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MARIA BORIO – Elogio della Trasparenza

Specie nelle puntate più recenti abbiamo messo a fuoco tre nodi: silenzio / forma / poetica.

Maria Borio, poeta e studiosa di poesia, apre la sua raccolta Trasparenza (Interlinea / Lyra, 2019) così:

Osservate, chiedete non alla forma

ma fuori a tutto il resto cosa sia,

questa scrittura o le unghie esili,

le biografie anonime o le parole anonime.

Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo

dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,

statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini

nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete

io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello

e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera

guardate una parola come un piede di bambino

appoggiato alla mano della madre, quella mano

alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada

e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede

che non vedete, anche nelle immagini

disordinate nell’etere sempre vi seguo,

un aereo silenzioso che rientra nell’hangar

o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,

la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.

Con i pensieri come unghie lego vite

disunite a schermo.

Versi che paiono enunciare una poetica e allo stesso tempo indicare una posizione critica.

In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un’espressione plurivoca e polisemica. Cerchiamo di enucleare quanto il testo prova viceversa a sintetizzare per similitudine e a mandare in circolo in forma compatta. Sul piano della poetica, questa poesia scambia di posto la forma con lo schermo e con la proiezione, e poiché pone l’immagine come limite, cioè come sponda e soglia da cui osservare e raccontare il mondo, ecco che si materializza la scrittura. Guizzano le lettere che concentrano e proiettano immagini, quali erano in lontane origini, come lo sono gli ideogrammi delle lingue orientali. Al carattere generativo della lingua ci si aggrappa con unghie friabili, per tornare inevitabilmente alla questione-forma. Senonché proprio la forma, ci faceva notare Stefano Dal Bianco, è la questione cardine della scrittura, soprattutto della versificazione contemporanea che si crea le sue proprie forme travalicando la metrica (ancora una volta) formale e depositata – rispetto alla quale fin dall’Ottocento siamo stati,volendo, affrancati dal verso libero. Qui si affaccia allora la posizione critica: mi pare evidente che si fa un ragionamento sulla forma, qui sconfessata come sponda solida a sostegno dell’interpretazione. Pare proprio che tutto ciò che sta al di fuori della forma rivesta viceversa importanza fondante. A tal proposito è illuminante ciò che Maria Borio scrive nell’introduzione a POETICHE E INDIVIDUI. LA POESIA ITALIANA DAL 1970 AL 2000 (Saggi Marsilio 2018):

Se il canone e i generi sono oggi sistemi in crisi, una lettura a partire dalle poetiche consentirebbe di dare loro un nuovo aspetto? Il mio studio parte da questa domanda per individuare una sistemazione metodologica e storiografica della poesia italiana […] La poetica esplica un progetto artistico che combina una parte empirica – i temi, lo stile – e una parte teorica: una riflessione idealizzante che trascende la prassi, che motiva la funzione dell’opera e la sua interazione con altre forme e linguaggi. […] La poetica indica la necessità di una lettura relazionale: considera l’opera per il suo essere in situazione, parte di un campo complesso di rapporti dialettici tra teoria e prassi, ontologia e fenomenologia.

Si fa chiaro allora che non solo l’oggetto nuovo della poesia (la poetica originale e innovativa) qui è l’integrazione dei linguaggi e delle loro forme, ma assume un senso concreto e simbolico, allo stesso tempo, il passaggio in cui Maria Borio poeta con acume ci dice, La forma è lo schermo come una casa azzurra, / statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini / nella mia mente. Mi pare che qui si trascorra da forma a schermo a immagine con l’ingresso in campo di un azzurro che non è più solo del cielo denso e trasparente in cui il passaggio della luce trasmetta immagini, oltre a fornire tetto e rifugio, ma l’azzurro trasparente e denso è anche quello degli schermi retroilluminati dei nostri dispositivi elettronici (su cui poggiamo gli occhi molto più spesso e continuativamente che al cielo) e che sono deposito esterno dei ricordi della nostra mente in cui teniamo tutto e tutti legati a noi.

Lo schermo poi proietta sogni come storie che sembrano racconti o vere sceneggiature oniriche:

SETTIMA SCENA

Stendevamo le mani contando

i bordi di pelle incrinati.

Questa è una scena visibile

dietro una parte di me che indietreggia,

si sorregge la luce insieme

la carta e il digitale, ti sorreggi

consegnato alla portafinestra

e mi apri uscendo sopra il gelo.

Questa è una seconda scena

che mi lascia creatura tra gli uomini,

tu uomo tra le creature che degradano –

il balcone, la condotta di rame, i grovigli delle nuvole,

una sagoma parlante.

Nella terza scena parliamo immobili

attraverso uno schermo nell’etere

particelle o nella sottospecie di materia,

gli atti che chiamano linguaggio

o il linguaggio vero, sinuoso, incosciente.

Posso dirti

il tempo reale, nel tempo reale puoi

dirmi, accecati dalla luce digitale,

la fortuna di saper aprire

una quarta scena

dove entrano i frammenti degli altri

e noi ricomponiamo barricandoci

a un orario e a una parola –

le notizie rosse e irreali

sono scese dietro l’orizzonte,

un attimo al mondo per diventare –

quando nella quinta, sesta, settima scena saranno

il postino o l’uomo del pub

o tuo padre persino e mia madre

sempre più in sé sprofondati.

Così alla quinta scena ero tornata nel segreto

e l’avevi cancellato per un mondo

che entrava nella stanza allontanandosi.

Poi alla sesta scena eravamo in una semplice fila

alla stazione, con gli occhi e una banconota

piegati tra la mano e il tavolo –

un affidarsi, un rispettare.

Alla settima scena torno e respiro

nell’irrealtà prodotta dello schermo dei colori

del viso e della voce,

lontani e accesi, collisioni, temperature, frenetici

mentre il puro pensiero di me

non è più me

ma lo conservi, e i famelici ostacoli

di una lotta per il nostro posto sono accidenti,

tempeste.

Un suono di gola, primitivo:

la trasmissione del niente

è all’altrui niente –

la settima scena di noi è il settimo giorno,

la vita che vogliono rubare

bianca è nuda.

Saper guardare nell’acquario vivo di uno schermo è sempre una faccenda di distanza, o meglio di ottica – di sguardo, e di relazione o messa a sistema degli elementi osservati in un dato spazio.

Sapersi avvicinare.

Così vediamo l’enigma della distanza

dal posto in cui si addensano i luoghi che ci hanno abitato.

Inizio chiamando le isole di erica e ghiaccio

l’alba atlantica

un aereo al decollo

versi duri di gabbiani come sottili catene.

Chiedete nudità. Le scogliere si aprono

più a sud in un prato piatto

e gli animali sono immobili

una sinfonia che si avvolge su se stessa:

pensavi alla loro bicromia

trovando in qualche angolo della lingua

mele acide, bacche rosse

la pianura premuta dalla nebbia

che si incastra nei movimenti.

Affacciati, dall’alto sul mare,

ripeti la vertigine

nel basso della pianura

in contrappeso.

Mi sono affacciata ed era spazio più ampio

una meridiana arsa di capperi e lava

tesa a lande calcaree, dorsali.

Gli uomini sdraiati sul fondo dell’Europa

forse mi hanno guardato, e chiedo

sarete intrecciati nei posti che ho visto

in uno solo breve come poter dire

cosa sono i miei anni minuscoli

attraverso lo scontro di sud e nord.

Ogni luogo appartiene ad altri.

Li appoggio senza genealogia,

gli do odore, ricevo umido e arido.

Ci bagnano o uccidono.

Eri nel punto più alto della scogliera

nel vento del nord affilato, lunare.

Voi li abitate adesso. Avvicinatevi.

Mi affaccio, salto –

da roccia a roccia sopra un resto.

C’è questo reiterato motivo della densità e della trasparenza che in Trasparenza è sviluppato con procedimento triadico, come ci spiega la stessa autrice nella Nota finale:

IL PURO, L’IMPURO e IL TRASPARENTE raccontano la trasparenza. IL TRASPARENTE è la sintesi, IL PURO e L’IMPURO sono la tesi e l’antitesi. La sintesi del mondo digitale è il grande vetro attraverso cui traspaiono il puro e l’impuro mescolati, l’umano e il non umano, la velocità e la prospettiva. L’uno altro limite dell’altro.

In effetti proprio questa qualità proiettiva osservata dallo sguardo come altrettante idee dislocate che poi oggettivandosi si fanno oggetti e materia di poetica nel caso di specie genera forme guizzanti, per cui LA FORMA non solo appare generativa ma denuncia una propria qualità trasformazionale (tanto per ripescare categorie care al caro linguista Noam Chomsky che le affibbiava a lingue e linguaggi). Sempre da Trasparenza alcuni esempi di questa agilità trasformativa, pur rigorosa in ciascun esito, a riprova della formulazione “neo-contemporanea” del dettato, dell’autonomia di ciascuno scritto come sistema compiuto in sé e della capacità dei singoli componimenti di “parlarsi” come snodi nello sviluppo di un percorso speculativo, e di specchiarsi, al netto dell’unicità formale di ciascuno, l’un l’altro in un chiaro sistema di relazioni.

TROVARE

I

Come un olio che si espande e l’aria è un’acqua

le nostre immagini si abitano. […]

II

Può capitare che la scena indifferente di questa sera

si espanda come uno schermo verde dietro la nuca

ricostruisca lì il senso di quanto abbiamo amato –

naso contro naso, un sorriso inverosimile

camminare il lato nord della stazione osservando tutto

il posto degli uomini che dormono sulla strada

in un sonno irreale bucare i piedi nella coperta,

ritrovare le vite sopra la nuca

in un silenzio che sfila i pensieri

finché nel traffico diventano immagini.

[…]

***

ATMOSFERA

Ogni respiro è una piccola morte

o forse come dire le mani sulla pancia

vuota di una donna che dentro vuole

un figlio. Ogni respiro si ferma quando

pensiamo al futuro di una generazione

in stanze condivise, contratti condivisi

le mani sul diaframma alto e basso,

se alto dire saremo, se basso dire

la pancia esile a cui nessuno fa caso,

quanto sia vera, quanto il desiderio

sia posto come quello del palazzo

piantato da anni vicino al fiume,

l’appartamento che tiene vite multiple,

o quello sulla riva dei platani tranquilli

della famiglia delle anatre che sceglie

libera dove farsi la casa. Noi ascoltiamo

il ritmo di un respiro, la pancia

che si alza, si abbassa, si tende

mentre la tocchi come non dovesse

rapprendersi mai, non è l’arancia vecchia

che in cucina abbiamo dimenticato.

Pensiamo alla massa giovane dei bianchi

di cultura bianca e la loro vita appena adulta

in stanze, contratti, questa pancia

tutta occhi che riconosce, classifica, scrive

sopra il cervello dell’intestino. Sono nati

gli anatroccoli perché è maggio, la famiglia

migra all’argine vicino al parco. Avete visto

la traccia del nido strappato, una cortina

di ruggine. Così l’appartamento quando è vuoto

come se tutti si fossero spostati lasciando

i giocattoli filamentosi, i vestiti industriali,

contraccettivi, scatole d’aria.

Seguiamo la corrente, sentiamo altre forme:

sotto le case fondamenta, sotto la riva radici.

Il cono dell’atmosfera vuoto su tutti, azzurro

***

ISOLA

Nella notte il vetro dei grattacieli di Isola

sembra una faglia sull’orizzonte,

il semicerchio della struttura che dice

il potere di rendere solida l’acqua

e liquefarsi al momento

che hai finito di circoscrivere.

Qui le ore per buio distinguono

il silenzio netto, il rullio dei treni,

le gocce nell’aria, le fibre –

ma l’alba ci ha fermato in un suono contorto:

le curve del tempo vuoto

la fuga nel sottopassaggio

l’elettricità aperta tra gli ascensori e il cibo decongelato

gli artefici di questa pulizia di vetro

o una prova molto umana per fermare un azzurro

fragilissimo.

Seduti al limite della fontana

ecco il sorpasso: il freddo

incorruttibile del buio

si restringe e una folla normale

scala i tratti del volto. Al bar mi dici

che è metafora del mondo

oggi trattenendo il cibo nella bocca

il grande vetro di questi edifici

e il cibo profondo negli organi:

meccanica e carne invisibili lavorano

e la loro imperfezione avvolge al puro e all’impuro

entrando uscendo dal grande vetro

come l’arte afona e oscura di Duchamp

taglia a sezioni.

Nel caso premi la mano, può frangersi

o resistere come l’etere resiste,

e lì coscienti o da noi separati

puro e impuro,

il grande schermo di Isola

o un continente.

***

like vicious music that ends

in transparent accords

Wallace Stevens

Oggi credi che esista una temperatura trasparente

– senza case, rifugi, gusci di latta

la pelle nuda. Non hai capelli, peli, unghie,

sei un foglio lucente, in sospensione, una sfera,

un foglio – le notizie in tutte le lingue

immediate nella camera del suono.

Oggi credi che esista una luce perfetta,

trasparente – e dentro

una seconda volta

tutto ciò che vive può sempre

una seconda volta

pensando vivere?

***

Silenzio: con quale altra parola vuoi raggiungermi?

Al limite dell’aeroporto l’atmosfera è tutto

chiude i nostri mondi in un’ascissa che scende a terra

senza toccarla, porta il peso di tutto.

Con quale altra parola vuoi toccarmi?

Il sudore è l’unico segno dalla carne al plexiglass

dal plexiglass al vento dell’hangar.

Diventa nodi trasparenti

forme di cristallo tremano sotto le ali.

Con quale altra parola cerchiamo di vivere per sempre?

La stella vecchia mangiava la giovane ma poi è morta

e cadendo è diventata una scia senza colpa.

Appoggiamo la testa al finestrino, perdiamo l’intimità.

Solo schegge fluorescenti dall’orizzonte al cervello.

E allora toccami silenzio, fammi male.

***

IL CIELO


’armonía è collegamento, connessione,

unione. «Finché restano uniti i tronchi

della zattera, starò qui, resisterò…»

Odissea V, 361-362


Il cielo è trasparente. Il cielo è armonia: significa collegamento,

connessione, come viviamo l’era, come dice solitudine trasmessa,

guerra, pace, virtuale. Rete e corpo si schiudono, gli ologrammi

strappano la natura al cielo e la fondono ai sentimenti: queste cose

fragili, per una volta. Queste cose fragili rendile libere e unite al di

sopra, al di sopra, al di sopra. Il cielo è un uomo nero perché addensa.

Chiudo completando la serie delle epigrafi che Maria Borio ha qua e là posizionato come altrettante indicazioni della qualità cui il libro è dedicato, la TRASPARENZA-

trasparente

se la verifichi, ma tutt’altro che una serena esplorazione

Amelia Rosselli

Más allá de cualquier zona prohibida

hay un espejo para nuestra triste transparencia

Alejandra Pizarnik

To be spirited away

into some transparent,

yet indigenous after life

Seamus Heaney

–e un ultimo passaggio dalla parte finale del libro, una semiprosa in quasi versi in cui le righe si lanciano verso l’estremo limite del quadrato però formando con due a-capo centrali, un distico inaspettato, anche in questo caso come suggerendo una ripresa di due capi da unire e stringere in un nodo, anzi a guardar meglio in un fiocco.

FARNESE

La finestra a una luce dice non immaginate,

appoggiatevi alla parete come fosse una strada.

La schiena nuda non ha più freddo. Ecco le cose

che ci abitano: il vetro trasparente, il muro opaco,

noi per le cose, una strada curva sul muro, il muro

dentro vene lenticolari. Tutto batte

come bronzo sul deserto: è innocenza

che muove la testa. Mi abiti così, come il giorno

sulla piazza che Giordano Bruno era quel piccolo

fuoco di tutti. Ti abito come il suono che si stacca

tra i palazzi incastrati, la campanella sul muro duro

caldo come un liquido muove la testa.

Anche in questa coincidenza di temi linguaggio forme e risorse tecniche è rintracciabile una chiara indicazione del nodo che sta a cuore a Maria Borio in tutto quanto cui si dedichi scrivendo: di nuovo la trasparenza, insidiosa e immanente condizione di vita di noi contemporanei, vivi adesso.


La foto di Maria Borio in questa pagina è di Dino Ignani http://www.dinoignani.net/