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La canottiera di lana

Quando i volontari aprirono il portellone posteriore dell’ambulanza scese per prima la ragazza, con la testa protesa in avanti, i capelli scuri crespi e arruffati, la bocca semiaperta, e lo sguardo perso nel vuoto. Era difficile stabilire a prima vista quanti anni avesse perché il volto era liscio, senza rughe ma le spalle curve e il collo sporgente la facevano sembrare più vecchia. Carlo, l’infermiere, le disse subito con la sua voce roca per le troppe sigarette: “Cara mettiti per bene la mascherina” perché la teneva sotto il mento, tutta arrotolata. Lei rimase immobile: era evidente che non aveva compreso quello che le era stato detto tanto che lui fu costretto ad avvicinarsi e ad aggiustargliela coprendole la bocca che si ostinava a non chiudere e da cui gocciolava un po’ di saliva; solo allora la ragazza concentrò il suo sguardo per qualche secondo sulla visiera dell’infermiere, che era più o meno all’altezza dei suoi occhi, perché avevano la stessa statura, al di sotto della media, per poi tornare a guardare con aria vacua davanti a sé.

Anna, in piedi lì accanto, avvertì un brivido di freddo lungo la schiena. Erano le due di notte, a metà Marzo e in quella che in gergo chiamavano la camera calda, ovvero lo spazio al coperto dove si fermavano i mezzi sanitari per scaricare i pazienti, soffiava un vento polare. Si portò istintivamente la mano destra al collo per controllare la chiusura della tuta, anche se si ricordava bene di aver tirato su la cerniera fino in cima e di aver fatto combaciare le due strisce adesive. “Meno male mi sono messa anche la maglia di lana sotto questo scafandro” pensò mentre le dita le davano la conferma di essersi sigillata a puntino.

Pochi giorni prima tirando fuori la canottiera a maniche lunghe dall’ultimo cassetto dell’armadio le era scappato un sospiro: anche se negli ultimi anni la lana da bianca era diventata giallina e sui bordi si era un po’ sfilacciata la maglietta della salute continuava a tenerle caldo sotto al lupetto che indossava quando andava a sciare. Peccato che quell’inverno la settimana bianca, che Anna come sempre aspettava a gloria per staccare dal lavoro, fosse saltata per via dell’epidemia. Mentre si provava la canottiera in camera da letto davanti allo specchio dell’armadio per vedere se le stesse ancora a distanza di un anno, suo marito Mauro era entrato nella stanza per cambiarsi dopo l’ora quotidiana di step, un’abitudine che aveva preso subito dopo l’inizio del lockdown. “Ora che hanno chiuso la palestra dovrò fare un po’ di attività sportiva in casa” aveva detto ad Anna che guardava perplessa la pedana di metallo grigio e nero ordinata a sua insaputa su Amazon e posizionata al centro del soggiorno proprio davanti al divano damascato e al tavolino di cristallo. Lei si era trattenuta dal brontolare solo perché sapeva che l’attività sportiva era vitale per Mauro. Oltre a mantenergli il fisico asciutto come quello di un ventenne lo aiutava a scaricare le tensioni legate al lavoro. Dal punto di vista del tono dell’umore però lo step quotidiano non aveva lo stesso effetto della palestra perché dall’inizio del lockdown Mauro era sempre più nervoso. E soprattutto si era fissato con il contagio. Aveva messo un panno imbevuto di candeggina davanti alla porta di casa dove pretendeva che Anna si pulisse più volte le scarpe prima di fargliele togliere appena varcata la soglia per indossare un paio di pantofole abbondantemente igienizzate. Per non parlare della disinfezione accurata a cui sottoponeva tutta la spesa ordinata on line appena gli veniva consegnata dal ragazzo che accoglieva in fondo al portone con un doppio paio di guanti e una doppia mascherina. Una volta entrato in camera Mauro si era fermato a guardarla con il suo volto che era rimasto quello di un ragazzino sgranando gli occhi azzurri ai cui lati erano accennate un paio di rughe. “Vai a sciare domani?” le aveva chiesto abbozzando un mezzo sorriso. “Voglio portare questa canottiera al lavoro” aveva risposto Anna. “Al lavoro?” “Mi può fare comodo sotto la tuta da Covid. Quando ci spogliamo fuori fa freddo”. La faccia di Mauro si era subito corrucciata; mentre si cambiava in silenzio Anna aveva notato che ogni tanto si accarezzava i capelli tagliati a spazzola sulla tempia destra, dove iniziavano a imbiancare, un gesto che di solito faceva quando era nervoso. “Che hai deciso poi dei turni aggiuntivi?” le aveva domandato mentre lei si stava togliendo la maglia. I colleghi avevano proposto di destinare un’unità in più alla gestione dei pazienti sospetti il cui numero stava aumentando, con l’obiettivo di farseli pagare in regime di straordinario, perché la Regione aveva promesso di stanziare dei fondi speciali per i medici dell’Emergenza. “Ho dato la disponibilità a farne uno a settimana” aveva risposto Anna. “Era proprio necessario?” “Mauro, li pagano bene” “Non mi pare che in questa casa ci manchi qualcosa” “Ma io non posso tirarmi indietro proprio in questo momento” Anna aveva pronunciato la frase piegandosi leggermente in avanti e per ribadire meglio il concetto aveva scosso entrambe le braccia, facendo andare in su e in giù la canottiera ingiallita che teneva stretta tra le mani. “Questa mica la porterai a casa tra un turno e l’altro vero?” aveva chiesto suo marito indicando col dito indice la maglia di lana e guardandola con ribrezzo. “Certo che no. La lascio dentro all’armadietto al lavoro”. La sera a letto quando lei aveva cercato di abbracciarlo lui si era ritratto. “Sei cambiato da quando è iniziato il lockdown” “E ti sembra strano? Con tutto quello che sta succedendo” aveva risposto Mauro girandosi dalla parte del muro. Lei aveva allungato la mano e gli aveva accarezzato la spalla. Lui si era allontanato ancora di più. “Cerca di dormire. Questi turni aggiuntivi saranno stancanti”. Anna non aveva replicato: dieci anni di convivenza le avevano insegnato che quando suo marito era di pessimo umore era inutile continuare a discutere. Ma quella notte aveva avuto difficoltà a prendere sonno.

Dal portellone posteriore dell’ambulanza, dopo la ragazza, scese la mamma, lei con la mascherina messa per bene. Era una donna di mezza età, in sovrappeso, con gli stessi capelli crespi della figlia, e con indosso una giacca a vento sformata sopra una tuta da ginnastica. La centrale del 118 aveva avvisato che sarebbero arrivate in due, mamma e figlia disabile, per essere ricoverate nella stessa stanza al Covid: la ragazza il cui tampone era positivo non era in grado di restare da sola, ma prima di farla salire in Reparto era necessario sapere se anche la mamma fosse stata contagiata. “Andiamo dentro” disse Carlo e si diresse verso il box numero due, quello subito dopo l’entrata, lui davanti, le due pazienti dietro e Anna in fondo alla fila.

“Mettiamole qui” aveva proposto Giulia, la capoturno, poco prima che arrivasse l’ambulanza “c’è la porta a vetri scorrevole, così vediamo bene da fuori se hanno bisogno di qualcosa”. Subito dopo era entrata dentro al box, strascicando lentamente i piedi. Piano piano, con quel modo di fare indolente in parte legato ai suoi cento chili distribuiti su un metro e settanta e in parte legato al suo carattere, che non la faceva correre nemmeno quando il Pronto Soccorso sembrava scoppiare, aveva preparato tutto l’occorrente per le due pazienti. Anna le era andata dietro con i guanti in mano. “Mi aiuti a metterli?” le aveva chiesto gentilmente. Doveva indossare il terzo paio, l’ultimo, quello che andava infilato sopra gli altri due tirandolo bene in modo che arrivasse fin sopra i polsini della tuta bianca. “Ma non lo vedi che ho da fare? E poi non ti riesce da sola?” le aveva detto Giulia togliendosi per un secondo la mascherina e incurvando le sua labbra carnose in segno di disprezzo: lo chignon di capelli raccolti sotto alla cuffietta la faceva sembrare più alta, matronale, tanto che Anna si era sentita intimidita e si era allontanata borbottando: “Che stronza, lo sa anche lei che è impossibile mettersi questi guanti se non ti danno una mano”. Nel corridoio aveva incrociato Carlo. “Mi aiuteresti?” “Come no” aveva risposto lui. “Abbassa le mani” le aveva detto l’infermiere prima di tirare i guanti energicamente verso l’alto. “Mettiti anche gli occhiali sotto la visiera, mi raccomando” aveva aggiunto con fare paternalistico. “Certo”. “Mi sta larga” “Te l’aggiusto io” e le aveva stretto il laccino. “Carlo ti ci mancava il covid tre mesi prima di andare in pensione” “Davvero, ma se ne sono passate tante, affronteremo anche questa”. I suoi occhi tondi, sporgenti, avevano sorriso sotto gli occhiali di plastica. Poi medico e infermiere si erano messi uno accanto all’altra davanti allo specchio del disimpegno dove si cambiavano; impacchettati dentro agli scafandri, lui piccolo e tarchiato, lei un po’ più alta ma coi fianchi larghi resi evidenti da quel colore bianco sparato, assomigliavano a due omini della Michelin. “Lo sai che ti dona questo abbigliamento?” aveva detto Carlo con la sua voce roca. “Anche te non sei male” gli aveva risposto Anna sorridendo. Dopo aver controllato per l’ennesima volta di aver indossato correttamente tutti i presidi si erano diretti verso la camera calda dove l’ambulanza stava già aspettando.

Una volta entrati dentro al box si chiusero la porta alle spalle. Le pazienti si appoggiarono a una delle due barelle che erano dentro. La mamma tolse il piumino alla ragazza, poi si levò il suo giaccone. “Signora dobbiamo ripetere il tampone a sua figlia e farlo anche a lei” le disse Anna. “E io devo fare il prelievo ad entrambe” aggiunse l’infermiere. Anna si avvicinò alla donna con la provetta in mano. Col riscaldamento acceso e sotto la luce forte del neon stava iniziando a sudare tanto che la visiera le si era un poco annebbiata. “Speriamo di fare alla svelta” pensò. “Ora questa maglia di lana è di troppo”. “Si tolga la mascherina e apra per bene la bocca”. Aveva appena finito di pronunciare la frase che la ragazza si staccò dalla barella e le si gettò improvvisamente addosso allungando una mano verso la sua visiera. Anna si ritrasse ma la paziente riuscì a sfilargliela, solo che nella foga le sfuggì di mano e cadde per terra. Carlo reagì prontamente e in un batter d’occhio immobilizzò la ragazza che stava mirando agli occhiali di Anna afferrandola da dietro per i gomiti. “Stai ferma” le disse alzando la voce mentre lei si dimenava. Anna sentì il suo cuore che batteva all’impazzata e trattenne il respiro dalla paura. Solo dopo che vide la ragazza agguantata dall’infermiere riprese fiato. Si chinò istintivamente e raccattò la visiera da terra ma quando si rialzò si fermò. “Ma che sto facendo? L’ha toccata lei con la mano” pensò. Posò il dispositivo sulla barella accanto al piumino della mamma e si pulì subito i guanti col gel. “Giulia passami un’altra visiera” disse girandosi verso la porta a vetri. La capoturno che aveva assistito alla scena corse con uno scatto a prendere un altro dispositivo, aprì la porta, glielo passò in un baleno e la richiuse. “Mi devo vestire anch’io?” gridò da fuori. “Aspetta” rispose Anna. La mamma della ragazza nel frattempo si era messa davanti alla figlia e cercava di calmarla accarezzandole i capelli. “Irene fai la brava, non ti agitare” le sussurrava dolcemente. La ragazza parve calmarsi, abbassò le braccia e l’infermiere mollò la presa. Le rimase alle spalle però. “Anna, fai alla svelta il tampone alla madre e dopo proviamo a farlo a lei mentre continuo a tenerla ferma” disse Carlo ansimando. Anna con la mano destra che le tremava fece rapidamente il tampone alla madre e poi si avvicinò con cautela alla ragazza che teneva le labbra serrate. “Apri la bocca per cortesia” le disse avvertendo il sudore che le colava lungo la schiena. Ma la ragazza rimase immobile. “Tesoro fai quello che ti dicono” intervenne la madre. La ragazza allora aprì la bocca ma quando Anna si avvicinò col tampone la serrò immediatamente e si gettò di nuovo contro la visiera di Anna che cercò di proteggersi mettendo davanti al volto la mano destra. Carlo la agguantò per i gomiti come aveva fatto prima ma nel frattempo la ragazza era riuscita ad aggrapparsi alla mano di Anna. Anna nel tentativo di liberarsi fu costretta a lasciar cadere il tampone imbevuto della saliva della paziente che la colpì su una coscia. L’infermiere trascinò via la paziente mentre Anna retraeva la mano: nel contrasto tra lei e la ragazza il guanto si ruppe. Anna scappò in un angolo del box in preda al panico: da quanto sudava la visiera le si era completamente appannata. “Dobbiamo sedarla” urlò Carlo rivolto a Giulia. “Prepara una fiala di talofen” aggiunse Anna. “L’ho già preparata, ho pronto anche un tavor, li vuoi tutt’e due?” chiese la capoturno. Anna rispose “Dammi il talofen, è più potente”, corse verso la porta, l’aprì e afferrò al volo la siringa col sedativo. Mentre l’infermiere teneva ancora ferma la paziente che si dimenava abbassò di corsa i pantaloni della ragazza. “Ma non sarà troppo forte?” intervenne la madre che si era messa tra Anna e la figlia e cercava di calmarla parlandole dolcemente. “Signora si sposti, io gliela faccio, qua si rischia la pelle” le rispose Anna bruscamente e ficcò l’ago dentro ad un gluteo con la mano che le tremava; poi premette lo stantuffo con tutta la forza possibile. Quindi si allontanò alla svelta. La mamma rimase in silenzio poi dopo una breve pausa disse: “Avete ragione. Anzi grazie per tutto quello che fate”. La ragazza dopo qualche secondo che ad Anna parve eterno iniziò a barcollare e poi chinò la testa. Carlo senza mollare la presa la condusse verso la barella; poi ce la stese delicatamente. “Il tampone glielo faccio io, te esci pure” disse rivolto a Anna che si era avvicinata alla porta. “Resto qui con te fintanto che Giulia non entra” rispose Anna. “Sicura?” chiese lui. “Sicura, tanto ho il secondo paio di guanti”. Nel frattempo scosse le spalle: la maglietta di lana tutta bagnata di sudore a contatto con la pelle le stava provocando un intenso prurito sul dorso. “Te esci” le disse Giulia entrando alla svelta dentro al box. Anna uscì e quando si chiuse la porta alle spalle tirò un sospiro di sollievo. Poi si diresse verso la camera calda. L’aria fredda della notte fu come un abbraccio liberatore. Chiuse gli occhi mentre sentiva le gocce di disinfettante che colpivano delicatamente il suo corpo sia davanti che dietro, quasi accarezzandolo. “Dammene un’altra spruzzata abbondante” disse al barelliere che la stava sanificando. Poi si spogliò piano piano, con molta attenzione cercando di imitare la flemma di Giulia che non si stancava mai di ripetere sempre le stesse parole dopo ogni tampone. “Ricordatevi che i movimenti con cui vi levate i mezzi di protezione devono essere lenti per evitare la contaminazione”. Alla fine rimase con indosso solo la divisa da lavoro a mezze maniche e sotto la maglia di lana giallastra. “O dove l’hai trovata questa canottiera? Vestita così sei inguardabile, lo sai vero?” le disse la capoturno che era appena arrivata anche lei in camera calda. Anna immaginò le sue labbra contratte in una smorfia di disgusto sotto la mascherina ma non si offese anzi, ripensando alla rapidità con cui quell’elefante si era trasformato in una gazzella per darle una mano le sorrise. “E io che credevo di essere sexy. Tutto bene là dentro?” “La paziente dorme alla grande”. In quel mentre arrivò anche Carlo per spogliarsi. Anna lo vide soffermarsi per una frazione di secondo sulla sua mise ma non fece commenti: “Che forza che ha quella ragazza, chi lo avrebbe mai detto, è piccina ma c’è tutta. Mi fanno male da morire le braccia”. “Sei stato bravissimo Carlo.” “Se c’ero io avrei fatto lo stesso che credi?” intervenne Giulia. Anna sentì cadersi addosso all’improvviso una stanchezza tremenda come se avesse lavorato per due giorni di seguito. “Il mio turno è finito, vi saluto, ma prima vado nello spogliatoio a farmi la doccia” disse con un filo di fiato. Per scendere al piano sottostante dove stavano gli armadietti dovette passare davanti al box con dentro le due donne. Un paio di barelle erano state messe di traverso di fronte alla porta in modo che la ragazza non riuscisse ad uscire anche se provava ad aprirla. La madre era seduta accanto alla figlia che in quel momento dormiva profondamente, sdraiata sulla lettiga. Accanto a lei la mamma aveva appoggiato la visiera di plastica che era caduta a terra.

Sotto la doccia bollente Anna ripercorse mentalmente tutta la scena: nel rivedere la mano della ragazza che si allungava verso di lei sentì di nuovo il cuore che accelerava tanto che fu costretta a mettersi seduta sul piatto con la testa appoggiata contro le ginocchia. Fu allora che iniziò improvvisamente a singhiozzare mentre l’acqua calda che le scorreva dalla testa sul volto lavava via le lacrime. Poi si asciugò e si rivestì per tornare a casa; la canottiera puzzava così tanto di sudore che non era il caso di lasciarla dentro l’armadietto. Mentre ripensava al dito indice di suo marito che la guardava con orrore le vennero in mente le sue parole mentre ribadiva per l’ennesima volta: “Ci pensi a quello che mi fai rischiare col tuo lavoro?”. Mai nemmeno una volta dall’inizio dell’epidemia aveva accennato a quello che stava rischiando lei. Mai. Quando tornò a casa Mauro era ancora sveglio. “Come è andata?” le chiese andandogli incontro nel corridoio con la voce rotta dall’ansia prima ancora che lei si chiudesse la porta alle spalle. “Ci sono stati dei problemi con una paziente positiva che si è agitata” gli disse Anna restandogli distante. Lui si allontanò ulteriormente. “Che tipo di problemi?” “E’ una ragazza con un handicap mentale, si è innervosita e mi ha strappato la visiera… comunque non mi ha contagiato, ero tutta vestita”. Mauro intravide la canottiera che sporgeva dalla borsa mentre lei si toglieva la scarpe. “E questa l’hai riportata a casa? Buttala subito nel cassonetto” Anna ebbe un attimo di incertezza poi disse: “Sai che pensavo in macchina? In questo periodo potrei trasferirmi nell’appartamento del piano di sotto, così stiamo tutti più tranquilli, sia io che te, tanto le ragazze se ne sono andate con il lockdown”. Da due anni lei e Mauro avevano dato in affitto a delle studentesse universitarie l’appartamento sottostante al loro dove aveva abitato finché non era morta la mamma di Anna. “Mi sembra un’ottima idea” replicò suo marito entusiasta e corse a prenderle le chiavi. Quando gliele porse stette ben attento a non toccarla, come se fosse un’appestata. “Buona notte” gli disse Anna ma lui non rispose e chiuse rapidamente la porta appena lei fu sul pianerottolo.

Una volta dentro al lettino singolo dove dormiva una delle studentesse Anna chiuse gli occhi. Prima di addormentarsi ripensò a Carlo, a quando lo aveva incrociato prima di smontare dal turno davanti allo spogliatoio. “Come stai?” “Provata” “Non è stata una passeggiata nemmeno per me” “Mica mi sarò infettata che dici?” “Ma no, ti sei sempre pulita col gel, eri tutta scafandrata, stai tranquilla” “Dici?” “Ma certo”. L’infermiere le si era avvicinato e per rincuorarla le aveva messo una mano sulla spalla. Anna aveva sentito un impulso irresistibile di stringersi a quell’uomo basso, mezzo pelato, tarchiato, che come età poteva quasi essere suo padre. A ripensarci ora non le era chiaro chi dei due si fosse tolto per primo la mascherina avvicinando la bocca all’altro, fatto sta che si erano baciati. Subito dopo si erano sciolti dall’abbraccio, avevano abbassato entrambi gli occhi e si erano detti: “Ciao a domani” prima di dirigersi in due direzioni diverse. Dopo pochi passi Carlo si era girato e con un sorriso le aveva detto: “A proposito non ti sta male quella maglia di lana”. Ora la canottiera giallastra impregnata di sudore era lì per terra, arrotolata accanto al lettino a una piazza. “Domani la lavo” pensò Anna e si addormentò.

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