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“Ricomporre amorevoli scheletri” di Giovanna Rivero (Gran Via)

La Bolivia è una nazione sperduta tra le Ande e le lotte per riavvicinarsi al mare, dove le foglie di coca vengono masticate per tenere lontano il dolore e gli sbalzi di pressione, e gli incubi e i deliri che procurano sono accettati come parte del bagaglio che uno si porta dietro per difendersi dal freddo e dalla fame. Gli amorevoli scheletri alcune volte hanno una fisicità ossea difficile da dimenticare, per quanto sono ben raccontati, altre volte sono la ricomposizione delle identità frantumate e violate dei personaggi, in un percorso che va avanti per ciascuno di loro con la caparbietà di un animaletto randagio.

Leggendo queste storie, molto eterogenee per argomenti trattati, che vanno dal realismo magico, alla crisi familiare, alla violenza sessuale, hai l’impressione di varcare un confine fatto di corporeità ed entrare in una stanza dove l’atmosfera è molto rarefatta, in un luogo che non è più proprio la Terra, ma di certo non è il Cielo, quanto piuttosto il mondo alternativo e possibile in cui vivono i protagonisti. La luce diretta e bianca del Manitoba, in Canada, ci fa sbattere gli occhi, insieme alla piccola Elise, una giovane mennonita stuprata nel sonno, insieme ad altre ragazzine come lei, e che di fatto, viene costretta ad abbandonare la sua terra e a emigrare in Bolivia, incinta come conseguenza di quello stupro. E’ terribile sentire i pensieri di Elise che ripercorre il sonno drogato e la spossatezza a cui l’hanno indotta quando è stata stuprata, le parole morbose del suo assalitore, e l’invocazione alla preghiera e al digiuno che il capo della comunità ritiene una punizione sufficiente per il colpevole, identificato.

Il racconto doloroso e surriscaldato di due ragazzi naufraghi, il sale e le infezioni sulla pelle sfigurata, dove uno dei due ha mangiato il corpo, ormai privo di vita dell’altro, e nel raccontare alla madre del morto la vicenda, si sottopone al rischio di mangiare una tortilla avvelenata. La madre lo avvisa che una delle due tortillas è avvelenata e sarà lui a scegliere quale mangiare, lei mangerà l’altra, in un perfetto equilibrio tra punizione e giustizia profonda, quella che non appartiene ai Tribunali.

Ogni personaggio è profondamente libero e profondamente incatenato al tempo stesso, ai suoi propri demoni, che però continua ad evocare a braccia spalancate perché se li perdesse perderebbe una parte di sé.

Come fa il giovane Fabio, figlio tardivo di una coppia sull’orlo del divorzio, che scopre un messaggio in una bottiglia datato 15 anni prima e, stravolto dalla notizia che deve pagare per l’aborto della ragazza che frequenta ma non ama, decide di trovare non solo i soldi necessari per l’operazione, ma anche una nuova vita. Fabio ha 17 anni e non vuole avere nessun bambino, ma la sua stessa pelle gli fa male, gli fanno male i musi lunghi dei genitori, e le loro aspettative infiorate di illusioni e desideri che non rispecchiano la sua decisione. Così va a trovare l’autore di quel messaggio con l’indirizzo scritto in un inchiostro ormai sbiadito. Bussa a una porta e trova qualcuno.

Ci sono vampiri che riducono ragazzine in pezzi sanguinolenti per farle risorgere affamate e immortali, il passo lieve sulla sabbia che chiede il consenso della vittima, Lena, che accetta di farsi incidere il polso con il suo stesso canino, destinata a svegliarsi in mezzo all’erba il giorno dopo, felice, mentre da lontano brillano i fuochi arancio e oro di una pira.

Sono raccontate anche storie vere, o che potrebbero essere vere, come quella dell’ultimo racconto, la storia drammatica di due ragazze che cercano di entrare negli USA dal Messico, e si smarriscono e si chiedono se non hanno sbagliato deserto, con i loro sogni stretti come inutili fagotti. Oltre la speranza esiste San La Muerte, che è una divinità oscura da pregare all’ultimo, con un coniglietto morto stretto al cuore, sapendo che il Santo ti porterà via quello che ami di più, ma poi ti renderà giustizia, in maniera inaspettata.

Il mondo narrato in queste pagine è un mondo crudele che ho amato subito, d’impulso, con la stessa spontaneità inspiegabile con la quale da ragazzina, amavo ascoltare storie impietose di lupi che divoravano pastorelle ricciolute o coccodrilli che divoravano braccia di esseri umani incauti. Mia nonna mi raccontava storie che somigliano a queste, in un luogo in cui tutto era possibile, indiscusso, e, nel modo strano proprio dei racconti surreali, perfetto.

Uno dei protagonisti di questi racconti, dice che “la Bolivia è una malattia mentale”,  e chissà se per guarire basta andarsene, o se in ogni città che tocchi continui ad avere nostalgia di quella malattia.

È lui, dice Walter Lowen, indicando, con il mento biondo l’uomo in tuta da lavoro blu che si avvicina. L’indio si mette in bocca un’altra foglia di coca. Anche Elise vorrebbe mettersi qualcosa in bocca, un bosco intero, foglie, fiori, persino le spine, pur di calmarsi e di calmare il rigonfiamento che ora si è accanito contro il suo bacino colpendola da quelle viscere complici. Elise ha riconosciuto l’uomo del nubifragio, cioè non lo ha riconosciuto ma il neo a forma di riso le serve come uno di quei punti dai quali si comincia un disegno. È la sua paura che completa i tratti di quel volto così vicino al suo. Non si fida dei suoi ricordi e tuttavia sente ancora quell’aculeo che le squarcia il petto e permette a una bufera nera di attraversarla, lacerandola come si strappa un ritaglio di tela, da un estremo all’altro, senza possibilità di ricucirlo.