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Dannazione e furore: pane quotidiano del poeta.

Più d’Eterno Finire, Gabriele Lastrucci (CM Editore, Prato 2019)

Vi parlo stavolta di questo particolare poeta, e di questo suo libro, per due ragioni. Anzi tre.

1. Il libro in questione ha ricevuto il Premio L’Iguana A.M. Ortese e G. Marotta (Prata Sannita 2020) non per la poesia ma per la saggistica/filosofia. Eppure…

2. L’autore, stupito della categoria in cui questa sua opera è stata premiata, è poeta e filosofo, ed è stato libraio: ha avuto due librerie, la prima delle due, per dieci anni, di soli classici;

3. Il libro è un compendio, una specie di libro-miniera di cui sarà bene precisare uno speciale aspetto per il quale però vi rimando a un punto successivo di questo articolo.

Ecco qualche assaggio:

Frammento Primo

Di tutte le infinite cose della terra

Sono riuscito a dirne appena una,

solo mezza forse,

ed ho fatto infinitamente di più di tutti gli altri…

La Morte, unica Verità di questo mondo

Rende uguali,

La Vita?

***

Frammento Secondo

Solo una cosa mi brucia

Dentro fino alle stelle:

Perché l’Essere?

***

Frammento Terzo

Non è l’anima ad essere immortale

Ma la sua fugace incandescenza

[da L’Uno Plurale]

***

[…] Il mio sogno era di scrivere qualcosa di semplice ed essenziale, di necessario: la vita è dolore e nulla, ad esempio. Ma […]poi […] ho scritto molte pagine, molti libri, molte prolisse imbecillità. […] –accanto alla inestinguibile voglia di creare, c’è in me una forza auto-distruttiva immensa, uno sfacelo appunto. // Un violento chiodo di dolcezza, un lucente ferirsi d’appena… // Vorrei tramutare tutti i miei versi in uno solo, in una parola, una sillaba, un nulla: che poi è tutto ciò che siamo, ciò che sono.

[…]

[…] nel compatto delirio dell’insonnia, ho scritto una lettera a me stesso, che ti riporto qui interamente […]

 – Caro amico poeta, caro idiota cane bastardo,

mi sono risolto a scriverti qualche parola […]

Le parole mentono sempre, come tu sai bene, dovremmo prestare più ascolto all’asfalto […]: alla vita, insomma.

[…] un tempio così umano da non permetterci più di sognare, di confidare in un eterno che non c’è. L’infinito e l’assoluto, che così tanto ci tormentano, dovrebbero nuovamente vestirsi del nostro pane quotidiano […].

Siamo stati bambini, […] questo famelico grumo di desideri, questo mostro snervante e carnefice, era un semplice battito di fanciullo. […] Non sapevamo ancora che nulla dura, che tutto si perde, che tutto si perde in un vortice infinito di dissolvenza […]

[…]

Caro amico poeta idiota, bisognava bruciare d’un fiato, e per sempre, in quella prim’ultima volta, per poter restare ancora un poco […] E allora tutto lo sfacelo che siamo, e che non siamo, sarebbe infuriato come una superba bestia d’estasi […]. Nient’altro che fame, siamo. Un’oscurante e distruttiva smania di splendore.  […] Divenire con forza ciò che siamo: non un grido, ma un profondo mormorio di silenzio, un nero e disperante scintillare nel nulla.

Tutto misura l’enorme pozzo di questo imminente finire[…] nascente angolo d’intimità che s’apre […]

[…]

Una luce che non illumina, un fuoco che non divampa […]

Tornare ad essere uomini, dopotutto, finalmente… –.

[…]

Ti abbraccio e ti auguro di essere e di rimanere sempre ciò che sei. L’essenza randagia di uno spinoso fiorire.

***

Perdersi

Perdersi è andare incontro alla notte

essere tutt’uno con l’assoluta estasi

della sua straziante alba d’infinito.

[da Lettera a me stesso, di notte maggio 2018]

Il libro è compendio di esiti di un’azione creatrice varia, tra frammentarietà e andamento gnomico, tenuta insieme da un’ossessiva questione esistenziale che è discussione ma anche domanda sulla natura e non solo sul senso della nostra condizione di viventi umani. Ha una struttura composita che in ogni singola forma adottata contempla, più che il suo contrario, la sua negazione, come se ci fosse, ottativamente ma con scarse riserve di speranza, una sorta di continuo azzeramento di quanto volta per volta era stato costruito a fatica. Una versione del poeta come facitore, così profondamente Sisifo che butta via il masso, tanto faticosamente spinto o trascinato, per correre, disperato, a riprenderlo, e tornare a svolgere l’ingrato compito in più ragionandoci sopra.

È significativo che il libro si apra con uno stralcio romanzesco: un resoconto in terza persona della drammatica parabola di vita di X., che come K. (l’everyman kafkiano), è prigioniero del destino: dopo essere stato attivo nella cultura e nella poesia, inevitabilmente è uscito non solo dalla letteratura, ma proprio dal consorzio civile. X. ha con l’autore molto in comune ma la sua vicenda è arretrata agli anni Settanta: la sensazione è che X., più ancora che l’alter ego dell’autore, sia la sua proiezione nella finzione letteraria, cioè l’eroe di una lotta forsennata col senso del vivere e dello scrivere, ma proprio del pensare e del ragionare come del bruciante sentire. E questo apre a un altro senso di questo attraversamento, cioè la cosiddetta ‘restituzione’ di una visione del mondo, o Weltanschauung, che non a caso compare come sottotitolo di una delle ultime sezioni del libro: Discorso Sulla Contraddi-zione Universale.

Il rapporto di questa prima sezione, ripeto romanzesca, col resto del libro di cui tra poco proverò a mettere in evidenza la varietà di forme messe al lavoro sulla sua materia incandescente, è rivelatorio della natura più squisita di questa raccolta caleidoscopica di versi, aforismi, brani di speculazione filosofica e letteraria, innervata da un sottile e tenace filo di sutura che è il pensiero come del sentire.

Facendo un passo indietro e guardando il libro come oggetto intero si comprende che la sua funzione finale è metaletteraria, ed è l’equivalente in termini di scrittura di una attenta valutazione dell’esistenza di tutti i viventi, umani e non, minerali inclusi (si pensi al sassolino lanciato in mare di cui siamo invitati a seguire il tragitto), dunque è uno sguardo sulla vita come condizione. Mentre la parola trova nel testo un valore che non sconfessa la scrittura: non solo nell’epopea di X, ma in tutto il libro è continua l’opera di azzeramento e minimizzazione e demolizione che smonta una scrittura come presunzione dell’uomo, arroganza che può di continuo scatenare la vendetta del destino: era il meccanismo, in chiave fideistica e non, della tragedia che governa la vita umana, semplicemente per l’incombere, qui sempre presente, della morte.

Da anni ormai non parlava più. La sua voce era uno spezzato mormorio di sillabe bruciate e mozze, come gli sterpi che lo bucavano nel sonno.

[da La Sporca Luce]

La formula ardita di questa prima sezione, che a mio parere rivela la prospettiva in cui va letto tutto il resto del libro, sta nel fatto che la cronaca di questa rinuncia, il poeta che si annulla come autore e come cittadino, è esso stesso un saggio sul rapporto della letteratura con vita, senso e silenzio.

Ecco che si riaffaccia, il nostro amico, il SILENZIO.

È molto bella la sezione delle PARABOLE che per la grazia della scrittura hanno la qualità di vere prose poetiche. Emerge ad esempio una qualità della luce che genera un neologismo, buiore, opposto al bagliore che per noi è parola comune, ed ha come controcanto il comune “schifo perbene” con cui i passanti scansano Il Barbone (personaggio lynchano che ci ricorda Mulholland Drive),

[…] sporco, fradicio e puzzava come un cane ferito. Il suo volto era rugoso, d’un asfalto bagnato, e neramente, buiamente: luceva. Nulla voleva, nulla cercava, nulla era: ormai. […] Era stato bambino come tutti, ed era stato felice e disperato, come tutti. […]Il silenzio assoluto. […] Il vento pietroso. Le stelle infuriate, dolenti, lontane. Ecco: il suo animo: un ombrello bucato.

[da Parabole]

Due rapide osservazioni: si coglie sempre il momento netto in cui scatta l’interruttore che avvia il processo della trasfigurazione; e poi si noti l’uso, dilagante in tutto il libro, dei due punti che stanno lì a indicare ‘risultato’, e, come in certe case antiche in cui le stanze si aprono una dentro l’altra, incolonna le frazioni di frasi e periodi una nell’altra.

La sezione Il Disperante Canto del Caos (Un volo disperato, 2017) è un transito tra la prosa poetica e la forma dell’aforisma oltre che la conferma di una inesausta speculazione in forma di poesia:

2) S’apre un varco, una finestra rotta, e subito mi prende, ridente, un’apoteosi di Nullità. Violento urlo d’incendi, apice d’imminenza, fatale tormento d’Estasi[…] Mio incendiario finire, incessante gioia di Spaesamento, mortale scintilla in questo nascente caos d’infinito… Chi sono? Nudo fiore di dolore

[per me è terribile in questo momento riportare queste parole così toccanti, che improvvisamente diventano concrete con la notizia di una perdita assurda e senza misura, la morte di Gabriele Galloni, poeta giovanissimo: solo 25 anni, con cui tra l’altro avevamo inaugurato questo spazio di poesia per Genius, un talento immenso e, si vede, appunto bruciante, ndr]

4) La Fine: il senso fatale, irrimediabile e occulto dell’essere perduto d’infinito Presente: mi affido a te, finale canto d’ardore, follemente, a questa assoluta incertezza delle cose, all’Indefinito, al Frammentario e all’Indeterminato, alla feroce inconsistenza d’esistere, al murato-mortale fluire del Tutto. Polvere, polvere, mia infinita polvere incarnata di Luce, cruciale riverbero di Solitudine […] questo fugace lambire d’Eterno [il mare, ndr] […] La smaniante grandezza del Silenzio interiore, fragile eclissi d’identità.

6) È ridicolo come mi addoloro per questo Mondo, […] e brucio, e brucio, e brucio come una febbrile cometa nella notte […]

7) Non sento che una dolente campana d’anomalie che mi frantuma nell’Infinito… Un granello d’Umanità devastante. Non sono che una perfetta brace di negazione. Ogni Atto è ridicolo nell’immane martirio dell’Universo.

9) Il supremo stillicidio d’Esistere. […]

11) Non voglio che la frusta terapia dell’Essenziale, del Necessario e del Morente, il netto Limitare di ogni Infinità, le brucianti viscere dell’Assurdo, un furioso e sparuto sprazzo di Bellezza nel suo Sfacelo immenso.

12) Mentre vado, nomade apolide scarnificato, perso ed ebbro come un tempio di colonne spezzate, nella Fine inesorabile ed Eterna … la neofita vertigine delle prime cose, i neri albori sterminati, gli oscuri scintillii delle ultime volte …

13) Radicarsi pazzamente nell’attimo.

14) Ecco l’Uomo: ubriaco fulmine di Dolore: solitario Sterminatore di Salvezza: la sua fragile Nullità: un fulgente pietrisco folgorato d’innocente Dannazione.

Mentre, alla luce dell’improvvisa scomparsa del poeta Gabriele Galloni, di soli 25 anni e già voce poetica molto potente e incisiva, con cui aprimmo questo appuntamento con la poesia del mercoledì, ogni parola e ogni frase di Gabriele (anche lui) Lastrucci mi pare acquisti una profondità definitiva, vorrei far notare che, in questi passaggi tra aforisma e prosa poetica, l’uso delle maiuscole in alcuni termini (sostantivi o aggettivi), che richiama un po’ l’uso che ad esempio ne fa Emily Dickinson – in lei la maiuscola, nei sostantivi, è una sfumatura solenne, quasi pronuncia stentorea, di certi termini, in parte dovuta anche a un retaggio germanico in inglese; per Lastrucci l’uso della maiuscola è certamente un modo di enfatizzare i concetti e le qualità di cui quei termini sono portatori. E poi notiamo di nuovo l’uso dei due punti per infilare parole nelle parole, e ipotizzare, per ciascuna sequenza, interrogativi sull’esistere e la sua caduca e transeunte natura che noi scambiamo per interminabile.

Il poema La Campana di Costole nel quadrato della prosa inaugura una scansione ritmica interna che passa attraverso singoli termini i quali si stagliano e per così dire segnano i nodi di un percorso, cioè fanno il punto concettuale del procedere del pensiero. Invece nella sezione Verso un Lucente Finire riecheggia il tema generale, Più d’Eterno Finire: cos’è l’infinito dopotutto se non un finire che dura in eterno, che non sembra mai smettere? Un’illusione d’infinito passibile d’essere drammaticamente ridimensionata. Come forse si nota, in più, Gabriele Lastrucci (lo faccio anch’io) scrive i titoli come fanno gli americani, appunto usando le maiuscole per tutte le parole di sostanza, cioè per sostantivi e aggettivi. Condivido pienamente.

C’è poi un vero aforismario, Immenso Sfacelo di Luce, vero rosario di sintesi poetiche. Eccone alcune:

6. Siamo il lampo che infuoca d’eterno la notte.

7. S’imbestia il cuore d’universo.

9. Voglio rinascere infinite volte, come un perpetuo fardello d’istante, onnisciente fiorire, come un violento luminìo d’amare: esserci, mortale travaglio di resurrezioni. […]

10. Oggi sarà il pane a salvarci dall’inesorabile balìa delle chimere. […]

13. Noi che aspettiamo pazienti, atterriti, persi: un febbrile presagio d’eternità. […]

15. Chi sei, amorosa bestia di luce? L’infinito bruciare del tutto. […]

17. La fine che illumina l’inizio: il frutto che crea l’albero. L’Apocalisse che inonda di senso le cose: primitivo battesimo d’addio. Lontana prossimità d’ora: la figliante imminenza di questo perpetuo sbocciare, di quest’immenso finire. Segni d’umanità, disperante consolazione, vicinanza: chi sono? Plutale cfroce d’identità. Lo straziante fuoco dei contrari. [E questa se permettete è proprio una dichiarazione di poetica, ndr]

30. Scarno, nudo, spezzato: ecco l’uomo, la sua essenza, nulla.

34. L’essere, nella sua essenza, non è: brucia, divora, sogna, impazzisce, soffre, ama, muore … Sii grande come un respiro.

35. […] semplicemente oscuro, lampante. L’uomo manca, perciò è. Bevi l’attimo che dura. Amen.

36. Vivere: quest’immenso contrario di essere.

37. la verità è che non ci capiamo nulla. […]

Aforismi, enunciati, cataloghi, quadrati di scrittura in una prosa apparente dotata di una metrica interna, componimenti viceversa riconoscibilmente in versi: tutto questo troviamo in questo libro che conquista una compattezza speculativa soprattutto nella seconda parte. Ma tutto in esso è  definizione e indagine sul significato dell’esistenza, di cui nessuna miseria è taciuta.

La poesia è una funzione filosofica, la prosa è poetica e speculativa: due cerchi che ruotano l’uno nell’altro, la filosofia riconquista un andamento poematico e aforistico, dichiara i propri confini e le aree in cui si muove. E col silenzio come la mettiamo? Anzi con la rinuncia? E con l’uscita di scena?

Ricordate?, la prima sezione è la cronaca di una rinuncia, di uno scivolamento nel silenzio, di una uscita di scena, seguiti a una “carriera” di poeta, di dicitore, di intellettuale che si espone in prima persona. Letto il libro, in termini proprio di opera quindi di letteratura, mi sono convinta che tutto ciò che segue a quella prima frazione, narrata in terza persona, situata negli anni Settanta, che suona come un romanzo o meglio mette a tutto un cappello romanzesco, tutto quel che segue, dicevo, ed ha nel dettato la grana della poesia a prescindere dalla varietà di forme che assume, è la produzione donata al mondo sempre titillati dalla tentazione di decidere di sparire. Assottigliarsi, farsi invisibili, lasciare solo la parola: un buon progetto. E poi un atteggiamento da veri filosofi. Capisco allora la posizione della giuria del Premio L’Iguana / Anna Maria Ortese guidata da Ester Basile, filosofa che lavora con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, che ha intravisto in questo libro-compendio un’opera strutturata da assegnare alla filosofia espressa in forma e in grana di poesia. Gabriele Lastrucci, poeta, filosofo, libraio. Da Prato.

Sciolto Cane

Rotto lamento ignudo

In raffiche di silenzi avvampo

E di viola atroce muto.

Mi disfo

In schifo pianto

Schianto.

Bisbiglio franto

In un tonfar di nulla

Sono.

[Poesia “sull’orlo”, l’ha definita Claudio Magris]

Cella

non esiste fortezza in grado di contenerci,

rifugio abbastanza profondo

dove nascondersi,

la vita t’afferra

dilania

stringendo alla gola

t’inchioda

al tuo giusto dolore,

alla più giusta gioia.

si arriva a se stessi per sottrazione,

morso dopo morso,

scavando la polpa gonfia della solitudine,

lacerando la più acuminata distanza dalle stelle.

il totale del nostro dolore

non fa che lo scheletro

della più alta beatitudine.

Quando irrompe l’amore

C’è un momento

Solo un momento

Che cambia veramente le cose

Più ancora di questo mio

Perfetto dolore

La morte, la vita, tutto

È soltanto la fine del mondo

Quando irrompe l’amore

[da Sciolto Cane, in Più d’Eterno Finire]