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Il “fantastico” Jacopone da Todi

Nessuno meglio di lui incarna il concetto di San Francesco: la giulleria non è un mestiere, ma una missione. Appare per molti aspetti uno dei “Giullari di Dio”, che vanno per piazze e crocicchi accompagnandosi con liuti, viole e primitivi strumenti.

Fino alla quarantina non mostra alcuna propensione alla spiritualità, trascorre una vita dissipata e mondana. Si chiama fino ad allora Ser Jacomo Benedetti, è dottore in legge e procuratore legale, superbo e avaro.

Accade un giorno che partecipando con la giovane moglie Vanna, di nobile famiglia ghibellina umbra, a un banchetto di nozze, crolli il palco nel momento di maggior fervore delle danze. Nessuno è ferito mortalmente, eccetto l’amatissima moglie. Dopo aver trasportato a casa la salma, il marito afflitto scorge sotto gli abiti festivi di Vanna e sulla nuda carne un aspro cilicio. Il dolore della perdita è grandissimo, la sciagura muta i pensieri e gli affetti, conformandoli a uno scopo fino ad allora neppure intravisto, di penitenza e devozione. Si sbarazza di codici penali e scritture giuridiche, disperde le ricchezze accumulate donandole ai poveri, si accontenta di una rozza tonaca e di un cappuccio da eremita. Per meglio raggiungere la perfezione, entra nell’ordine dei frati Minori.

E così Ser Jacomo Benedetti, dottore in legge e rispettabile cittadino di Todi, diventa quello che i paesani tra lo scherno e un’affettuosa familiarità chiamano: Jacopone. Invano i congiunti tentano di dissuaderlo e di ritrarlo dalla via intrapresa. Talvolta compare nudo in pubblico con un basto d’asino sulle spalle e le cinghie di cuoio in bocca, si unge il corpo di trementina e si avvoltola nelle piume. Turba con queste strane comparse le feste cittadine e le nozze del fratello. I parenti se ne amareggiano, iniziano a considerarlo pazzo, i fanciulli gli corrono dietro sghignazzando e i confratelli dei Minori lo chiamano “fantastico”. Jacopone s’infervora sempre più, il dolore, l’esaltazione religiosa e mistica schiudono la sua vena poetica fino ad allora nascosta, canta e loda Dio e i suoi miracoli fra i campi e i colli di quella bella vallata fra Perugia e Foligno. Si rivolge a un uditorio di popolani che attenti fan tesoro di parole e ritmi: con la quotidiana ripetizione se ne appropriano e li tramandano. Raccontano di sentimenti e devozione popolare, nel linguaggio della nativa provincia. Mille voci si uniscono in una sola voce che giunge fino a noi nelle Laudi di un poeta giullare.

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