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Il sedicente

Marco sapeva fare tutto meglio, ma nessuno glielo aveva mai visto fare.

Era così da sempre: alle elementari davanti a noi compagni si vantava con la maestra di avere un metodo per non sbagliare le divisioni o per memorizzare le date, e crescendo aveva continuato a millantare capacità ignote al resto del mondo – per copiare le versioni di greco, per studiare un esame, per evitare le file alla posta.

Non aveva perso il vizio nemmeno quando le nostre frequentazioni erano diventate per lo più occasioni conviviali in compagnia di fidanzate, mogli e figli. In genere sedeva in un punto un po’ distante dal centro della scena, e osservava gli altri affaccendati nelle varie incombenze.

E dopo aver osservato, sentenziava.

“Ho un segreto per cuocere perfettamente la bistecca, me l’ha confidato uno chef stellato. Conosco un condimento portentoso per l’insalata, me l’ha suggerito un amico chimico che di emulsioni se ne intende”.

Qualcuno, sentendosi chiamato in causa dalla per nulla velata critica al proprio operato, si irritava e lo invitava a rivelare l’infallibile metodo. Ma di fronte alla sfida, Marco non si scomponeva. Rimaneva seduto, faceva dondolare il piede della gamba accavallata sull’altra, socchiudeva gli occhi tirando indietro la testa e sollevava le sopracciglia. Gli mancava solo il fumetto con scritto “Eh, ne ho viste cose che voi umani…”.

Il primo a incazzarsi era Riccardo, che ai tempi della scuola lo aveva spesso implorato di passargli le versioni, ricevendo sempre il due di picche e ancora oggi era sensibile alle millanterie di Marco.

Era stato lui ad appioppargli il soprannome di Sedicente, ma non aveva mai trovato il modo di smascherarlo.

Quel ferragosto eravamo riuniti proprio a casa di Riccardo al mare, ma avevamo perso l’addetto ufficiale alla griglia a causa di un tamponamento a catena sul Raccordo.

Il Sedicente, invece, era arrivato puntualissimo. “Conosco una scorciatoia che fa risparmiare un sacco di chilometri” aveva dichiarato, ma quando Riccardo gli aveva chiesto di rivelargliela, visto che la scorciatoia portava a casa sua, il Sedicente si era limitato a rispondere “Ehhh…”.

“Ma che è un segreto di stato?”, aveva borbottato Riccardo, irritato.

“Lascialo perdere” ero intervenuto prima che la cosa degenerasse, riportando l’attenzione sul problema “Chi si occupa della brace?”

La rosa dei candidati era ristretta, i disponibili erano solo Riccardo, che però aveva anche un figlio piccolo da tenere sotto controllo, e il Sedicente, che stavolta sembrava proprio non avere scuse per tirarsi indietro.

Tuttavia la prova non sembrava impensierirlo.

Lo osservammo scavallare lentamente le gambe e sollevarsi dalla poltroncina di vimini muovendosi al rallentatore come l’eroe di un film di azione che compare sulla scena quando ormai sembra tutto perduto. Con l’incedere sicuro di Schwarzenegger in Terminator, raggiunse il trabiccolo del barbecue, afferrò con una mano il sacchetto della carbonella come se si trattasse del collo di un nemico, e con un gesto secco ne versò il contenuto nel braciere.

“Fin qui ci arrivavo pure io”, commentò Riccardo, ma poi il Sedicente dette una svolta inaspettata, afferrando un fascio di rametti dal mucchio di legna riposta alle spalle del barbecue. Posizionando sul mucchio di carbonella i rametti in ordine decrescente di lunghezza, costruì, con precisione maniacale e lentezza esasperante, una specie di alta piramide di legnetti.

A quel punto, nel silenzio più solenne, rotto solo dal frinire delle cicale e dal fruscio dello scirocco che agitava i rami dei pini, lo guardammo dirigersi verso la sua macchina, parcheggiata a pochi passi, estrarre i cavetti dal bagagliaio e aprire il cofano.

Riccardo si avvicinò perplesso: “Ma che vuoi fare?”.

“Accendere la carbonella”, rispose il Sedicente agganciando i cavetti alla batteria.

“Guarda che ho il liquido, e pure la diavolina”.

“Lascia stare quella robaccia chimica, questo è un metodo infallibile!”

“Ma non è pericoloso?”.

Il Sedicente rispose con una risatina sarcastica. Si avvicinò con i morsetti alla piramide di rametti e fece scoccare la scintilla. Sulla cima della piramide si accese una fiammella, che in breve, alimentata dallo scirocco che soffiava impetuoso, divampò, trasformandosi in una pira degna di Giovanna d’Arco.

Mentre il Sedicente ci sorrideva fiero di averci finalmente dimostrato la sua genialità, noi vedemmo alle sue spalle le fiamme innalzarsi e, indirizzate dal vento, lambire le altre fascine, e incendiarle. Riccardo cacciò un urlo disperato – “Oddio, questo pazzo mi incendia casa!” – mentre un paio di noi correvano verso il rubinetto dell’acqua e afferravano il tubo, schivando i bambini che strillavano terrorizzati scappando da tutte le parti.

Nel tempo che le sirene dei pompieri impiegarono per squarciare il frinire delle cicale, l’incendio aveva distrutto l’intera riserva di legna e si era propagato sfruttando il letto di aghi di pino che ricopriva il terreno, avvolgendo fra le fiamme la rimessa e un paio di automobili, fra cui quella del Sedicente, rimasta con il cofano aperto.

Fu a quel punto che ci chiedemmo che fine avesse fatto. Nella concitazione del momento lo avevamo perso di vista, ma guardandoci intorno lo scorgemmo, parzialmente eclissato dal denso fumo dell’incendio, seduto sulla poltroncina di vimini da cui poco prima si era alzato al rallentatore come un supereroe. Aveva ripreso la sua posizione classica, con le gambe accavallate, il piede che dondolava ritmicamente, e ci guardava con quell’aria sorniona – faccia da cazzo, la definì Riccardo – l’aria di uno che conosceva un metodo infallibile per spegnere gli incendi nelle pinete, ma che non aveva alcuna intenzione di rivelarcelo, perché quel giorno aveva già elargito la sua perla di saggezza e non avevamo saputo apprezzarla.

Fu difficile impedire a Riccardo di spaccargli la faccia.