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Come trasformo Dagospia in gelato

C’è una voce parallela, un gusto capriccioso che mescola aromi disparati pescando nel fertile territorio italiano. Una squallida crema che sa troppo di uovo sfornato da galline toscane, un cioccolato raffinato al peperoncino calabrese agghindato di fiori eduli e delinquenza, una mousse di fragola del trentino incappata in qualche scandalo imprenditoriale da copertina o una sinuosa e sensuale nocciola trilobata sfoggio da domenica live. Dagospia è il gelato di quel gelatiere che ama la sua terra così tanto da ficcare dentro le sue ricette tutto ciò che la patria offre, senza tecnicismi o buonismi, lo mescola a crudo, lo raffredda e lo manteca e te lo sbatte in faccia.

Tu sei lì, sotto al gelato che cola dalla vaschetta, clicchi con la lingua per leccarti la notizia bomba che ti esplode sul palato e senti i sapori di un paese che non ti delude mai se hai voglia di prenderlo così com’è; vero e squallido, bello e fasullo.

Scrolli senza che lo stomaco smetta di gorgogliare, gli zuccheri fermentano e tu ne vuoi ancora ma quel gelato variopinto ormai è finito, le notizie le hai leccate di ogni gusto e te ne resti divertito fino a che non sale in gola quel retrogusto tra l’amaro e l’acido di un paese al capolinea.

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