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L’estate di Ezra Pound

È l’estate del 1940, a Rapallo, dove Ezra Pound trascorre quasi trent’anni della sua vita, il salone dell’albergo è inondato di sole, l’azzurro del golfo è chiazzato dalle vele dei panfili. Con il pizzetto striato sale e pepe, Pound presiede il banchetto a capotavola. I camerieri si muovono sotto la sua direzione, lo chiamano il signor poeta. La moglie, diafana, è una pittrice inglese, e pare uscita da un romanzo vittoriano. Gli ospiti s’aspettano che a tavola si parli di letteratura, di critica letteraria e di poesia. Pound esordisce categorico: “avete letto il discorso del ministro Funk?” il tono minaccioso è accentuato dalla persona imponente. I più annuiscono, c’è chi non gradisce e tacitamente disapprova, qualcuno è colto dalla tosse per il cibo andato di traverso: tortellini e rognoni en brochette. Pound si caccia in un’accesa apologia di autarchie e corporazioni, sproloqui su “Anglo-New-Yorko-Kuhn-Lobo-ebraica”, riversando sui commensali tutta la materia ignobile dei suoi articoli antisemiti e filonazisti pubblicati sul Meridiano di Roma. Con il tono perentorio e il volto acceso, Pound furoreggia euforico in un’oratoria politica stravolta da quella passione insana e sciagurata, dissipando malamente l’ingegno fiammeggiante che a vent’anni lo ha coronato capostipite di una nuova poetica e a trenta, maestro della Generazione Perduta. Incoraggiato da chi lo incensa e si mostra interessato ai suoi discorsi, Pound si abbandona liberamente a predire un futuro glorioso per l’Europa dopo l’immancabile vittoria dell’Asse. Pare proprio irrimediabilmente ammattito. Nel ’46, dopo la guerra, gli Americani lo rinchiudono in manicomio per salvarlo dalla sedia elettrica, pena prevista per alto tradimento, per l’azione di propaganda antialleata svolta con lo pseudonimo di Zio EZ, attraverso la radio italiana. A chi si reca a intervistarlo nell’ospedale psichiatrico di St. Elizabeth, a Washington, Pound riserva indifferentemente lo stesso trattamento: per tutto il tempo il poeta fissa con lo sguardo vacuo il suo interlocutore, dà la netta impressione di ignorarlo, non dice una parola, non si muove neppure quando l’inviato, esasperato, decide di andarsene. Con maestria recita la parte del pazzo, con l’abito che gli hanno cucito addosso.