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“Il buio e altre storie d’amore” di Deborah Willis (Del vecchio)

Sono storie di solitudini, quelle narrate in questo libro di racconti, storie che hanno a che fare con i palpiti segreti del nostro bisogno di trovare un braccio che ci si srotoli addosso, e che non ci lasci andare quando abbiamo freddo, o con qualcuno che ci dimostri lealtà assoluta.

L’amore esibito o vissuto nel chiuso dell’anima è una feroce illusione, perché chi sia davvero l’altro non lo sappiamo mai con certezza, e abbiamo bisogno di credere, con qualcosa che somiglia a un fede religiosa, che siamo le persone meritevoli d’amore che immaginiamo.

Ognuno dei protagonisti ha subito fratture o perdite, oppure è sul punto di subirle, come le protagoniste del primo racconto, il Buio, due ragazzine amiche per la pelle, che costruiscono il loro sodalizio perfetto durante un campeggio estivo. Hanno tutte e due 13 anni, il corpo improvvisamente adulto, o che può essere scambiato per tale, quando un evento nuovo le stravolge. Di notte nuotano nude nel lago e vengono avvicinate da due ragazzi, molto più grandi di loro, che le invitano sulla barca a bere alcool. Il buio che le proteggeva all’improvviso perde la sua corazza, specialmente quando una delle due, Andrea, decide di salire sulla barca, il corpo liscio e grondante d’acqua, e gli sguardi dei due ragazzi non si voltano altrove ma rimangono fissi su di lei mentre le danno l’asciugamano umido per coprirsi. L’altra invece, Jessie, decide di non accettare l’invito, e anche se apparentemente il rifiuto non comporta nulla di drammatico, non rapimento né stupro, è un colpo silenzioso che trasforma la loro amicizia in qualcosa di più tiepido e rassicurante. Un territorio emotivo segnato dalla distanza.

C’è un uno scrittore famoso che dall’America torna in Russia, dove nessuno lo conosce più e cerca la compagnia di una escort per farsi coraggio e andare a casa della nonna morta da tempo. Troverà quella casa piena di altre persone, e quello che ricorderà gli aprirà novità insospettabili sulla vita segreta della nonna.

C’è una ragazzina che trascorre il suo tempo con un uomo, amico del padre, che alleva rapaci, e che dopo una perdita familare, per ritrovare equilibrio, decide di dedicarsi al linguaggio primitivo degli uccelli e ai loro bisogni, fino a quando non diventerà troppo grande e dovrà fare una scelta, accettando, che a 15 anni, il legame con l’uomo può diventare qualcos’altro oppure smettere di esistere, perché è inaccettabile agli occhi del mondo.

In tre racconti, quasi un mini romanzo, vediamo il dipanarsi della vita di una coppia, il loro andare avanti e indietro nel tempo, i loro fragili compromessi contro altri desideri, il bisogno di trovare una fessura da cui guardare le altre possibilità di cui il matrimonio li ha privati.

Ci sono padri fragili che per un po’ cercano di restare accanto ai figli, ci sono coppie in crisi in cui l’amore continua a essere la loro coperta termica, c’è una ragazzina che si inventa un nome e una vita alternativa per un giorno, quasi stesse recitando una parte, per poi ritornare ai doveri scolastici, come se niente fosse, dopo aver vissuto un giorno da ventitreenne a 16 anni, incurante della piccole speranze fatte nascere nell’uomo che l’ha accolta e che in lei ha intravisto una solitudine simile alla sua.

La solitudine narrata ha tutte le sfaccettature della vita di queste persone, che emergono dalla carta, e per un po’, ci camminano accanto, ricordandoci che siamo tutti così, soli e in cerca d’amore. Affamati.

La nostra amicizia non finì. Continuammo a passare tutti i giorni insieme, prendendo il sole con le altre ragazze, partecipando alle partite di basket, e alle passeggiate nella natura e ai lavoretti. L’estate seguente eravamo di nuovo nella stessa baita, ma ognuna di noi aveva una nuova migliore amica. L’estate dopo ancora avevamo il ragazzo.

Penso a lei solo qualche volta ormai, le poche volte che permetto a me stessa di incontrare un uomo che conosco. Quest’uomo e io ci siamo conosciuti una notte, ai bordi della nostra città che si espande di continuo. Ci incontriamo lontano dalle nostre vite diurne, fatte di lavoro, coniugi e bambini. Ci incontriamo dove lo sviluppo suburbano sanguina nella campagna. Lì fuori la case sono costruite a metà e la città deve ancora installare le luci stradali. Parcheggiamo su una strada senza marciapiedi, sull’asfalto che si sbriciola nella ghiaia. Quando spegniamo i motori delle macchine scende il buio e ci troviamo solamente tramite i suoni. Cammino verso lo scatto della sua macchina che si chiude e lui si muove verso il tintinnio delle mie chiavi. Infilo le mani sotto la sua giacca, la sua camicia, le mie mani nuotano verso al sua pelle. Poi ci stringiamo, quell’uomo e io. I nostri corpi l’uno contro l’altro, riusciamo a sentire il battito, all’unisono, dei nostri cuori oscuri.