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“Grace” di Paul Lynch (66TH And 2ND)

Nell’Irlanda della metà dell’800, in concomitanza con la grande carestia che ha colpito la coltivazione delle patate, spesso unico mezzo di sostentamento delle numerose e povere famiglie di braccianti, vive Grace, con una madre che fa figli con un uomo sposato, e che la guarda con un desiderio che non sa spiegare, ora che è arrivata all’adolescenza. Non sappiamo se la madre sia vedova o se sia stata abbandonata, certo è che l’uomo, che è il padre dei suoi fratelli più piccoli, non è suo padre né il padre del fratello che viene subito dopo di lei, il dodicenne Colly.

Oppressa dalla presenza di troppe bocche da sfamare, e dalla paura che il suo uomo si innamori di sua figlia, la madre, Sarah, le taglia i capelli sull’aia e la veste da uomo, cacciandola via, perché, così dice “un ragazzo ha più possibilità di farcela”.

Spaventata e sperduta Grace si incammina in cerca di lavoro, accompagnata dal fratellino Colly, che non vuole lasciarla, e sopratutto non vuole restare in un luogo abitato solo dal bisogno e dalla fame, senza affetto.

Dopo la morte di Colly, inghiottito dalle sabbie mobili, Grace comincia a sdoppiarsi, a sentire la voce del fratello, e a parlare con lui, nel tentativo di superare la tragedia e di sentirsi meno sola in un mondo brutale.

Ogni oggetto, ogni filo d’erba, ogni cambiamento climatico, in una terra umida e inospitale, spesso funestata da inverni gelidi e piogge, svela gli stati d’animo di Grace, che  è decisa a sopravvivere a tutti i costi.

Quando, nella cava dove è stata assunta per spostare pietre e, dove la credono un ragazzo, la sua natura si rivela nel modo più naturale e sconcertante possibile, con l’avvento del primo ciclo, Grace diventa un bersaglio, una preda, e allora non le resta che fuggire. Insieme a un ragazzo con un braccio paralizzato dalla nascita, che però la difende da un tentato stupro, commette vari reati, nel tentativo di procurarsi i mezzi per vincere la fame e il freddo.

Oltre alla voce di Colly, Grace scoprirà di riuscire a vedere i morti che non si sono ancora abituati alla loro condizione, e che vagano in un limbo, in cerca di risposte sulle persone care che si sono lasciate indietro. I morti non sanno di essere morti, stanno cercando i figli, o il marito, o una borsa con il cucito, e nel loro stupefatto isolamento chiedono a Grace di aiutarli. Intessuta di riferimenti ai personaggi della tradizione irlandese, folletti, spiriti e fate, Grace accetta questo dono che le arriva, senza ribellarsi, perché è cresciuta in un posto in cui il confine tra realtà e aldilà è sottile come un fazzoletto usato per portare piccoli oggetti inutili e polverosi, che sono tutto quello che la separa dalla morte.

Bontà, cattiveria, sono sostantivi che hanno poco senso in un mondo feroce e deciso a distruggere chi è fragile. Per questo Grace non può far altro che andare avanti, insieme al tempo, ai capelli ricresciuti, al suo nuovo corpo più tondo e femminile, finché non decide di attraversare il paese in senso inverso e di provare a tornare nel Donegal, dalla sua famiglia.

Ogni pagina di questo libro è piena di emozioni, di urla, di sangue, di tentativi d’amore, di corpi abbrutiti dalla mancanza di cura di ogni genere, di arsura e di denti che affondano nella crosta zuccherina del pane dorato. E sopratutto è pieno di una bellezza difficile da descrivere.

Il cammino di Grace è la sua storia, che si dipana come un nastro chiaro, anche attraverso l’orrore e la perdita, a causa della fame o della malattia di quelli che condividono la sua solitudine, e che le hanno fatto compagnia.

Ma non c’è solo perdita e disperazione, alla fine di tutto c’è, per Grace e per ognuno, la possibilità di sentire una profonda connessione con la vita, con tutta la bellezza che esiste, e che è sotto gli occhi di tutti, a disposizione, come una benedizione che proviene da un altrove, non necessariamente legato alla religione. E tale capacità di sentire è, essa stessa, un miracolo.

Quello che accade è l’autunno dei suoi lunghi capelli che cadono come se svenissero, precipitando tra scintillii di colori serali, vorticando nella debole luce del sole. Singhiozza per il dolore che prova al cuoio capelluto, mentre la madre tira e taglia. Singhiozza per le ciocche che scivolano via.

Sarah le si para davanti, il coltello di nuovo nascosto sotto il vestito. Sembra frustrata, senza fiato, pallida ed esausta, la pelle sulla gola comincia a cederle, come se tenerla a posto, richiedesse uno sforzo che non ha più voglia di fare. La sua clavicola, una spilla di bellezza bandita. Posa le mani sulla pancia di sette mesi, imbaldanzisce la voce per parlare alla figlia. Quel che le dice.

Ora sei tu quella forte.