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“Croce del sud” di Claudio Magris (Mondadori)

Tre vite distanti nel tempo, ma accomunate dai luoghi in cui si svolgono, l’estremo sud del mondo, alle soglie del bianco e magnetico nulla antartico. Tre vite vere e improbabili, come dice il sottotitolo.

Da sempre Magris è attratto dalle bizzarrie della vita, che spesso superano la più fervida immaginazione.

Janez Benigar, un ecclettico e avventuroso “quasi ingegnere” sloveno, antropologo e linguista dilettante, si trasferisce agli inizi del Novecento in Sud-America, partendo dall’Impero Austro-Ungarico, di cui è suddito e di cui, frequentando le Regie Scuole di Lubiana e Zagabria e l’Università di Praga, ha assimilato la cultura con rigore metodologico e pedanteria tutta austriaca. Attratto dai costumi, dalla lingua e dalla religione delle popolazioni Indios della Patagonia e dell’Araucania, si dedica inizialmente al loro studio, per poi finire con l’assimilarsi a quella civiltà, senza tuttavia perdere le proprie radici. L’adesione alla nuova realtà, che passa anche attraverso due matrimoni con donne araucane da cui avrà numerosi figli, lo induce a chiedersi se “la patria di un uomo è la terra in cui vivono i suoi figli o quella in cui sono sepolti i suoi genitori”. Un dilemma questo che non troverà soluzione in tutta la sua vita, solidamente fondata sull’ordine, la disciplina e il razionalismo scientifico della terra d’origine, ma appassionatamente dedicata alle popolazioni di cui ha scelto di far parte difendendone la cultura e i diritti e migliorandone le condizioni materiali di vita attraverso interventi nei campi dell’agronomia, dell’ingegneria agraria, dell’artigianato tessile e dell’organizzazione sociale. Benigar è infatti, oltre ad un meticoloso e assiduo studioso, anche uno strenuo difensore, senza eroismi e coi piedi sempre per terra, della causa degli Indios araucani e patagoni, da sempre oppressi e perseguitati dalla violenza colonialista. La gente del posto lo chiama “el sabio”, il saggio, o anche “el cacique blanco”, il capo bianco, riferendosi alla sua figura paterna, protettiva, benevolmente autorevole e sapiente, nella quale una lucida e malinconica individualità si compenetra con un senso profondo di appartenenza alla collettività. Ed è proprio questo modello di vita, forse utopico e anacronistico, che Benigar lascia in eredità, un modello che esalta il valore delle piccole comunità come la famiglia, il villaggio, la cooperativa, la piccola azienda privata, in contrapposizione a quello omologante dell’apparato statale e delle grandi società multinazionali.

Il protagonista della seconda storia è un eccentrico avvocato francese, Orélie-Antoine de Tounens, che il 17 novembre 1860 si autoproclama re di Araucania, territorio dai confini indefiniti che appartiene formalmente al Cile. L’avvocato non si presenta da invasore ai Mapuche, gli indigeni locali, che già più volte in passato hanno dovuto opporre una strenua e fiera resistenza agli Incas prima e ai Conquistadores spagnoli poi, ma come un liberatore, come un paladino dei loro diritti e della loro dignità. I caciques, i loro capi, sono per lui non meno aristocratici della grande nobiltà di Francia. La sua avventura però assume connotati grotteschi, caricaturali, tra il vaudeville e il melodramma, fin dall’inizio, fin da quando lui a cavallo, accompagnato da due ministri immaginari, e quindi da solo, ma con l’appoggio del cacique araucano Quilapàn e dei suoi cento cavalieri, prende il potere. Da quel momento è protagonista, come un Don Chisciotte impermeabile a ogni sorta di sventure e umiliazioni, di una lunga serie di colpi di scena con catture, prigionie, internamenti psichiatrici, fughe in patria, vane richieste internazionali di aiuto, ritorni in Sud-America, tradimenti, fino a trovarsi definitivamente esiliato da un regno che in realtà non è mai esistito. Da quel trono nascerà una dinastia altrettanto fasulla che dal capostipite Aurelio-Antoine I, nome con il quale de Tounens si era per primo proclamato re, arriverà fino ai giorni nostri e che, nella sua folle e tragicomica inconsistenza, avrà almeno il merito di portare alla consapevolezza del mondo il dramma degli Indios Mapuche, perseguitati e massacrati dai bianchi, e di ottenere le pubbliche scuse della Presidente cilena Michelle Bachelet.

Ad altre popolazioni Indios, massacrate dai bianchi sia direttamente che indirettamente attraverso lo sfruttamento massivo dei loro territori, si dedica con abnegazione cristiana la protagonista della terza storia, Suor Angela Vallese, che, sul finire dell’Ottocento, lascia Lu Monferrato, il paese dov’è nata, per passare il resto della sua vita nella Terra del Fuoco. Lì, senza mai scoraggiarsi, affronta le più estreme difficoltà per lenire le pene degli Indios, ed è costretta ad assistere con profondo dolore, senza però che questo offuschi la sua intraprendenza, alla loro graduale e inesorabile estinzione. Per usare una definizione attuale, diremmo che Suor Angela è una suora di strada, una religiosa militante, energica e appassionata, che non ha paura di sporcarsi le mani e che non emette giudizi. “Gli indigeni”, ama affermare, “vanno considerati alla pari con i bianchi civilizzatori, non resi uguali ad essi”. Il suo compito è quello di curare i corpi prima che le anime ed è con questo spirito che fonda ospedali, istituisce scuole di sartoria, procura medicinali e vaccini, contrasta epidemie, si prende cura degli ultimi degli ultimi, mendicanti, alcolizzati, prostitute, e difende i discendenti degli schiavi neri dalla violenza dei coloni bianchi. Non esita neanche ad intraprendere lunghi e avventurosi viaggi a dorso di cavallo per portare cibo, coperte e medicinali nei luoghi più sperduti. Al suo arrivo nella Terra del Fuoco viene presa per un pinguino dagli Ona, gli Indios locali, che la vedono per la prima volta nel suo abito bianco e nero. È un episodio comico questo che introduce nel libro il tema dell’Antartide, di cui i pinguini sembrano essere i buffi e simpatici araldi. In realtà l’Antartide non è un mondo che potrebbe piacere a Suor Angela, a differenza della Terra del Fuoco, che lei ama profondamente perché, per quanto aspra e inospitale, è ancora in grado, ultima Thule, di accogliere in sé la vita, soprattutto quella degli uomini, ai quali lei, in nome di Dio, ha consacrato tutta se stessa. L’Antartide è il desolato, inumano mondo dei ghiacci, abbagliante, mortifero, annichilente, un mondo dove il tempo si rattrappisce nel convergere dei meridiani, dove lontane ere geologiche si sono cristallizzate e stratificate. Ben più sinistra diventa allora l’immagine dei pinguini: non più araldi di un mondo luminoso e affascinante inondato dalla magnetica e variopinta bellezza delle aurore australi, come descritto da esploratori e scienziati, ma figure infere, guardiani inquietanti di un bianco abisso da cui non si torna, come descritto nei libri di Poe, Verne e Lovercraft, che Magris cita e commenta in bellissime pagine, dense di poesia e di profonde riflessioni. L’Antartide, dunque, come antimondo, come Averno bianco, come “giù” metafisico.

In tutto il libro, come spesso accade nelle opere di Magris, sono presenti citazioni letterarie, aneddoti, riflessioni, cenni storici, slanci lirici, che si innestano armoniosamente nelle storie raccontate e che le arricchiscono dando loro sapore e profondità. C’è anche, in questa terza e ultima parte di Croce del sud, un commosso omaggio alla figura di Daniele del Giudice, del quale viene citato, a proposito del continente antartico, un episodio di Orizzonte mobile, il suo estremo capolavoro. In questo episodio un uomo del gruppo di cui fa parte l’autore viene colto da una crisi di disperata follia dopo aver visto un pinguino covare un uovo di ghiaccio in sostituzione del proprio, che aveva perso. Del Giudice, che si accorge di stare antropomorfizzando i pinguini, coglie, secondo Magris, l’aspetto potenzialmente infero di questi animali e sembra presagire nel proprio turbamento il franare imminente della propria persona nelle tenebre che sventuratamente lo aspettano.  

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