso dei poteri esercitati dai maschi:  la violenza mortale della forza fisica. Tuttavia nel libro come nella realtà, il potere decisionale vero è quasi totalmente in mano agli uomini e  le donne  continuano a comportarsi con  la medesima sensibilità maturata dopo millenni di sottomissione e inconscia adesione all’unico modello di vita offerto: quello patriarcale.

La trama ha preso forma seguendo le intuizioni creative e non la sequenzialità di un ragionamento logico-deduttivo. Mi sarebbe piaciuto l’inverso, perché mi avrebbe consentito l’individuazione di uno schema migliorabile e replicabile della mia scrittura narrativa.

In Tettagna è solo l’amore ricambiato da una donna che permette la sopravvivenza dell’uomo che la ama, credi che chi perde l’amore possa davvero impazzire (e poi addirittura morire, come succede nella storia)?

Le statistiche certificano che la fine dell’amore non rappresenta  una significativa causa di morte naturale, probabilmente ognuno di noi può testimoniare che si sopravvive alle atroci sofferenze delle delusioni sentimentali.

Ma le statistiche ci raccontano anche la tragica consistenza numerica dei femminicidi, molte donne vengono uccise per aver osato esercitare il diritto di interrompere una relazione d’amore. È tremendo. In concomitanza con  la giornata  internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che viene celebrata il 25 novembre,  penso che nessuna di noi possa dirsi al sicuro; al di là dell’inoppugnabile distinzione tra vittima e carnefice – che pure talvolta la narrazione dei fatti appare voler capovolgere – spesso mi capita di costatare che molti degli assassini per tutto il resto della loro esistenza si sono comportati come persone “normali”, come “normali” ci appaiono quasi tutti i comportamenti umani che ordinariamente non scandagliamo con il microscopio delle perizie psichiatriche.

Cosa è successo a questi uomini? quale meccanismo ha generato il loro comportamento?

Siamo sommersi da immagini di cosa sia “la perfezione” a cui dobbiamo tendere, nell’aspetto esteriore, negli oggetti che dobbiamo possedere, nelle esperienze che dobbiamo vivere, tutte cose che nella gran parte dei casi non possiamo ottenere, tranne una: essere parte di una coppia. Nessuno di noi riesce ad associare un volto e un corpo al responsabile del fatto che ci siamo dovuti accontentare di  un lavoro che non corrisponde per niente alle nostre aspettative o attitudini, così come  non possiamo trovare il colpevole del fatto che dobbiamo usare i nostri soldi  per pagare le bollette e non per acquistare  il biglietto della vacanza perfetta in una località turistica da dove è possibile postare foto che dimostrano che viviamo di notte ballando  nelle discoteche frequentate dai VIP. Quando però subiamo la fine di un progetto sentimentale, a differenza di tutte le altre circostanze frustranti della vita,  siamo sempre  in grado di associare  un corpo e un volto alla persona che ci sta sottraendo il conforto della reputazione socialmente accettabile dell’essere il partner di una coppia. Se a queste considerazioni  aggiungiamo che  da sempre esiste solo un’unilaterale possibilità della fine dell’amore (sono gli uomini che lasciano le donne e non viceversa), ecco che forse ci siamo avvicinati alle condizioni che creano i ferali corti circuiti che generano i femminicidi, insomma  la” pazzia” risiede nel  modello di società consumistica,  patriarcale, binaria ed eteronormativa nella quale viviamo.

Tettiano esiste davvero? E i tettianesi cosa pensano della tua storia?

Tettiano esiste dal 28 ottobre 2020, giorno in cui è stato pubblicato il libro, le cartine geografiche non sono state ancora aggiornate; tu ridi? il problema è che davvero ci credo!

Sono cresciuta a Cicciano, un comune dell’agro nolano non molto distante da Napoli, devo ammettere che Tettiano ha tratti urbanistici e paesaggistici che lo fanno somigliare a  Cicciano e ai comuni limitrofi, dove vivono molte delle persone che mi sono care. Per il momento dalle mie zone mi arrivano solo affettuose ed entusiastiche manifestazioni di apprezzamento.

Quanto Sud c’è nel tuo romanzo? Secondo me questa storia poteva nascere in una cultura del Nord.

L’ambientazione è inequivocabilmente partenopea, ma chi ha letto il romanzo ( a prescindere dalle proprie origini territoriali)  mi ha raccontato di aver trovato nelle pagine il proprio luogo: comune, borgo, quartiere, rione, condominio…Con il temine luogo mi riferisco a quei posti dove un gruppo di persone sa di essere una comunità, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta, come stiamo sperimentando in questa fase di pandemia.

Usi il dialetto con maestria costruendo frasi che sono inserite nel linguaggio italiano ma assumono la forma napoletana, è stato naturale scrivere così oppure è una tecnica che hai conquistato?

Scrivo in questo modo spontaneamente, riproducendo in italiano la lingua che ascoltavo nei racconti di vita vera già da bambina,  a me però non era concesso parlare nello stesso modo, solo  crescendo ho cominciato ad utilizzare nella quotidianità anche espressioni dialettali, ma mai in contesti formali. Confesso che ho cominciato a “scrivere veramente” quando mi sono liberata dall’interiorizzazione di questo divieto. E tu, Paolo, sai di essere stato l’esorcista dei miei tabù grammaticali. Racconto spesso la nostra conversazione nella quale manifestasti il tuo apprezzamento per la lingua di Valeria Parrella; fu allora che  ti confidai che la potenza della scrittura parrelliana  mi emozionava tuttavia censuravo a me stessa ogni possibile influsso dialettale nei testi che scrivevo. A quel punto, dopo qualche secondo di silenzio, tu mi guardasti e pronunciasti la formula liberatoria «Ora sei grande, da molti anni non vai neppure più a scuola, puoi scrivere nella lingua che vuoi». E fu così che dopo meno di  un mese dal tuo rito trovai il coraggio di scrivere e anche leggere pubblicamente un mio raccontino. Fu molto apprezzato, ciò mi incoraggiò a continuare a scrivere in libertà, ma ci  sono voluti molti anni ancora per  trovare il coraggio di inviare un romanzo a una casa editrice.

Cosa pensi della letteratura femminile? Ti ritrovi in qualche autrice in particolare?

Tutte le  scritture e tutte le  storie  sono  condizionate da dettagli autoriali unici e peculiari tra i quali, ma non solo,  l’aver vissuto subendo le imposizioni sociali della classificazione di appartenenza ad un genere, ma  non credo che esista una letteratura femminile: esiste la letteratura e basta.  Nel tempo mi vado sempre più convincendo che mi emozionano i libri che sono stati scritti attingendo da quel “nocciolo interiore” nel quale si concentra l’essenza dell’essere umano;  questa essenza , che per me somiglia molto al divino, prescinde dalle modalità fisiche di  contributo alla riproduzione della specie incise nel corredo cromosomico di chi ha scritto e anche di chi legge.

Non mi ritrovo in nessuna autrice o autore in particolare, ma ho debiti di riconoscenza  con moltissimi di loro, cioè con tutti quelli di cui ho letto storie scritte intingendo la penna nel nocciolo di cui parlavo prima.

A un certo punto la protagonista si ritrova nella lettura dei libri del padre, ne viene conquistata. La passione per i libri diviene “complementare” a quella per “Tommaso”. Hai provato davvero questa sensazione?

Non tanto la complementarità quanto il bisogno esistenziale di entrambe. La passione per le storie è stata quella che ho sperimentato per prima, quando ancora non sapevo leggere, e la lettura  mi ha dato gli strumenti emotivi per cercare e trovare nella vita vera anche l’altra.

In questo periodo ho letto più di un romanzo che comincia con una protagonista morta che narra il suo passato, perché hai scelto questo intreccio?

Quando iniziai la stesura di questa versione di  Tettagna ebbi subito  la certezza della morte di Assunta,  mi sembrò utile alla scrittura ammettere questa consapevolezza  fin dalla prima pagina. Ma devo riconoscere che se non avessi letto, diversi anni prima, Amabili resti di Alice Sebold, probabilmente non mi sarebbe venuta in mente questa possibilità: ecco un altro esempio di debito di riconoscenza che si aggiunge a quello per Valeria Parrella che ho già dichiarato.

Quanto tempo è durata la stesura di questa storia ?

Otto anni, questa è la terza versione, l’unica che ho ritenuto adeguata a essere proposta per una eventuale pubblicazione. Le tre versioni hanno in comune  l’ambientazione e il potere del seno, ma la storia e le personagge sono differenti.

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