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CORO PER DARIO BELLEZZA

La sedia di paglia si è rotta,

ne conservo solo lo schienale.

Fu un regalo di un amico defunto

ormai sparito, suicida, arrivato

nel buio calmo degli Inferi.

A presto mi dice nel sogno

a presto dentro la stufa aspettando

l’Inverno dove butterai lo schienale

e della vecchia sedia non resterà

traccia, come noi mortali.

Diventerà fuoco, poi brace

piena di tizzoni ardenti

sfrigolando nel pianto sommesso

della cenere.

Tu, tu,

sempre tu

calzando mattutine babbucce

ti riscalderai al fiato

solenne di una statua

bottiglia di Centerbe.

[Dario Bellezza, da Proclama sul fascino – Mondadori 1996]

Molte voci soprattutto di recente hanno cominciato a levarsi per un peana tardivo che sottragga il nome, la vita, soprattutto la sua poesia, di Dario Bellezza all’oblio in cui è fatalmente scivolato. Vorrei aggiungere ad esse, la mia perché l’anno dopo la morte del poeta, avvenuta il 31 marzo 1996, in povertà e per AIDS, ho partecipato con alcuni inediti alla prima edizione del Premio di poesia a lui intitolato, e con grande stupore e gioia sono stata inclusa nell’antologia LA SEDIA DI PAGLIA SI È ROTTA (Fermenti), che raccoglie i vincitori inediti in quel volumetto editi per la prima volta. Nel libro ognuno dei cinque poeti tirati fuori dai cassetti ed esposti a un ascolto attento, in cui pensammo Dario Bellezza fosse orecchio assente e aleggiante, godeva della sua ala protettiva sotto la forma di una fotografia, scattata da Ilaria Bellezza, di un angolo della casa del poeta e per didascalia un paio di suoi versi. A me toccarono questi:

È avventizio il mio essere reale.

Sleale è insistere su chi sono io

[da L’Avversario, Mondadori 1994]

Ecco, dopotutto questo distico comunica con quel pugno di versi e coglie persino il vero pericolo in cui ognuno può incorrere: la damnatio memoriae che finirebbe per essere l’offesa più grande a quel desiderio di amore che ogni individuo coltiva come riconoscimento della propria persona. Coglie il vero cruccio che angustiava Dario Bellezza uomo prima ancora che poeta. Già constatare che della sedia è rimasto lo scheletro, e ricordare che fu dono di una amico già trapassato, consegna quel simbolo all’immagine più connotante della precarietà e della temporalità che ci qualificano e ci segnano. Poi indicare il più che probabile destino di un simile resto, legna per il camino, è un passo ulteriore nella scala discendente del destino finale – la brace che quei tizzoni renderanno sembra un estremo segno di vitalità sfrigolante, poca cosa, cosa misera, ma pur sempre il ricordo di qualcosa. Ma la destinazione è nota senza che stiamo là a osservare l’intero ciclo del processo: tutto finirà in cenere, anche le lacrime risulteranno inutili. Resta una sola consolazione che per adesso però dona conforto: una scena casalinga in cui si calzano le pantofole, ci si gode il mattino, ci si riscalda con un alcolico forte, un amaro centerbe. Il distico sintetizza proprio questa natura transeunte della vita. Ci svela la casualità del nostro esistere, convalida la labilità dell’identità personale, già pronta a svanire.

A Pier Paolo Pasolini
Non mi rassegnerò mai alla tua morte.
Sei stato così indispensabile per me, così necessario
che a pensare che la terra più non ti prevede, e la
vita ti ha abbandonato urlo di un dolore
senza tregua o pace in qualche conforto. L’idea
che non avevi nessuna voglia di morire, pur
se come tutti i poeti la morte l’avevi tante volte
invocata, fino ad esorcizzarla, mi fa terrore.
Non volevi morire, lo so; non così almeno, ucciso,
dilaniato, calpestato, e questo limite assurdo
del destino mi colpisce come una violenza incredibile.
Vieni a dirmi perché sei morto, perché ci hai lasciato,
se esiste Dio in qualche parte del Creato!
Tu solo eri intelligente e padre tanto
da acquietare la mia fame e sete di pianto!

Vedi: ti rendo omaggio con qualche stenta rima;
tu mi hai voluto poeta, ed io mi sono reso
tuo schiavo, tu hai difeso in me la diversità
e io ho compensato il mio fare con la tua cortesia
di lettore attento e curioso. Com‘eri intelligente,
caro Pier Paolo, com’eri strano e misterioso;
come ci hai lasciato qua tutti orfani di un padre
che non volle mai essere padre ma che lo era, negli atti,
e nelle parole, più padre di tutti., più maestro.
Ti ho tradito anch’io tante volte, ma eri così
presente, cosi sempre necessario da dover distinguere
con te ogni riga che scrivevi per non sentirmi soffocato;
ma tu amavi tanto la tua libertà da amare nella tua
quella altrui, e la mia consigliavi amorosamente
distratto e divino.
Non mi consolerò mai della tua scomparsa, e ti andrò
cercando ormai solo in quel pianto che è la memoria
dove non c’è spazio per la vita, o per l’ansia di incontrarti
ancora, a Sabaudia, al ristorante, a casa di Elsa o di Laura!

Vere lacrime mi bagnano le guance, ora, e scrivendo
questa mia testimonianza non mi vergogno di essere
sentimentale. Ci si accorge di tutto l’amore che si aveva
per qualcuno solo all’atto pratico della sua morte.
Non la volevo, né la prevedevo. E ora che è una realtà
che offende e brucia dentro senza tregua, scusa, caro
se ricordo al mondo quello che, morendo, ha perso.
Una luce, uno spazio infinito di poesia, un cuore
tormentato e quieto nella sua voglia di vivere.
I tuoi nemici avranno gongolato. Uno di meno, hanno
detto. Vergogna! Vergogna! Piangete, ragazzi, almeno
voi la morte di Pier Paolo; nessuno più di voi può
essere lì dove Pier Paolo voleva vivere e operare.

Il primo in ordine di tempo a valorizzare il talento di Dario Bellezza fu Alberto Moravia che nel 1970 firmò la prefazione del primo libro in assoluto del poeta – un romanzo, in realtà: L’Innocenza, breve narrazione dei tormenti di un adolescente. Apparvero alcuni suoi versi su Nuovi Argomenti, e per interessamento di Pier Paolo Pasolini cominciarono a uscire le sue raccolte di poesia in volume:  Invettive e licenze (1971), Morte segreta (libro Garzanti vincitore del Premio Viareggio 1976), Angelo (1979), Turbamento (1984), L’amore felice (1986), Nozze col diavolo (1995) – inframmezzati da altri due romanzi: Lettere da Sodoma (1972) e Il carnefice (1973). Faccio un’osservazione forse azzardata ma mi viene da dire che Dario Bellezza, grande poeta, da Pasolini riconosciuto pubblicamente come voce nuova, di svolta, di una nuova stagione poetica, non solo in tutta la propria produzione non ha mai nascosto la natura strettamente autobiografica della propria materia poetica e il maledettismo, atteggiamento programmaticamente controcorrente nella scrittura come nella vita, ma in barba alla consuetudine per cui molti autori di prosa esordiscono nella poesia, lui ha esordito con un romanzo, ha ripetuto due volte l’esperienza narrativa, ma decisamente è stato (in tutto) poeta, replicando un modello che gli fu offerto proprio da Pier Paolo Pasolini, poeta sostanzialmente in tutte le sue opere, compresi i film. Forse, del resto, se Pasolini ha avuto un fratello minore suo erede questi è stato proprio Dario Bellezza.

1976
Pasolini sparito, ucciso come un cane bastardo
in una sgomenta periferia di fango in un giorno di novembre
mai più ritornerai in questa Italia del miracolo
dove la tecnocrazia fra poco trionferà, il conformismo
dei nuovi padroni, laidi nazisti atei o cattolici di un dissenso
solo nominale che perseguita i diversi, distruggendo
ogni anarchia, ogni bellezza ideale;
vista mai dimenticata per te vivendoti accanto
per tanti anni ormai poeta dimenticato, incrostato
nelle tue menzogne radiose di poeta civile
sublime compagno di notti in terra ferma
parlando di libri e di amori.

Pasolini, ti hanno ucciso, non meritavi di morire
né di vedere lo scempio del tuo corpo sacro
mentre tutti i poeti ermetici neorealistici o avanguardisti
coprono con le loro poesie di fetore l’umile Italia
e il mondo, né sanno quando tutto prenderà la via dell’Eterno
e le morte stagioni sapranno l’odore della tua scomparsa
immedicabile ferita mi avanza per tutto il resto della vita
abbandono il sentimento e la fortuna vuole che io sappia
sopravvivere al lutto, ma è come fosse ancora il primo giorno
della tua partenza da questo unico consesso dei vivi.

Ciò che salta agli occhi leggendolo è il modo diretto, privo di decorativismo compositivo, di pose da poeta merlettaio, con cui Dario Bellezza mette in scrittura la propria percezione del mondo, formula un dettato che giustamente Maria Borio in POETICHE E INDIVIDUI. LA POESIA ITALIANA DAL 1970 AL 2000 (Saggi Marsilio 2018) definisce confessionale sottolineando l’espressione diretta dell’io del poeta in una ondata nuova nella poesia italiana che la Borio non esita a definire come neo-individualismo – come sottolinea la rilevanza del mondo della psiche, in questa poesia diretta sfrontata emozionale: personalmente preferisco parlare di mondo interiore, per rifuggire da luoghi comuni psicanalitici.

Di sé, ci informa la Borio, Dario Bellezza dichiarava, “Vengo dalla neoavanguardia […]. Non do nessuna importanza alle generazioni. Le generazioni non esistono. Siamo tutti contemporanei”.

L’avversario
Non furono immagini, raggianti e regali
immagini del reale salutare il mio forte:
il forte di ogni ora rimescolata, nella
siesta o controra delle brame assolute.
E trascorsi i secoli in ghingheri
trasecolammo con scheletri tardivi di Musa
antiquata lungo le cime dei monti Tiburtini
invano cercati da mani infantili.
Non cercammo i cuori lacerati e indecisi
né il lieto sapore dei muscoli d’Acciaio.

Si, immagini, rumori: mai il mio forte,
il vero forte, o panforte della poesia.
Truccata idea dai sensi inquieti
o calpestati singhiozzi nel letto
ospite e ospitale, orinale mentre tendo
l’orecchio alla salita delle scale,
le mani collegiali chiuse e derise
dentro la palma umida, liquida,
vivendo al capestro le sensazioni virginali.
Stanze illuminate, poi. Garbate
ingiurie del vino, ma il giorno è
passato ormai, orfano innamorato
agitandomi in piedi, in ansia: apro
la finestra nel freddo lunare
spio la mortalità terrestre e serale:
tombale silenzio, e noia, noia
calamità naturale del poco amarsi
nel riaccendere la luce
perché svaniscano gli incerti fantasmi della notte.

Qui ancora resiste qualche residuo giro compositivo di valzer, ci sono ancora piume e cartilagini di una nascita ma già assistiamo a un superamento, alla vittoria di una formulazione franca che risulta dallo sviluppo interno al testo come conquista finale. L’IO/non-dio esce dal guscio e abbandona ogni cascame per puntare dritto a una lingua che senza mezzi termini, senza esitazioni, senza inutili giri a vuoto solo estetici, dica, comunichi, prefiguri, anzi figuri in modo franco, ripeto, ciò che per il poeta conta sopra ogni cosa.

LA PATRIA E’ LA LINGUA
Per una mattina il male e il vero si confondono;
nessuna bestemmia per l’opera esaurita
da chi, come me, non spazia più nei sentieri
della poesia. Forse sbagliai arte, la sovrumana
fine non cercai con accanimento; non avevo
mestiere; così passai ad invidiare i pittori.
Ma quali? I mentali, tutti figurativi
e anormali, astratti e immaginosi vigliacchi
nel rifiuto dell’Antico e della Tradizione,
ma virili nell’accettazione del Caos
del mondo moderno. Creatori d’immagini, sì,
beati, mentre il poeta s’arrangia anche
in estreme parole, afferrando, magra
consolazione, che la sua patria è la lingua!

Assassino, scuoti il poeta, discreto infantile
tessitore d’inganni, scuotilo, con la tua magia:
fallo fuori con gli occhi della mente bruta;
calpesta l’orgoglio di chi rimane attaccato
alla Realtà! La Realtà non esiste, ma esiste
un mattino in cui ci si sveglierà perfetti
e ciechi nella ridondanza dei corpi,
o della loro fresca resurrezione. E noi saremo
là, angeli di fiamma e ghiaccio, a cantare
la gloria del Signore per aver saputo
registrare l’orrore del mondo mendico
in Marocco o a New York, non ha importanza.

***

[Da Angelo, 1979]
Non sono né invincibile ne Dio;
ma mortale assaporo i sapori più forti della vita
e vomito, considerandomi fallito
agli occhi di Dio.
E tu, donna, vienimi incontro.
Portami in salvo. Brucia le resistenze.
Satana mi vuole perduto e peccatore.
Io devo smettere l’orgoglio
di sapermi diverso, irreale
amante dei diversi.

Ho deciso di non più frequentare la tua perfidia
Immonda di terrestre consumato dall’invidia
Delle mie celesti opere che nel mondo illuminando
La verità del destino, il fato aguzzino dei soavi
Ragazzini incatturabili dai mostri osceni e turpi
Come te, lasciano l’irrealtà, per sprofondare
Nella mia straordinaria coscienza. Dilato
Il mio giudizio su di te, corruttore di bambini
E straripante lemure che la ristorante mi afferri
E con le tue stregate pargolette di scostumato
Poeta di periferia, m’infilzi, bivaccando
Presso i barbari drogati dell’Assoluto Relativo.
Non sei niente, ma vorrei assistere al tuo funerale.
Vederti mentre mi vedi
Venire al tuo funerale senza poter obiettare
A questa assente presenza che sarei io, a lutto
Vestita, in attesa di parlare di te
Al ristorante con i miei cortigiani.

***

Andiamo a rubare
Andiamo a rubare: il furto si addice a un poeta!
Nessuno veramente sa che cosa sia, intero,
un poeta! Un grande sapiente o veggente?
Magari! O soltanto un criminale! Un ladro
di lumi, di vite clandestine vissute
nel silenzio dei giorni tutti uguali.

Ma non saprai giammai perché sorrido
Ma non saprai giammai perché sorrido.
Perché fui il pedante Amleto
della più consolatrice borghesia.
Perché non ho combattuto il Leviatano
Stato che vuole tutto inghiottire
nella macchinosa congerie
della sua burocrazia inesorabile.
Ora mi nascono le unghie come ai morti.

Nella luce fioca mi lecco
Nella luce fioca mi lecco
le ferite mortali e la mia
anima foglia leggera va
in cerca del Padrone
Chi è nell’ombra solo sa
quanto il giorno è mortale
Bianca statua solare
che non incanta più la mia
morta anima.

***

Per sempre
Eri una emozione per vivere,
per stridere durante il pasto
serale. Era emozionante ricevere
posta. La mattina in fretta
le scale scendevo e lì
trovavo le ingiurie tue
alla mortale natalità.

Accuse per andare avanti.
Ma dopo ti rendevi inquieta
al delitto del non detto
se non rispondevo per le rime.
O rima che dirti non sapevo
senza la fuga in avanti
di terzine squilibrate
sul dolce stil vecchio della
Musa canterina a presiedere
gli ozi di Sodoma. Dirti
che ero pieno di sonno .
se l’immortalità era un pio
desiderio, lugubre sospiro
ti avrebbe annoiato.
Talvolta una stradina
mi risucchia indenne
dove non alberga strepito di auto;
allora sciolto dai tuoi lunghi
sensi camminare ti vedo per sempre.

Roma 1989
[…] Il punto partenza e scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, e non sarò più solo.

Dario Bellezza è stato molto accudito da Amelia Rosselli che per un periodo lo ha anche ospitato nella grande casa sul Lungotevere, come ci racconta Renzo Paris in Miss Rosselli, ma la sua voracità nelle relazioni, la confusione in cui era abituato a vivere, le truppe di gente che irrimediabilmente era uso portarle in casa, mettendo in crisi la primaria esigenza della poetessa di essere nella quiete e nella solitudine, sospettosa com’era sempre che la avvicinassero le spie della CIA, determinò che Bellezza fosse allontanato, e guastò non poco i loro rapporti. Dario Bellezza era del resto in amicizia con tutto l’ambiente letterario romano, e tutti lo hanno amato e frequentato fino alla fine. Anche la poesia testimonia questo suo stare al centro della letteratura, della poesia sempre.

A Elsa Morante
I ragazzi drogati, guardie del corpo
dell’Assoluto, vanno per il mondo
mattutino fino alla sera della loro
sopravvivenza: come passerotti
mangiano distrattamente
tutti presi dai loro sogni d’avventura.

E la sciagura che li coglie per strada
e li fulmina pienamente stecchiti
li lascia preda delle iene umane
che scrivono i loro necrologi sui giornali.

Le loro dita sono piene di anelli,
la loro grazia bugiarda di mentire
sa che io non ho bisogno di droghe.

E mi guardano come un povero reietto,
un infelice, ma troppo non m’offendo.
So che vanno per le vie del mondo
con in bocca il sapore della polvere
e del tossico:
strepito vano è il loro baloccarsi
bambino, orgoglio luciferino
di chi si consuma, strugge come cera,
ma anche così la mia voce smorta
li vorrà sempre al mio capezzale.

Il mare di soggettività sto perlustrando
Il mare di soggettività sto perlustrando
immemore di ogni altra dimensione.
Quello che il critico vuole non so dare.
Solo oralità invettiva infedeltà  codarda petulanza.
Eppure oltre il mio io sbudellato
alquanto c’è già la resa incostante
alla quotidianità. Soffrire umanamente
la retorica di tutti i normali giorni delle
normali persone. Partire per un viaggio
consacrato a tutte le civili suggestioni:
pensione per il poeta maledetto dalle sue
oscure maledizioni.

Dio mi moriva sul mare
Dio mi moriva sul mare
azzurro, sul suo pattino dove
mi aveva invitato ad andare.

Ma fu la gelosia, la normalità
dei ragazzi a spingermi a rifiutare,
ad alzare le spalle alle battute salaci.

L’odore del mare riempiva
le navi e tu cantavi negli occhi
ridarella di vittoria.

Fuori di me
Alla follia, non badate, datemi retta!
Pensate piuttosto ai nuovi ritmi in cui
immergere la vostra vita perduta dietro
l’apparenza delle cose. Cercate l’immortalità,
l’eterna questione del mare splendente
dentro il sole di giugno che diventa nero
a notte e scompare nelle tenebre.
Io dimenticato relitto di una civiltà
passata sono il solo che piango i defunti
miraggi di un’età morta e ancora
coprendomi di ridicolo scrivo lettere
d’amore a traditi amori di un’epoca trascorsa,
la giovinezza, e ricordo lo studente
che piegava la sua retta immagine
a misurare l’angolo della sua carnale diversità,
a versare nel seno asciutto di una madre
occasionale la solitudine futura dei suoi
giorni tutti uguali. Lasciatevi andare
verso il mare della vita! Assaporatene
la musica sbiadita, e trionfatore sarà
solo il Tempo e il suo nero oltraggio, la Morte!
Mentre io ancora scriverò che il poeta
chiude in stremate parole il suo cervello
mirando il muro in alto della sua stanza
e le poesie scivoleranno via, senza pietà,
e nessun Dio le registra, incarnandosi per un attimo.
Il ritmo non sa di mirtillo acerbo
e piegarsi sulla bianca pagina di un diario
il meglio dell’ispirazione fa in un fiato dileguare.
Chiamatemi così: pazzo, deserto testimone
di un deserto da percorrere in una torrida
estate, senza acqua raccolta nella gobba
di un domestico dromedario, e la mia poesia
definitela con crudeltà e livore come lubrica,
oscena, interessata e manigolda consigliera
di sventura o furto di anime giovanili
in cerca di nuove reincarnazioni.
Sappiate però che brucio di gioia, di allegria
feroce dentro la mia casa buia, prigioniero
di calamitose idee, slabbrando la mia merda
in privata visione senza lo scempio
di immagini e talenti altrui. Sono un genio
geniale che la vita spassa da un dolore all’altro,
teatrale, senza ferite apparenti che non siano
d’amore, piaghe purulente lasciate da una donna
fatale che nessuno conosce.
Slabbro la mia merda in privata visione:
ghirigori collettivi e birbanti.
Muratemi in una galera con la bibbia e i santi.

Dopo un anno, feroce giorno
in cui un poeta è caduto

***

Forse mi prende malinconia  a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’ eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza

con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.

*
Se un poeta, io, regalo al cupo silenzio
della notte metà del tempo che m’ incalza
ostinato inquisitore di un corpo
sbalordito dall’abitudine, decomposto,
in ansia perpetua di non lasciare traccia
di sé nei corpi altrui o stampo caldo
nelle fresche leggere menti adolescenti

né la Storia, l’ordalia infernale
dei tiranni assetati di sangue e morte
non considero, ne viene anzi, rabbia,
sgomento, urlo lontano nella gola secca,
pianto sommesso o gridato, abbiate pietà!,
vi scongiuro, trattenete l’angoscia che sale
alle mie stanze, feritela, fate qualcosa!
grida la mia voce isterica e arrotata
dallo snobismo clientelare con il Diavolo;
ne viene tutto come meta finale un nulla,
un ghiacciato nulla senza escrementi
o virtù viziosa di drogato. Talché scrivo
in privato, di nascosto, che nessuno sappia,
per carità, madre di un attimo, amante
passeggero dentro un treno o una fratta,
scrivo un testamento o calendario, a seconda
dei temi giornalieri destinati dal Caso,
non umili o meschini o facili o malati
ma sempre datati come ogni cosa deriva
dall’anno il suo profumo e la menzogna,
spera di trovare l’occaso salutare
fuori di qui, terra bruciata, di nessuno
di là dal mondo certo e pellegrino.

Invettive e licenze, prima raccolta edita di Dario Bellezza, uscì nel 1971 – solo due anni dopo che il 21 luglio l’Uomo mise piede sulla Luna posandolo sul Mare della Tranquillità. In assonanza al toponimo lunare Dario Bellezza lì scrive:

Il mare di soggettività sto perlustrando

immemore di ogni altra dimensione.

Quello che il critico vuole non so dare. Solo

oralità invettiva infedeltà

codarda petulanza. Eppure oltre il mio io

sbudellato alquanto c’è già la resa incostante

alla quotidianeità. Soffrire umanamente

la retorica di9 tutti i normali giorni delle

normali persone. Partire per un viaggio

consacrato a tutte le civili suggestioni:

pensione per il poeta maledetto dalle sue

oscure maledizioni.

Mentre vi consiglio, cari lettori di questa rubrica,un paio di approfondimenti su Dario Bellezza – all’interno di Il libro degli amici di Elio Pecora (Neri Pozza 2017), e in Dario il grande di Arnaldo Colasanti, edito nella Collana Bandiere (Capire Edizioni / Cartacanta, pag. 211 anno 2019) – chiudo qui dicendo che il testo qui sopra è proprio la bandiera del neo-soggettivismo, il maledettismo confessionale di Dario Bellezza, e proprio nel già citato saggio Marsilio, POETICHE E INDIVIDUI. LA POESIA ITALIANA DAL 1970 AL 2000, Maria Borio indica Dario Bellezza come voce-chiave della poesia seguita alla distruttività dell’avanguardia. Da lui provengono: 1. il neo-individualismo (la soggettività lirica) di Alesi, Zeichen, Cavalli, Lamarque, Insana e Frabotta, da un lato; 2. dall’altro, l’esistenzialismo problematizzato di De Angelis e Cucchi.

Il Premio a lui intitolato mi pare abbia rapidamente bruciato il proprio corso ma è ora che a Bellezza si riconosca grande importanza e innovazione a dispetto dell’oblio che a tratti lo ha riguardato: Dario è LA POESIA, Bellezza!


La fotografia in questa pagina è di Massimo Consoli.