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ILARIA PALOMBA

È un tempio la finestra

che dà sul cortile interno,

come morta la città dorme,

immota guardo i tetti e il cielo,

il campanile e il gelso,

ricordo il tuo odore

senza sperare, senza sognare,

solo l’immagine sbiadita di te,

una sagoma nell’acqua,

sul presente una croce.

Questi versi compaiono nella raccolta CITTÀ METAFISICHE, l’ultima pubblicata finora da Ilaria Palomba, la sua terza. Ilaria Palomba si divide tra prosa narrativa e poesia, tra blog e ricerche su temi che hanno a che fare con la malattia psichiatrica e il disagio sociale. In realtà non si divide affatto, si distribuisce semmai, e si completa. Attraverso una scrittura che classicamente trova forme e stilemi secondo una variatio che ha tutte le qualità trasformazionali del caso, e soprattutto con una felicità di scrittura, una limpidezza e incisività di dettato che trovo, personalmente, sempre stupefacente. Possiede, Ilaria, una chiarezza di diagnosi, mi verrebbe da dire, che sorprende, però questa esattezza non toglie margine, per esempio, alla sua formulazione poetica – viceversa facilita e rende possibile una porosità della parola che lungi dall’essere un elemento di instabilità o di opacità espressiva rende attuale il transito e il travaso tra piani contigui di significato governati con mano ferma da un IO stabile benché dolente, lucido. L’IO peraltro non rifiuta di farsi plurale e non esita a confrontarsi con un TU con cui appare in una profonda intesa sensibile, che tende a farsi coincidenza, e autorizza a delle invocazioni imperative che hanno l’affettuosità e la carezza dell’invito.

Di questo precipizio, sono giardino

e non ho cura delle foglie,

lascio che franino sulla terra riarsa,

lascio che il vento se le porti.

E sarò vento, porterò con me

le foglie, le lascerò sui bacini di terra,

aspetterò la notte.

Poi si resta soli,

il prima è una fotografia strappata.

Se hai giocato a ucciderti una volta

sai cosa significhi accoglierla.

Cerchi ancora un rifugio

e sei il rifugio

ma ne sei anche l’usurpatore.

Dicevi che questo mio dire

non fosse che lingua

smarrivo l’aurora

tornavo a marcire

coperta di occhi.

Nel gioco del mare

rincorrevo le ore

la pioggia sui passi.

Dicevi partire

svanire fuggire

tra quiete di stanze

vuote nel vespro.

Un sole che brucia

orme sulla sabbia.

Attraversa il silenzio,

il lungomare fino al faro,

voltati a guardare il sole

nelle increspature del mare,

nuvole vermiglie e sabbia

sporca di bottiglie, l’inverno.

Da questa manciata di versi si colgono alcuni aspetti di questo disperante poetare.

Il piano simbolico è molto forte, tende a imporsi, si fa prevalente, predomina. È anche possibile cogliere lo scarto anzi la svolta sottile e fendente cioè quella lama di spazio e di luce in cui accade il miracolo: il tradursi dell’esperienza in quadri di senso e in testi di segno del pensiero sensibile che costruiscono edifici dalla struttura leggera ed elastica, armonici nell’assecondare ogni urto tellurico. La forza che sorregge questi edifici (il loro slancio, la loro tenuta), è tuttavia figlia della stanchezza. Testimonia i traffici inesausti eppure inani di una umanità mai doma benché l’istinto residuo sarebbe di mollare la lotta e di contare e valutare le macerie. Esiste in questa poesia, contemporaneamente, una dimensione complanare: è come assistere a una misteriosa partita a scacchi e seguire una mano che sposta i pezzi con la crudeltà involontaria e indifferibile del destino, maneggiato da una dea ex-machina. C’è dentro il sacro, più che del dolore, del fato – e un teatro, una scena delimitata da muri e sponde, delle quinte tra le quali la tragedia avviene, ed è resa appena opaca dalla prevedibilità del suo accadere. Proprio questo conferisce un diffuso senso di stanchezza. E anche la ribellione a un fato ineludibile, quasi atteso al varco, è lenta, stanca, rassegnata. INANE.

Sono malata, forse?

Al mattino uno spiraglio

poi clausura, siamo

diventati deboli, fiacchi.

Tutti i giorni sono uguali,

stiamo perdendo il senso.

Ci sfugge il coraggio.

Mi sono arresa, forse?

La resa non è una

fuga recente, era

nell’aria da tempo

e adesso viene ad

accecarci.

Mi accarezza le mani,

accarezza i miei

gesti. Nonostante

la ferita, ho ancora

un dono chiuso a chiave.

Le città vuote, surreali,

non sono che rimandi

e il tempo tornerà fecondo

dopo il veleno, un’altra

volta il sole sui campanili.

Che cosa vuol dire coraggio?

Tornare.

Se fossimo simili alla materia

sapremmo riconoscere la luce,

il primo annuncio del giorno.

Io non sono come te,

nella notte annullo ogni gesto

e al mattino ricordo

ferma nella stanza.

Le mille

facce della morte.

Glissandi nel buio.

Muta, voglio risuonare,

melodia antica, indecifrabile stagione

d’assenza.

Ricomponi questo

scheletro che si fa sabbia.

Questi due passaggi sono distanti tra loro più di venti pagine eppure si parlano. Non solo per la forma simile, cioè lo stratagemma della domanda e della implicita formula dubitativa, che li connota entrambi, ma anche perché si chiamano reciprocamente a definire uno spazio dentro cui il destino umano si dà, e si dà soprattutto il pensiero attorno ad esso, la pena, l’interrogarsi, il questionare. LE CITTÀ METAFISICHE del titolo ci pongono proprio una questione quasi architettonica. E ci fanno immaginare delle figure umane che varcano lo spazio, lo incidono del proprio incedere, lo solcano e lo abitano, si muovono al suo interno. Vengono in mente, prepotentemente, i quadri di De Chirico, che poneva questa precisa questione con insistenza: definire la collocazione delle figure umane negli spazi a seconda di come gli elementi fisici (gli edifici, i riquadramenti costituiti dalle piazze – le proverbiali piazze italiane, i confini che costituiscono sponda e limite al movimento come alla stasi). Una questione che trova spazio, è il caso di dire, anche qui, perché l’avventura umana si svolge in uno spazio e in un tempo. Trova posto in aree su cui insiste la luce come il buio. Dopotutto si pone qui anche la classica triade della metafisica: dio (diviso tra destino e il Padre), anima e mondo. Però viene in mente anche l’endiadi wit&conceits dei metafisici cioè di poeti barocchi inglesi come John Donne: l’acume cioè la vivezza sensibile del pensiero che interroga il destino e il mondo (wit), e le figure, le immagini, la sofisticata essenzialità (conceits) che sorregge e alimenta la traduzione di questa indagine nel sentire capire e vivere le questioni di fondo suggerite di continuo nell’esperienza in una versificazione che si traduca ancora in rinvenimento di senso.

Non ricordo altro

delle cene solitarie

se non la musica,

Passione secondo Luca,

Bach,

e la tua voce, Icaro.

Non sapevi altro

di noi, se non l’amore

di chi muore per sfidare la vita

dell’acqua che trapassa la luce,

bruciavi nell’assenza del sole,

metafisica della pioggia.

Questo libro, uscito per Ensemble e in libreria dal 15 ottobre, è di freschissima stampa: credo proprio sia evidente in molti passi che lo compongono se non in tutti, anche in modo a volte indiretto, l’eco della figura di Gabriele Galloni, sia attraverso forme di personificazione e/o di chiara coincidenza dell’autrice col fraterno amico, sia per riferimento aperto come nel caso del passo citato qui sopra in cui Gabriele è chiamato Icaro, come già nella dedica fuori e dentro il libro. Ed è lo stesso Gabriele Galloni a firmare la fulminante prefazione al libro: qui, con splendida intuizione e per consonanza artistica con Ilaria Palomba, Galloni svela che questo terzo testo poetico conclude un’ideale trilogia,

“Se Mancanza (2017) esplorava la Perdita e Deserto (2019) raccontava le sue conseguenze, Le Città Metafisiche è una cartolina dall’Abisso. […] Intendo dire che dopo Le Città Metafisiche la poesia di Ilaria Palomba non potrà che essere altra, tanto è dirompente questa opera.” Anche l’esergo tratto da Hölderlin dopotutto documenta un passaggio ad altro stato, un cambiamento di condizione da cui non si può tornare. Si può solo andare avanti, andare oltre, ma non si è più uguali. Si è decisamente gravati da tutto ciò che il passato ha sedimentato in noi. Così oscilliamo tra una innocenza trattenuta con le unghie e con i denti e una diversa sensazione di noi, onusti di ciò che l’esperienza ci ha inciso nella carne, trasformati e come minimo stanchi contro la nostra stessa volontà.

Al mattino l’assenza

è una specie di morte.

Al mattino mi allungo

Sul tuo spazio vuoto.

Al mattino non ho difese

dimentico di essere stata.

[…]

Sotto la pelle non scorrerà più sangue.

E la vita sgorgherà altrove”.

Ho paura che i fiori siano ringhiere,

l’innocenza del sangue 

stilla ancora, la prima notte e il cielo,

catturo falene nel vestito rosso,

ho nascosto l’imbrunire nella cesta dei serpenti.

Oggi chiamami altrove

e insegnami a morire

senza piaghe.

[da Deserto, Fusibilia 2019]


Alzarsi al mattino è la prima battaglia,

non di sola luce è composto il giorno,

c’è una guerra silenziosa con i demoni del mattino,

come se dietro la porta mi attendesse un inferno

e guardo negli occhi tutti i corpi

che transitano tra il sonno e la veglia,

sono corvi  e più d’ogni cosa li sento gracchiare.

Stammi vicino in questa furiosa battaglia

mentre s’alzano i confini del muro immondo,

tra le pareti sorrido agli oggetti e sono polvere

uncinata al ricordo di un mondo in frantumi.

I corpi sono il martirio del creato,

i corpi desiderano e soffrono – di questo cieco volere

ed è prossimo il massacro.

Che tu sia il peccato, Didone – donna di Luna ferita

Nessuno ascolterà le tue grida,

nessuno laverà le vesti insozzate dall’infamia

e tornerai – serva tra le serve

lontano dal suo volto assente,

lontano dal sangue di questa Luna

che adesso si apre a ventaglio sui copri

del Primo Uomo e della Prima Donna

che amando s’uccisero.

Abbiamo pagato con i corpi

fino all’ultimo centesimo,

di questa battaglia sterminata

non restano che foglie di ruggine,

il movimento obliquo delle falene sull’acqua,

la luce crepuscolare che muore sul fondo del lago,

sul fondo dell’ago ti guardo scivolare

e scivolo anch’io

nella dissoluzione del presente,

una silente protesta

contro la volontà di vivere.

Noi amanti dei deserti

abbiamo giudici feroci dentro

e granelli di sabbia negli occhi,

tra lacrime e bruma,

il cielo si sfoca in un biancore irreale

eppure sappiamo accogliere

ogni genere di bufera

rialzandoci sempre

con o senza corpi.

Di quanta stolida morte

è imbevuto il mattino.

Nel ventre immenso del cielo

si spalanca l’altrove

ci schiude e ci inghiotte

in un afflato.

Ma il corpo mi dimentica e si slabbra

e per sentirmi devo avvelenarmi

e lasciarlo fuori dai nordi

prima che il mattino mi assalga.

Si sgretolano i corpi

invasi dall’assenza

nelle pozzanghere,

stralci di cielo,

stingono,

siamo ombre

su scaglie di terra,

in gola la memoria del deserto.

[da Mancanza, Alter Ego / AUGH!, 2017]


La fotografia in questa pagina è di Dino Ignani