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Claudia Mereu: “Anch’io mi trovavo con il mondo a culo in susu”

Quando Claudia Mereu ha terminato di scrivere il suo romanzo Il mondo a culo in susu, mi aspettavo che trovasse molti lettori, perché era divertente e i suoi personaggi erano verosimili ed efficaci anche se la storia era fantastica. Parlava d’amore, parlava di uomini e di donne, parlava di noi, insomma, con una lingua ricca di suggestioni folcloristiche sarde. Il romanzo ha avuto una storia di successo già come manoscritto, si è piazzato bene in alcuni concorsi per inediti e ne ha vinto uno, tanto che ha ricevuto in premio la pubblicazione. Ora che Il mondo a culo in susu (quando l’amore non ti lascia morire in pace), è in libreria edito da Gilgamesh, è giunto il momento di scambiare qualche domanda e risposta con l’autrice.


Hai scelto di scrivere oggi una commedia sentimentale, perché?

Prima di cominciare il romanzo non ho pensato “ora scrivo una commedia sentimentale”, ma ho iniziato a scrivere ed è venuto fuori così. Però devo ammettere che mi piace la scrittura umoristica e mi viene spontaneo parlare d’amore, quindi posso dire che la commedia sentimentale è nelle mie corde. La tua domanda è interessante perché oggi questo genere è sottovalutato e non gli viene dato il giusto valore letterario. Ho letto un articolo di qualche anno fa che parla addirittura di un genere a rischio di estinzione. Credo che coi tempi che stiamo vivendo le persone abbiano più bisogno di leggerezza, di un lieto fine, di vedere che anche una persona sfigata come la mia protagonista ce la può fare. Però non l’ho fatto di proposito, cioè per dare ai lettori quello che volevano, perché quando ho scritto il romanzo non lo potevo sapere.


Nel tuo romanzo usi il sardo e l’italiano, è stato difficile trovare un equilibrio tra le due lingue?

Non è stato facile perché io me la cavo bene a usare parole ed espressioni sarde ma mi trovo in difficoltà a fare un discorso o a scrivere in dialetto. Mi sono dovuta documentare parecchio per il romanzo e mi sono fatta aiutare da chi lo conosce bene. Questo non significa che il sardo che uso nel libro sia quello puro, la mia protagonista parla un misto di dialetto e italiano, con espressioni dello slang giovanile che i puristi del dialetto definirebbero “sardo porcellino”. È una sarda delle nuove generazioni, che non conosce bene il dialetto e fa un mix originale, a volte inventa parole nuove, dando vita a una lingua tutta sua. Per spiegare meglio, ho fatto un lavoro simile a quello che Camilleri fa con Montalbano che infatti non parla il vero siciliano. A proposito, spero che Camilleri in questo momento non si stia rivoltando nella tomba!


La storia presenta tra i personaggi un tipo d’uomo molto particolare, fa il “piacione” e si barcamena tra più fidanzate, perfino da fantasma. Mentre lo scrivevi pensavi a qualcuno in particolare?

Ho conosciuto alcuni “piacioni” nella mia vita ma non qualcuno che avesse più fidanzate in contemporanea. È anche vero che chi fa il “piacione” con te di solito non ti racconta di avere altre fidanzate. Infatti mentre scrivevo il libro non pensavo a nessuno in particolare, ma dopo questa domanda mi sa che qualcuno c’è…



La protagonista, Arianna, è perseguitata dalla sfiga, “sa scumìniga”, tu credi che esista davvero la sfortuna che prende di mira qualcuno oppure è solo un escamotage letterario?

Non credo nella scumìniga ma credo che ci siano delle situazioni o dei pregiudizi da parte degli altri che spesso ci ingabbiano e bloccano la nostra vita. Per dirtene una, a scuola gli insegnanti mi hanno sempre detto che non ero brava a scrivere perché non avevo il “dono” della scrittura. Mi sono talmente convinta di questo che quando ho iniziato a sentire il desiderio di scrivere mi sono sentita un po’ matta. Però il desiderio era così forte che ho continuato, anche perché sono una che quando si mette qualcosa in testa fa di tutto per riuscire a farlo. In questo sono molto sarda e credo di aver dato la stessa caparbietà ad Arianna che cerca di lottare in tutti i modi contro la scumìniga e contro quello che gli altri pensano di lei.


Quali sono i tuoi autori di riferimento, avevi in mente qualcuno mentre scrivevi? Chi ti fa ridere?

Quelli che mi fanno ridere di più sono Woody Allen e James Thurber. Ricordo ancora di un giorno che stavo leggendo Woody Allen dal parrucchiere e sono scoppiata a ridere senza riuscire a fermarmi. Avevo alcune signore molto serie accanto a me che mi hanno preso per svitata. Thurber secondo me ha la grande capacità di abolire la distanza col lettore, qualità che è molto importante quando si scrive un racconto umoristico. Infatti mentre leggo le sue storie non ho mai l’impressione che dietro ci sia uno scrittore, ma un amico che non è solo capace di raccontare ma anche di coinvolgermi in quello che gli è successo. Ho cercato di farlo anch’io nel mio romanzo, non so se sono riuscita ad abolire le distanze, ma almeno ci ho provato.

Sono affascinata dagli scrittori che usano il dialetto, fanno giochi linguistici di vario tipo o inventano una lingua nuova. Quelli che mi hanno colpito di più sono Gadda, Benni e Mattia Torre. Però quello che avevo sempre presente mentre scrivevo il romanzo è Camilleri, che scuserà la seconda citazione.


Hai mai scritto storie drammatiche, oppure preferisci sempre le situazioni comiche o comunque umoristiche?

Prima scrivevo storie drammatiche, o almeno più riflessive, che ho pubblicato in alcune antologie letterarie. Pensavo che quella fosse la mia voce fino a che qualcuno mi ha detto che un mio racconto, che io consideravo serio, faceva ridere. All’inizio ci sono rimasta male poi ho capito che forse la mia strada era un’altra e sono entrata in confusione. È stato un corso di scrittura comica a chiarirmi le idee e farmi capire quello che volevo fare. Non è che non si possano scrivere storie di genere diverso, alcuni scrittori lo fanno senza problemi. Io ho faticato tanto a trovare la mia strada e ora che l’ho trovata perché cambiare? D’altronde la scrittura non è un obbligo e credo che ognuno debba scrivere quello che sente più suo. In fondo mi sono innamorata del genere umoristico da poco tempo, troppo poco per dire di essermi già stancata di lui.


All’inizio citi una frase molto suggestiva di Neruda: “Lentamente muore chi non capovolge il tavolo”. Ti è mai capitato di trovarti con il mondo a culo in susu?
Di solito mentre scrivi un romanzo non ti rendi conto delle motivazioni per cui fai una scelta piuttosto che un’altra. Quel titolo mi è venuto spontaneo, ci stava molto bene nella storia che stavo raccontando. Quando l’ho riletto mi sono resa conto che in quel momento anch’io mi trovavo con il mondo a culo in susu, cioè stavo vivendo un “capovolgimento” e come Arianna non dovevo fare resistenza e lasciarmi capovolgere. La situazione era a dir poco paradossale: la mia protagonista, inventata, mi suggeriva il modo di uscire da una situazione concreta, in un romanzo che avevo scritto io! Le parole di Neruda sono venute di conseguenza.


Che ruolo ha la tradizione folcloristica nella tua scrittura?

Mia madre ci ha sempre raccontato storie di quando era bambina. Alcune di queste storie le erano state raccontate dai miei nonni che a loro volta le avevano sapute da qualcun altro. Io ero completamente ammaliata da queste storie, le avrei potute ascoltare per ore, volevo che non finissero mai. Quando ho iniziato a scrivere mi sono tornati in mente i racconti che mi avevano colpito di più, quelli talmente assurdi da sembrare inventati. Facendo delle ricerche ho scoperto che invece erano fatti reali, che non solo facevano parte della tradizione popolare della Sardegna, ma anche del resto d’Europa. Ho raccolto questi dati su un file e quando posso li uso nelle mie storie. Il fatto che Arianna parli coi morti come sua nonna, che abbia un portafortuna sardo, mi ha permesso di “scatenarmi” con le tradizioni popolari. Anche la magia è descritta attraverso gli occhi di Arianna in una visione molto folcloristica, in cui non si distingue più il sacro dal profano. In realtà ho provato a dare al mio romanzo la forza e il coinvolgimento del racconto orale, lo stesso che ho vissuto io quando ero bambina. Che poi ci sia riuscita o meno è un’altra storia.


Il tuo romanzo è diventato anche un tuo modo per fare ironia e satira garbata su molti tic della nostra società contemporanea, cos’è che ti colpisce di più in genere, tanto da venire voglia di scherzarci su?

Quello che mi diverte di più e su cui mi piace scherzare sono i contrasti. Arianna e Dario (il fantasma) sono uno l’opposto dell’altro e hanno una visione dell’amore completamente diversa. Lei è molto tradizionale, pensa che si possa amare una sola persona nella vita e che il coronamento di questo amore sia il matrimonio. Lui invece è convinto che si possano avere più relazioni e amare tante donne allo stesso modo. Alla fine tutt’e due si accorgeranno di non averci capito niente e cambieranno idea. Entrambi hanno due posizioni estreme che ho esagerato di proposito, ma rappresentano bene quello che succede in amore: gli opposti si attraggono sempre, la gelosia è un ingrediente che non manca mai, il piacione ha molte donne intorno ma è anche quello che si sente più solo, spesso le nostre idee sulla relazione non sono altro che pregiudizi che una storia fuori dall’ordinario riesce a scardinare. Sono tutti luoghi comuni perché sono quelli da sempre, cambiano i tempi e i luoghi, cambia il modo di raccontarlo, ma è incredibile come i “tic” all’interno della coppia siano sempre gli stessi.



È un romanzo pre covid, senza dubbio, oggi lo riscriveresti così, oppure lo cambieresti mettendo a tutti le mascherine (tranne gli spiriti, ovviamente)?

Ho ambientato il romanzo nel 2012 perché la stazione di Tor Vergata era ancora come la ricordavo io. Dopo sono stati fatti dei cambiamenti, pochi a dire il vero, ma hanno tolto il parcheggio sterrato che mi serviva nella storia. Questo è uno dei motivi per cui non avrei messo le mascherine nel romanzo, ma ce n’è uno più importante e che si collega alla prima domanda che mi hai fatto. Alcuni lettori mi hanno lasciato delle recensioni in cui scrivono che avevano proprio voglia di una storia leggera e divertente in un periodo così drammatico. Penso che parlare di Covid o di mascherine nel libro avrebbe rovinato tutto. Siamo costretti a subire il Coronavirus nella realtà, quale posto migliore del romanzo per lasciare liberi i sogni e la fantasia?