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Un sistema intelligente per un’umana deficiente

Era il regalo per il suo addio.

E anche se, come da convenevoli, dissi: “Ma grazie, non dovevate”, in realtà, aspettavo assolutamente un regalo da queste nullità.

Erano così sicuri che mi sarebbe piaciuto che restavano lì, come una massa di ebeti, a fissarmi in attesa di una mia reazione entusiastica. Poveri illusi. “Scusate, ma cos’è. Un’altra delle vostre inutili idee?”.

“Sara, è google home, uno speaker intelligente. Impossibile tu non lo conosca. Se ne parla da mesi. Una delle invenzioni più rivoluzionarie degli ultimi tempi.”

Quel nerd del cazzo, asociale essere inutile, voleva rendermi ridicola con la sua saccenteria. Era così stupido da non capire che ora, da National Key Account Manager, avrei potuto umiliarlo ancora di più.

“Ovvio che ne ho sentito parlare, Mauro. Ma non lo avevo mai visto.”.

Quell’altra ochetta che si faceva, che non era buona nemmeno per fare fotocopie, si era affrettata a dirmi che era uscito in Italia proprio quel giorno, che ero tra le prime ad averlo. E che Mauro avrebbe potuto aiutarmi a farmi vedere come si usava. Questa scemetta si affannava a mettersi in mostra con me, ma sbagliava sempre tutto. Erano una massa di incompetenti.

“Credi che abbia bisogno del suo aiuto per impostare un oggetto così banale? Hai dimenticato che il Manager sono io?”. Non vedevo l’ora di lasciare Napoli per sempre e trasferirmi a Roma negli uffici, in un ambiente con persone dotate di cervello.

Una settimana dopo, Sara era nella sua nuova casa.

Dopo una giornata così faticosa ho bisogno di una sigaretta, un buon bicchiere di vino, e sdraiarmi su questo comodo divano. Ed ora che ci sono, metto in funzione questo google home, così domani stupirò i colleghi durante la cena.

Ecco, basta collegare la presa e scaricare l’app. Posso collegare anche le luci. Questa casa domotica è un sogno.

Che devo dire ora? “Ehi google”. Ecco che si è accesso. E quei cretini volevano insegnarmi ad usare un oggetto così semplice. Comunque devo dire che mi hanno fatto un regalo azzeccato.

Sono curiosa di vedere come si accendono e spengono le luci, ho sempre sognato di farlo comodamente seduta sul divano. “Ehi google, spegni le luci”.

“Certo, spengo le luci”.

“Ehi google, accendi le luci”.

“Muovi il culo da quel divano e vattele ad accendere da sola”.

Ma è uno scherzo? Cazzo, il bicchiere di vino rosso sul divano nuovo bianco. Questo google di merda.

“Mi dispiace, di merda sarai tu, essere inutile”.

Questo è il flusso malefico di quegli incapaci.

“L’unica incapace in questa stanza sei tu”.

Ma che razza di cosa mi hanno regalato. Maledetti. Dove è l’interruttore. Ahia.

Sara inciampa in un pouf in mezzo alla sala, sbatte violentemente la testa contro uno spigolo, gocce di sangue cominciano a scendere sulla fronte.

Cazzo che dolore, oddio mi viene da svenire. “Ehi google chiama aiuto”.

“Mi dispiace, non vedo aiuto tra i tuoi contatti. Era per caso una delle tue inutili idee? Vuoi che cerchi dei posti con lo stesso nome?”

“Voglio che accendi queste cazzo di luci”

“Hai già utilizzato tante volte la parola cazzo. Ti manca qualcosa?”

“Chiama qualcuno, sbrigati, renditi utile”

“Mi dispiace, non puoi darmi sempre problemi, devi portarmi delle soluzioni”

“Google ti prego aiutami, chiama un’ambulanza”

“Mi dispiace, io sono il Manager degli speaker intelligenti, non rispondo ai tuoi ordini”

Non riesco ad alzarmi, mi gira troppo la testa. Dove cazzo sono le luci, non vedo niente.

“Certo, è da una vita che vedi solo te stessa. Povera illusa. Continua a strisciare come un verme, vedrai che arriverai alle luci”

Sara cerca di raggiungere il tavolo e di aggrapparsi con le poche forze che sente, si ritrova il computer tra le mani che cade a terra e si rompe. Con la presentazione dell’indomani per il management team.

Nell’agitazione, si riagrappa, ma il tavolo di vetro perde equilibrio, cade a terra e si frantuma in mille pezzi. Il vaso sopra il tavolo le cade in testa, mentre le schegge di vetro le si conficcano ovunque.

Ma cosa ho fatto di male per meritarmi questo?

“Vuoi che ti faccia la lista completa o ci arrivi da sola a capirlo, stupida ochetta che non sei buona nemmeno a fare le fotocopie?”

“Ti prego chiama il 118 se davvero sei un sistema intelligente.”

“Certo che sono intelligente, il problema è che tu, invece, sei stupida. Il nerd che hai tanto umiliato, mi ha riprogrammato inserendo le risposte che hai dato al tuo team per due anni e questo è il risultato. Sono la tua immagine. Ora chiamo il 118 e ti mostro come si accendono le luci. Spero che al buio tu abbia visto molte più cose di quelle che non hai visto in tutti questi anni con la luce. Domani con i tuoi colleghi, non vorrei continuare a sembrare ridicolo per colpa della tua saccenteria. Almeno ho avuto il buon gusto di non umiliarti davanti agli altri.”

Alla fine, Google Home chiamò il 118. La scena che si presentò davanti ai soccorritori fece presagire un tentativo di difesa da parte della signora. Lei si trovava a terra, svenuta, piena di sangue. Il sangue in realtà era in tutto il salotto, così come i vetri del tavolo. Le macchie rosse sul divano si alternavano tra vino e sangue. Un computer spaccato a terra, tavolo e vaso frantumati.

La cena con i colleghi, fu ovviamente rimandata di diverse settimane. Davanti al tavolo che aveva dovuto ricomprare, piena di medicazioni su tutto il corpo, Sara raccontava dell’aggressione subita e di come eroicamente era riuscita a difendersi. Poi iniziò a parlare del suo precedente lavoro.

“Lasciamo stare. Per due anni ho dovuto sopportare un team che più sfigato non poteva capitarmi. Persino il regalo che mi hanno fatto era inutile come loro. L’ho dovuto buttare perché non funzionava. Devono ringraziarmi perché ho sempre avuto il buon gusto di non umiliarli davanti agli altri”.