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Tommaso Landolfi ad Alassio

Dopo essere scesi alla stazione, percorrono un vialetto sotto la rigogliosa alberatura ombreggiante, verso l’arco variopinto delle case intervallate da palme e piazzette. Alassio abbraccia con le sue bellezze naturali la distesa azzurra “presto fonda”, a ridosso delle verdi pendici. Tommaso Landolfi e la moglie alloggiano in un alberghetto raffinato, affacciato sul mare. Accanto all’antica cittadina, ne sta sorgendo un’altra più caotica per lo sviluppo edilizio incontrollato, con grandi alberghi e strutture moderne destinate al turismo di massa che ne cambia il volto, di cui Landolfi si rammarica.

Stavolta ad Alassio piove “come in un film di ambiente tropicale”. La moglie non si scoraggia.

“Piove? Che ce ne importa! È freddo? Guarda che mucchio di coperte. Ora ci metteremo qui per benino… hai comprato i giornali che ti ho detto? Poi quando cesserà la pioggia andremo fin lì, e lì” dice indicando la finestra, da cui si sollevano i vapori della pioggia. Malauguratamente il maltempo non cessa per tutto il loro breve soggiorno. Si fanno prestare un ombrello dall’albergatore, usciti per una passeggiata, dopo pochi passi riparano in un caffè. Un signore brizzolato seduto a un tavolino allunga il collo, scosta il viso dal giornale, curiosando, seppur “con dignità”. La moglie che si è appena seduta, si alza di scatto, sbianca, porta le mani al volto: “Mi sento male” perde i sensi, sta per accasciarsi a terra. Landolfi sbigottito fa appena in tempo ad allungare il braccio ma troppo “mollemente” tanto da rischiarare il peggio se l’uomo seduto accanto non intervenisse con prontezza. Il dottore, avventore abituale, provvidenzialmente seduto a un tavolo poco discosto, manda qualcuno tra la piccola folla assembrata attorno a comprare “dei sali” nella vicina farmacia. Formula la sua diagnosi mentre la donna si riprende del tutto.

“Si tratta di una occasionale lipotimia. Piuttosto non sarà forse che la signora… beh, lei mi capisce?”

“Che dice dottore!” esclama Landolfi “inorridito”.

Di lì a poco “la piccola” raggiunge l’albergo al braccio del marito e dell’uomo che l’ha soccorsa. Landolfi chiama un altro medico per un esame più accurato e affidabile. Dopo una visita “minuziosa”, non può che confermare i sospetti “sul particolare stato della creaturina” (“Ahimè”): aspettano un figlio. Arrivata l’ora di cena, la moglie gli consiglia un diversivo per placare l’agitazione.

“Esci e non ti preoccupare per me: ormai sto bene e mi farò portare qualcosa qui. E dopo cena, va al cinema, giurami che andrai al cinema. Dopo essere uscito, spergiurando di attenersi al consiglio, vagabonda nella fosca umidità e si ritrova guarda caso alla stazione. “E se per dare tregua alle angosce avessi fatto una rapida corsa a San Remo? Nel tempo necessario a cenare comodamente e per assistere a uno spettacolo cinematografico avrei potuto benissimo andare, tornare, giocare un’oretta. Dico che al ritorno non ci sarebbe neppure stato bisogno di confessar la mia piccola scappata o fuga, in verità poco onorevole. Comunque la tentazione era troppo forte: abbandonando a se stessa a donna sofferente, risoluto sebben vergognoso salii su quel treno”.

Al casinò trova la stessa gente di sempre, istupidita dal gioco, dal fumo, dalla luce: rincorre sui tavoli verdi la dea fortuna senza riuscire mai ad afferrarla. Gioca il numero 17 tra tavolo e tavolo e trascorre così “un’oretta”. S’affretta verso la stazione per il ritorno con il peso della “vergogna” e con parecchie banconote di meno. Consultando l’orario, si accorge di avere ancora del tempo prima dell’arrivo del treno. Si avvia verso una piazzetta con un palco allestito per la musica dal vivo, sosta un crocicchio di persone, circondano un cane che rantola sul selciato, agonizzante. Landolfi pensa alla creatura la cui vita è stata appena annunciata, destinata come tutte alla fine. Torna che è notte inoltrata.

“Dunque era bello il cinema? Come è stato lungo. Io mi sento abbastanza bene, sai. Era bello? raccontamelo”.

Landolfi risponde con il laconico: “Non tanto bello”.