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“Bunny” di Mona Award (Fandango)

Bunny, coniglietta, è il nomignolo affettuoso con cui un gruppo di studentesse di scrittura creativa si chiama l’un l’altra. Non sono adolescenti, hanno 25 anni e sono piene del sacro fuoco dell’arte, vogliono creare qualcosa di più che racconti o romanzi, vogliono entrare nella carne viva della storia, riprodurla, farla palpitare.

E tuttavia, anche se non sono più ragazzine, ricreano un gruppo che somiglia a quelli che esistono in ogni scuola: da una parte ci sono le amiche del cuore, belle, perfette e destinate al successo, e dall’altro, le escluse, che le guardano con il naso schiacciato contro il vetro.

In questo caso l’esclusa è Samantha, ribelle e anticonformista, infastidita dall’eleganza di maglioncini leggeri color goccia di limone, capelli intrecciati e trucco deciso dalla comunità, mini aperitivi e mini cupcake mangiati a piccoli bocconi, come se la fame fosse una cosa volgare, indegna di persone belle e capaci di trovare forme d’arte innovative.

La zuccherosità appiccicosa delle 4 ragazze, che hanno abolito i nomi propri, diventando appunto semplicemente tutte Bunny, rende Samantha una perfetta outsider, che riesce a interagire solo con la sua amica, Ava, che non frequenta quella scuola, e il timido e insicuro Jonah, che forse è innamorato di lei, ma non riesce a dirlo.

Samantha entra quasi per caso nel mondo delle Bunny, scoprendo che, per le ragazze è fondamentale il segreto che condividono e che consiste in imperfetti esperimenti di magia con i coniglietti. Samantha è atterrita e affascinata dalla possibilità di modellare e trasformare animaletti soffici e teneri in sogni proibiti, e quando ricrea una situazione con il suo ex, con il quale si è lasciata in cattivi rapporti, che bussa alla porta e le confessa il suo pentimento, non può tornare indietro, e viene ammessa nel mondo delirante delle Bunny.

Presto la scrittura e il desiderio di reinventare la realtà si confondono al punto che Samantha si aliena da tutto il resto del mondo, non rispondendo pù alla sua amica Ava e  finendo per somigliare alle ragazze che detestava.

Tutto sembra destinato ad implodere quando Samantha non riesce a riprodurre la realtà magica e un tantino spietata delle sue compagne di corso, e dopo un esperimento finito male, sconfitta, le abbandona, e all’improvviso, in maniera imprevista, nella loro vita arriva un ragazzo bello e selvaggio, dai denti aguzzi, che morde a sangue e ferisce le Bunny, portandole a quella forma d’arte che si fonde con la realtà alla quale ambivano. Tutte quante si innamorano di lui, non ricambiate, visto che lui è attratto dall’amica di Samantha, Ava.

Chi comanda davvero tra scrittore e personaggio, chi conduce la storia alla fine, e sopratutto, chi sono gli esseri umani, capaci di provare, empatia, pietà, amore, e non solo soddisfazione istintiva del desiderio di avere tutto quello che vogliono. E gli animali desiderano forse allo stesso modo in cui li immaginiamo? E come si comporterebbero se diventassero umani?

Niente e nessuno è quello che sembra e il confine tra realtà e fantasia morbosa si confonde, come si confonde la magia della scrittura che evoca altre possibili vite. Una realtà ubiqua e scivolosa, nella quale attraversiamo limiti e paure, al fine di capire cosa è permesso fare quando, scrivendo, si vuole ricreare il mondo a propria immagine.

Non sappiamo dove ci porta la storia, e quello che ne sarà di noi una volta che la storia avrà tirato fuori da noi ogni energia, ogni parola destinata ad essere messa su carta. E scritta. E letta.

Le chiamiamo Bunny perché è questo il nome che usano tra di loro. Sì, dico sul serio. Bunny.

E poi si abbracciano, e si stringono con tanta forza che penso sempre che prima o poi i loro petti esploderanno. Con quanta ferocia quei corpi bianchi e rosa si stringono in un piccolo, caldo cerchio di amore frantuma-costole, e ogni volta rendendomene conto rimango senza fiato. E quando strofinano quei nasi all’insù che sembrano trampolini da sci, e le guance coperte da pelle di pesca.

Ho passato lo scorso anno a pregare per quell’abbraccio implosione. A pregare che tutto quello stringere facesse fuoriuscire la carne dalle maniche, dalle scollature, dagli orli dei vestiti scampanati da cupcake, come un ammasso di stupida glassa. Che rimanessero impigliate nei loro capelli alla Game of Thrones, che venissero strangolate dalle trecce che stavano sempre a farsi a vicenda per ornare le loro testoline a forma di cuore. Che soffocassero inspirando il loro profumo dal lieve sentore di erba.

Ma non è mai accaduto. Mai, nemmeno una volta.