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“Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea” di Suad Amiry (Mondadori)

Quando si parla di diaspora si pensa immediatamente a quella ebraica, ma ce ne sono state altre nel corso della Storia, piccole o grandi, sempre accompagnate dallo strazio di chi è costretto ad abbandonare la propria terra. Suad Amiry, palestinese, parla nel suo ultimo romanzo, dal titolo leggero e ironico “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea”, della Nakba, la catastrofe che si abbatté sul suo popolo nel 1948, allorché il neonato stato di Israele confiscò con violenza le terre e le proprietà dei Palestinesi. Il libro si apre con una commovente epigrafe, dedicata a tutti coloro che morirono nella diaspora (“fi il shatat”) mentre aspettavano di tornare a casa. Protagonisti due adolescenti, Subhi e Shams, che sono realmente esistiti e che l’autrice conosce quando sono ormai ultraottuagenari, raccogliendone le testimonianze.

All’epoca dei fatti, per l’esattezza il 1947, quando la Palestina era ancora amministrata dagli inglesi, Subhi sogna di diventare il miglior meccanico di Giaffa, città allora vivace e fiorente, grazie soprattutto alla coltivazione e al commercio delle arance, attività cui si dedica Ismael, il padre di Subhi, e nelle quali vorrebbe coinvolgere il figlio (“Le arance di Giaffa sono oro, oro puro!”). Ma quella di riparare oggetti, e in particolare motori, è una vera passione per Subhi. Un giorno gli capita la grande occasione della sua vita: un ricco commerciante, Khawaja (titolo che spetta ai gentiluomini cristiani o ebrei) Michael ha bisogno di un suo intervento per riparare il sistema di irrigazione di uno dei suoi aranceti. Subhi risolve brillantemente il problema e viene ricompensato con un elegante abito inglese, fatto su misura dal miglior sarto di Giaffa con le più pregiate lane di Manchester. Quell’abito permetterà a Subhi di impressionare Shams, la bellissima contadina di cui è follemente innamorato, e sarà il simbolo del suo amore per lei. È quello l’abito con cui lui, insh’allah, se Dio vorrà, salirà all’altare il giorno del loro matrimonio. Lo inaugura facendo un “grand tour” per le vie e i caffè più raffinati ed esclusivi di Giaffa e prova per la prima volta una meravigliosa sensazione di sicurezza di sé e di fiducia nell’avvenire, sensazione che immagina debbano provare tutti i ricconi come Khawaja Michael. Per avvicinare Shams, Subhi si fa amico di suo fratello Mohammad, costruendo per lui, durante la grande festa del Kisweh, bellissimi aquiloni che formeranno un mosaico mutevole e variopinto nel cielo e che saranno l’espressione silenziosa della sua bruciante passione per lei. La festa, che durerà un mese, sarà il palcoscenico del loro amore e racchiuderà nella sua atmosfera eccitata e inebriante la promessa di una felicità duratura. Ma la storia getterà la sua ombra su quell’amore e su tutto un popolo. All’avvicinarsi del termine del protettorato britannico le tensioni tra arabi ed ebrei si accentuano fino a sfociare in una guerra dove le milizie israeliane, protette ed equipaggiate dagli inglesi, hanno facilmente la meglio sui palestinesi. Ci saranno assalti ai treni, attentati, bombardamenti, saccheggi, stupri. Giaffa verrà distrutta e i suoi abitanti saranno costretti a fuggire. Anche i destini di Subhi e di Shams e delle loro rispettive famiglie saranno brutalmente stravolti dalla Nakba.

L’autrice ci conduce con tenerezza e umanità lungo i percorsi tortuosi e accidentati dei suoi personaggi, facendoci assistere a dolorosi distacchi, a drammatiche metamorfosi, a imprevedibili incontri, a strazianti abbandoni nello scenario di una terra e di un popolo devastati dalla furia della storia. Lo fa con mano leggera, facendo danzare le parole come in un ballo rituale, avvalendosi spesso delle melodie, a lei familiari, delle parole arabe. Non mancano humor e ironia come nell’episodio della mucca che viene macellata e divorata da un gruppo di profughi affamati, tra cui Shams, suo padre e le sue sorelle, nella convinzione che si tratti della mucca di un vecchio contadino palestinese sfollato in Giordania. Si scoprirà però che la mucca non era “araba” come credevano loro, ma “ebrea” come sostiene un capitano della milizia israeliana, che giustificherà così l’arresto dei tre responsabili della macellazione, tra cui il padre di Shams.

Sull’intreccio drammatico, imprevedibile e alle volte paradossale tra grande Storia e piccoli destini individuali Suad Amiry infonde una luce dorata, pervasa di pietas e di commossa partecipazione, che si estende al di là della tragedia di un popolo, illuminando l’umanità, ovunque essa venga umiliata, sopraffatta e costretta a fughe, emigrazioni, diaspore. È significativo che Shams e le sue sorelline nelle loro sfortunate peripezie trovino protezione e conforto da una donna ebrea, che si comporterà con loro come una vera madre. Sullo sfondo della tragedia di un popolo brilla, inalterato nel corso dei decenni, l’amore di Subhi e di Shams. È la testimonianza della forza insopprimibile dei sentimenti umani più profondi e genuini, che resistono nonostante i drammatici e imprevedibili destini individuali. “A ognuno il suo destino in questo mondo”, dice Subhi, ormai ottuagenario, finalmente in pace con se stesso e con la vita.