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“Seni e Uova” di Mieko Kawakami (E/O)

Il corpo delle donne è un mistero, un miraggio, un monito, una disgrazia.

Per le protagoniste del romanzo il corpo è un involucro di cui aver cura, o un oggetto misterioso dal quale prendere le distanze.

Makiko e Natsuko sono due ragazze giapponesi non particolarmente belle, alle quali è toccata in sorte una famiglia monogenitoriale a seguito del divorzio della madre da un marito alcolizzato seguita un’orfanità precoce che le ha costrette a lavorare in locali notturni o in ristoranti per poter sopravvivere. Tra le due ci sono 9 anni di differenza e la giovane Natsuko è riuscita, al contrario di quanto è capitato alla maggiore Makiko, a trovare lavoro a Tokio e a lasciare la nativa Osaka, con tutti i ricordi tristi di case buie e senza finestre, asfittiche, dove un raggio di sole era un regalo inaspettato.

È così che inizia il romanzo, con una riflessione sulle case dei poveri, dove le finestre non ci sono o, se ci sono, spesso non sono altro che feritoie incastrate nel muro. Luoghi di isolamento fisico ai quali corrisponde un senso di disfatta impotenza, e dai quali, Makiko e Natusko, cercano di sottrarsi, con alterne vicende.

Dopo alcuni anni  in cui si erano limitate a sentirsi al telefono le due sorelle si rincontrano: Makiko in compagnia della figlia adolescente Midoriko va a trovare Natsuko a Tokyo per sottoporsi a un intervento di mastoplastica adduttiva, trovando i suoi seni troppo piccoli e poco attraenti, sciupati anche a seguito dell’allattamento della figlia.

Purtoppo Makiko è divorziata, e ha ancora i pressanti problemi economici di quando era ragazza, con in più una figlia da mantenere, che, da parte sua, è in aperto conflitto con la madre, al punto di rifiutarsi di parlarle e di comunicare con lei e con la zia solo attraverso un taccuino. Midoriko parla con i suoi compagni di scuola e con i professori, rifiutando ogni contatto verbale con la madre, attuando una forma estrema e rabbiosa di protesta nel tentativo di attirare l’attenzione sul suo corpo di bambina che cambia, sulla paura delle mestruazioni, che sono per lei un mondo sconosciuto e terrorizzante.

Dopo 10 anni è Natsuko ad essere in difficoltà, alle prese con una serie di interrogativi sulla maternità e sul desiderio di avere un figlio senza un compagno, e senza desiderio sessuale. Scopriamo una Natsuko intimidita dal sesso, che ha provato un dolore fisico insopportabile dai tempi del primo rapporto, che non sente la mancanza dell’intimità con un altro essere umano, ma desidera, o meglio, pensa di avere il diritto di “incontrare” suo figlio, con qualunque mezzo decida di metterlo al mondo.

Natsuko, rispetto all’inizio della storia, è ora una scrittrice promettente, ha pubblicato una raccolta di racconti e sta scrivendo, sia pure con fatica, il suo primo romanzo. Ha messo da parte un po’ di soldi e alle soglie dei 40 anni, vuole realizzare il suo desiderio di maternità. Purtroppo le leggi giapponesi non consentono alle donne single di accedere alla fecondazione assistita, quindi l’unica strada è trovare un donatore tramite annunci, con un pronto kit fai da te, o rivolgersi a cliniche all’estero.

Scopriamo che il Giappone, patria di un progresso accelerato e brutale, non è un paese per donne: le discriminazioni lavorative di genere sono accettate perché non proibite,  e anzi incoraggiate, le donne single sono considerate sfortunate e da evitare perché strane. Le madri che decidono di crescere un figlio da sole non possono aspettarsi nessun aiuto dall’ex marito, perché la legge giapponese non obbliga alla corresponsione degli alimenti, se non in casi particolari. Nella sua ricerca di storie su persone concepite a seguito di fecondazione in vitro, Natsuko conosce un giovane medico, Aizawa, che è in cerca del donatore di seme che ha reso possibile la sua nascita, visto che l’uomo che credeva suo padre era sterile. Ed è Aizawa a tirare fuori da Natsuko tutte le paure sepolte, tutta la sua fragile vita dominata dal desiderio di un figlio, collegata alla sua difficoltà di vivere e di amare.

Fino a dove è giusto spingersi per realizzare un bisogno, che è sempre egoistico, come la nascita di un figlio, che non ha espresso la sua opinione nel venire al mondo, fino a dove possiamo sentirci Dio e superare i limiti della natura?

Qual è la differenza tra un bambino nato con seme di donatore sconosciuto, o chi, pur sapendo l’identità del proprio padre biologico, viene da questi ignorato o maltrattato?

Da chi dobbiamo difenderci se chi dovrebbe amarci non lo fa, ci dimentica o ci ferisce?

Non conta forse per il bambino sapere di essere amato e basta?

Non tutte le storie sono uguali, così come sono diverse le persone toccate dal desiderio d’amore e di un figlio. Qualunque sia la risposta il lettore di sicuro subirà una piccolissima scossa elettrica, proprio all’altezza del plesso solare, dove dimorano le emozioni più fisiche, quelle connesse con una cosa che qualcuno chiama anima, o fibra interiore dell’essere. Un viaggio dentro il mondo, a tratti surreale, di una persona con una sensibilità esasperata, all’indomani dell’esplosione di Fukushima, alla ricerca di quello che sopravvive dopo la devastazione.

Come un ombrello bagnato aperto di scatto, l’acqua è zampillata con forza dagli innumerevoli fori del soffione, pungendo la punta dei miei piedi freddi. Il vapore bianco cominciava ad avvolgere ogni cosa, ma il mio corpo nudo si rifletteva ancora nello specchio antiappannamento appeso di fronte. Ho raddrizzato le spalle, sollevato il mento e inarcato la schiena.

Quella ero io, e quello era il mio corpo di carne, che chissà da dove veniva e dove sarebbe finito. Mi sembrava di essere lì da sempre e per sempre, ad affiorare confusa e irresoluta in mezzo a una nube di vapore, tra la luce fluorescente del neon e quella del tardo pomeriggio che penetrava dalla piccola finestra in alto, perennemente chiusa.