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Lezione sul Genio della lampada: “Buongiorno: sono il signor Wolf, risolvo problemi!”.

Sapete tutti chi è il signor Wolf? Per ora diciamo solo che si tratta di un celebre, geniale personaggio di Pulp fiction di Tarantino, interpretato da un Harvey Keitel in stato di grazia, che in una ventina d’anni (il film è del ‘93) è assurto a archetipo narrativo, tanto che viene usato perfino nei corsi sul Project managment in economia aziendale, volte all’analisi, progettazione, pianificazione di un progetto, come figura simbolica del project manager… come ci ha raccontato Massimiliano Ferraris di Celle, che di questo si occupa per lavoro, mostrandoci anche un illuminante video da lui stesso realizzato per l’Eni e altre multinazionali, con estratti del film di Tarantino.

Beh, insomma, un grande personaggio narrativo, questo Mister Wolf, un esemplare e moderno genio della lampada. Cioè il nostro tema, il tema di questa nostra lectio, fa molto fico chiamarla così e non posso rinunciarci, che ho deciso di intitolare proprio con una sua frase, Buongiorno sono il signor Wolf, risolvo problemi”.

Ma andiamo con ordine, partiamo dalle origini, allora, dal “Genio della lampada” nella favola o fiaba Aladino e la lampada meravigliosa, contenuta ne Le mille e una notte.

Conoscete la storia editoriale di Le mille e una notte? – si tratta di una raccolta di racconti orientali (di origine egiziana, indiana, persiana e mesopotamica) realizzata dal bibliofilo e arabista Antoine Galland nel corso del 700: quindi è un prodotto del secolo dei Lumi, quel grande libro, così nascono Le mille e una notte

Allora abbiamo – come storia principale, come storia di primo livello, per così dire, – la bella Sharazade, moglie del re di Persia che, per non essere lei stessa uccisa dal tirannico sovrano che uccide tutte le sue spose dopo la prima notte di nozze, racconta al re l’ennesima storia, rimandando il finale della sua esecuzione al giorno dopo. Va avanti così per “mille e una notte”; e alla fine il re, innamoratosi, le rende salva la vita. Ebbene quella certa notte – la 342sima notte per l’esattezza – gli sta narrando le vicende di Aladino, un giovane scapestrato figlio di un sarto che finisce per controllare non uno ma ben due Jinn. Il Genio è appunto un Jinn, un’entità soprannaturale (siamo in epoca pre-musulmana). Comandato, il Genio della lampada aiuta Aladino e sua madre – il padre è morto di crepacuore – ad affrancarsi per sempre dalla miseria, ad aprire un grande negozio di stoffe e insomma sostiene Aladino nella sua scalata sociale. Gli costruisce anche un palazzo meraviglioso con finestre fatte di pietre preziose e bla bla bla… Il genio trasporta Aladino istantaneamente da un punto all’altro del reame e fa altri prodigi.

Nelle versioni Disney il genio della lampada è un forzuto muscoloso burlone a forma di nuvola, trasformista, buffo, che assume le sembianze di innumerevoli personaggi, e fa prodigi vocali (la voce nella versione italiana è di Proietti). I suoi poteri hanno solo tre limiti: non può uccidere, non può far innamorare e non può ridestare i morti. E naturalmente ne informa immediatamente il suo nuovo padrone.

Ma per noi che raccontiamo una storia, che scriviamo un romanzo, per noi scrittori, che cos’è – o che cosa potrebbe essere, se ci lasciassimo trasportare per un po’ dalla suggestione che ci ha evocato questo nome, questa vicenda – il Genio della lampada?

Beh, in molti momenti nella scrittura di un romanzo può intervenire un qualche “genio della lampada”. Qualcosa che ti fa cambiare strada, ti fa trovare l’idea risolutiva, come successe a me nel Branco quando mi venne l’idea di allungare la nottata dei balordi stupratori fino alla mattina, passando da un racconto di 30 pagine fenomenologico sulla violenza sessuale di gruppo, a un noir a tutti gli effetti che poi diventò un film di Marco Risi. Ecco, quell’idea per me ha avuto una simile funzione – la ebbi in banca, mentre i colleghi erano tutti a una convention sindacale, – me l’ha passata qualche genio della lampada forse, quell’idea risolutiva della storia.

Ma dunque che cos’è esattamente ‘sto genio della lampada, se volessimo definirlo una volta per tutte?

Allora, sentite, intanto, questa definizione che ho trovato sul web: La lampada del genio, per definizione, contiene un genio: onnipotente per potersi mettere al servizio di chi possa sfruttare questa forza, ma prigioniero della lampada; tanto prigioniero e tanto onnipotente, da far pensare che prigionia ed onnipotenza coincidano. (trasgressione.net)

Quindi, abbiamo il binomio onnipotenza e prigionia. Pensiamoci un momento. Strano, eh? Sembrerebbe un ossimoro, o un nonsenso. Se tutto puoi, dovresti anche poter liberarti, affrancarti dal giogo che ti opprime! E invece, manco per niente!

Comunque, alla fine, non so bene se nella favola Disney o nel racconto delle Mille e una notte o forse solo nella sfera dei miei desideri, Aladino libera il Genio nell’aria per sempre dimostrando la sua natura generosa.

E veniamo finalmente al nostro signor Wolf, moderna incarnazione di quel famoso Genio della lampada.

“Buongiorno sono il signor Wolf, risolvo problemi!”. Ecco il genio vediamolo anche come un signor Wolf, il risolutore di problemi di qualunque genere, anche quella situazione ingarbugliata assai del film, con un cadavere di un nero – Marvin, il nostro Marvin – spiaccicato dentro una macchina lurida del suo sangue e delle sue cervella nel box-garage di Jim, un uomo che si trova coinvolto nella faccenda senza aver fatto nulla, con una moglie di colore, Bonnie, l’episodio si intitola ironicamente “La situazione Bonnie” – che sta per ritornare a casa dopo il turno di notte in ospedale. Il signor Wolf può fare tutto, basta mettersi nelle sue mani. Ed è quello che fanno i due gangster Jules e Vincent.

Ma chi è il signor Wolf? Non sappiamo molto di lui. Mister Winston Wolf è un amico di Marcellus Wallace, capo dei due gangster Jules e Vincent, veste di nero, porta occhiali scuri, si sposta in Maserati (“alla guida sono una scheggia”), e risolve problemi di ogni natura.

In Pulp fiction ci muoviamo dentro una realtà paradossale, assurda, divertente, comica, anzi tragicomica, una realtà sempre sul punto di esplodere, siamo sempre sull’orlo del vulcano, in tutti e 3 gli episodi che Tarantino racconta, in quel suo geniale film, vincitore della Palma d’oro a Cannes, immediatamente salutato come un capolavoro dalla critica, in frammenti sfalsati nei tempi, con uno stile che da allora in poi è diventato frequente nel cinema e nella narrativa.

Ma non è l’unica chiave evidentemente perché si possa esprimere il nostro genio: in qualche caso può essere la Provvidenza, a muovere il Genio della lampada, pensiamo al solito Manzoni e ai Promessi sposi, anche quella del capolavoro manzoniano è una specie di magia che si compie, permettendo al racconto di sciogliersi nel modo edificante che sappiamo; in qualche caso può essere, all’opposto, il Male che agisce, addirittura il Diavolo in persona (pensiamo a Il doctor Faustus La vita del compositore tedesco Adrian Leverkühn, narrata da un amico romanzo tardo di Thomas Mann). In quel bellissimo libro, un po’ difficile in certe parti, almeno per me, per l’abbondante teoria musicale che contiene, il Diavolo si incarna e si nasconde in varie figure, e alla fine mantiene la sua parola: in cambio dell’anima e della rinuncia all’amore concede ad Adrian, il compositore protagonista (ricalcato sulla figura di Arnold Franz Walther Schönberg, ma anche dell’amico Mahler, pensate che popò di modelli che aveva Thomas Mann!), il successo e la fama. Schönberg se la ebbe anche a male, lo accusò di plagio, per le parti di teoria musicale soprattutto – ci fu una contesa giudiziaria…

Lo troviamo soprattutto, il Diavolo, nel Faust di Goethe: il patto tra il mago e filosofo Faust e il demone Mefistofele e il loro viaggio alla scoperta dei piaceri e delle bellezze del mondo. Faust è un dramma in versi di Goethe. Scritto nel 1808, è l’opera più famosa del grande scrittore tedesco e una delle più importanti della letteratura europea e mondiale. Da quest’opera è stato tratto un sontuoso e lentissimo film del regista russo Sokurov considerato dalla critica un capolavoro. Premiato con il Leone d’oro nel 2011.

E c’è in molte altre opere letterarie, come La pelle di zigrino di Balzac, per esempio. Lo conoscete? Questo l’incipit:

“Verso la fine dell’ottobre 1829, un giovane entrò nel Palazzo Reale nel momento in cui, conforme alla legge che tutela questa passione essenzialmente proficua all’erario, si aprivano le case da gioco. Senza troppo esitare egli salì le scale della bisca designata col numero 36”

Il protagonista è un giovane, Raphael de Valentin, che ha perso le sue ultime risorse al gioco, è reduce da una delusione d’amore, insomma desidera morire. Ma scopre per caso, presso un antiquario, un talismano, una pelle di zigrino, cioè di squalo, che può soddisfare tutti i suoi desideri; solo che ogni desiderio esaudito, la pelle di zigrino si restringe un po’ e con lei si accorcia anche la vita del giovane… Bellissima e in qualche modo simbolica riassuntiva di tutto il racconto, la lunga descrizione del negozio dell’antiquario dove la storia dell’umanità viene riassunta in una carrellata di oggetti. Ma è bellissimo anche l’inizio nella sala da gioco, nella bisca parigina, con un’atmosfera equivoca, malata.

Poi c’è il diavolo nel romanzo Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Lo conoscete? pubblicato postumo nel 1967. E’ un romanzo satirico spassoso, geniale… affresco eterogeneo, corale, affollato di personaggi in episodi tra loro variamente intrecciati: il romanzo si svolge su due piani narrativi che procedono in parallelo, cui corrispondono due differenti ambientazioni storico-geografiche, completamente diverse anche per stile di scrittura. La prima storia si svolge nella Mosca degli anni Trenta, gli anni dello stalinismo imperante, gli anni effettivi in cui Bulgakov lo scriveva e lo riscriveva. Satana nei panni di un misterioso professore straniero, esperto di magia nera, Woland, che si porta dietro una cricca di personaggi come lui fantastici e grotteschi e magici: il valletto Korov’ev, soprannominato Fagotto, un ex-maestro di cappella sempre vestito con abiti strani, il gatto Behemot, il sicario Azazello, il pallido Abadonna, e la strega Hella che vola di notte per la città e s’insinua nelle case di critici letterari e scrittori di regime passando dalle finestre e combinando guai spassosi. Chissà quanto si è divertito lo scrittore russo scrivendo questo libro! Quanti sassolini nelle scarpe si sarà tolto!

La seconda storia – completamente diversa – racconta del procuratore romano Ponzio Pilato. Il maestro Woland, cioè il Diavolo in persona, racconta di essere stato presente al processo al “mite predicatore” Jeshua Ha-Nozri (Gesù).

C’è anche nel mio libro Sacrificio – un patto col Diavolo, guarda un po’ che combinazione! Dove un padre 50enne, direttore editoriale di una piccola casa editrice romana, per salvare la figlia eroinomane stringe appunto un patto col diavolo. Che forse è presente solo nella sua immaginazione stravolta dall’abuso di alcol e droga. E scusate la scandalosa intrusione personale, è già la seconda!

Ma c’è anche in Dracula dell’irlandese Bram Stoker 1897, da cui è stato tratto un film di grande successo di Francis-Ford Coppola, spettacolare, rutilante, intenzionalmente, sontuosamente kitsch, che a me non è piaciuto, sti cazzi permettendo: Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker’s Dracula) del 1992 diretto appunto da Francis Coppola.

E c’è un altro celebre patto col diavolo, ne Il ritratto di Dorian Gray (1891) bellissimo romanzo di Oscar Wilde, quasi un manifesto dell’estetismo, del decadentismo, da cui sono stati tratti dei film non memorabili. Il romanzo, rivisitazione ennesima del mito del Faust, è la storia di un giovane inglese, Dorian Gray, a cui un amico pittore fa un bellissimo ritratto che invecchierà al suo posto in cambio della sua anima.

A proposito, la parola diavolo deriva dal verbo greco (diabàllo) che significa separare, porre barriera, porre frattura, il diavolo è colui che crea, attraverso la menzogna, separazione, frattura e inimicizia tra uomo e Dio, tra uomo e uomo.

Un po’ come fa la fattura di una maga, verrebbe da dire… a proposito, io li ho usati, maghi e cartomanti, nei miei libri. Terza intrusione. Ogni tanto in una storia realistica, anche molto realistica, magari perfino neorealista, in qualche parte, sento l’esigenza di infilarci dentro qualcosa di magico, di demoniaco, che forse interviene anche a modificare gli eventi, o quantomeno così pensano i personaggi che vi ricorrono. Vedi Il sorcio, o L’erba cattiva. Potete provarci anche voi, se vi riesce facile, a inserire in un contesto realistico qualche elemento magico-fantastico. Vi ho dato un’idea?

Quindi il Genio possiamo pensarlo buono o cattivo; celestiale come la Provvidenza divina in Manzoni, o satanico; intelligentissimo, come il signor Wolf, ma anche stupido, idiota, come Chance, il protagonista del geniale romanzo di Kosinski, Oltre il giardino (Being There), portato sul grande schermo nel ‘79 da Hal Ashby, con Peter Sellers, Shirley MacLaine, Melvyn Douglas. Film che restituisce solo in parte la ricchezza metaforica e satirica del romanzo: che è un moderno apologo sul potere dei mass-media televisivi, sul populismo, una sorta di Quinto potere… un personaggio simbolo del trasformismo, maschera, come è stato scritto, di una moderna commedia dell’arte…

Lo scrittore polacco Jerzy Kosinski (1933-1991) scrisse anche la sceneggiatura del film con un esplicito richiamo biblico-evangelico nel finale: lui che cammina sulle acque dell’Hudson, come un novello Gesù Cristo. Qui il genio interviene in modo inaspettato, miracoloso, ribaltando la situazione di partenza: lo “stupido” protagonista, l’ingenuo e analfabeta Chance, il giardiniere, diventa un guru dell’informazione televisiva americana, un consulente del Presidente, proprio in virtù del suo deficit intellettuale, della sua “idiozia”, delle sue frasi semplici, piene di buon senso, sul giardino, le piante, il ciclo delle stagioni che si alternano in quello spicchio di mondo, il giardino del Vecchio, la sola realtà che conosce. Ci muoviamo nel solco dei grandi idioti della letteratura, partendo dal capostipite di L’idiota di Dostoevskij – “l’idea era rappresentare un uomo completamente buono”, scriveva lo scrittore russo descrivendo il personaggio in una lettera a un amico. Ma poteva lo scrittore che venne definito da un critico russo come il genio crudele, poteva Dostoevskij raccontare il Bene assoluto? Sì, ma solo a patto di farlo annegare nell’oscurità del mondo, diremmo. Il romanzo finisce tragicamente, con il principe Myškin, impazzito nuovamente, ricoverato in clinica. Mentre Rogožin – il grande antagonista, è processato per l’omicidio di Natascia, condannato a quindici anni in Siberia. La figura di Myškin è esplicitamente ispirata a quella di Gesù Cristo e in particolare al quadro del pittore Hans Holbein il Giovane (1497/1498-1543) Corpo di Cristo morto nella tomba, che viene citato esplicitamente nel romanzo.

Altri geniali idioti letterari: dal don Chisciotte di Cervantes, passando per Candido di Voltaire, Bouvard e Pécuchet (Bouvard et Pécuchet) di
Gustave Flaubert pubblicato postumo nel 1881, coi i due personaggi che parlano per luoghi comuni, o Gympel l’idiota di Singer…ma anche lo scemo di De André nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo, dall’antologia di Spoon River: “E la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa…”

In molti di questi casi, l’idiozia può presentarsi come una delle tante forme della “ragione”, come nicchia di salvezza, come “atto di libertà”.

Pensiamo anche alle figure di barboni, vagabondi, contestatori, filosofi della strada, reietti di vario genere…”

Il Genio di Jack London

Ma la parola Genio per noi evoca anche qualcos’altro. Il genio universale, l’uomo universale. Quando sentiamo pronunciare quella parolina lì, Genio, più che al genio della lampada pensiamo a Leonardo, a Michelangelo, a Shakespeare, Dante, Goethe o no?

Perché, ricordiamolo, genio viene dal latino genius, sostantivo derivato dal verbo geno (“generare”, “creare”), quindi attitudine naturale alla creazione artistica, scientifica, filosofica.

Io userei Genius anche per Jack London, non solo per il suo straordinario romanzo autobiografico Martin Eden. Ch’è stato il primo romanzo che ho letto, anzi in assoluto il primo romanzo che ho acquistato con i miei soldi in libreria, in una certa libreria, il primo libro che ho messo nella mia personale libreria della mia stanza di ragazzo. Quindi capite bene che valore anche affettivo! Quel personaggio mitico – ragazzo del popolo, marinaio squattrinato, dalle spalle larghe, che incarnava per me il prototipo dello Scrittore, pur così lontano dalla mia esperienza, dalle mie attitudini; ma lo userei anche per i racconti. Per alcuni suoi memorabili racconti che sono dei gioielli della narrativa breve e anticipano Hemingway e Carver…

“Le mille e una morte” (Adelphi), per esempio, breve raccolta di racconti che ne contiene un paio davvero formidabili: Uno è “Batàrd” – che racconta dello scontro cattivissimo e selvaggio fra un cercatore d’oro e il suo cane, che odia al punto di averlo chiamato a quel modo, cioè Bastardo. Tutto il racconto non è che un lungo selvaggio duello fra l’uomo e la bestia, senza esclusione di colpi che si conclude con la morte cruenta dell’animale. L’altro, Preparare un fuoco, racconta di un uomo che affronta temerariamente l’attraversamento di una certa zona gelida, a 40 gradi sotto lo zero, in Alaska, insieme al suo (immancabile) cane e alla fine muore per assideramento, mentre la bestia si salva. In uno dei momenti più intensi e drammatici del racconto, l’uomo, ormai quasi del tutto congelato, mentre cerca di accendere un fuoco in mezzo a una tormenta, pensa in un lampo di uccidere il cane e sventrarlo per poi potersi accucciare in mezzo alle calde budella in attesa che la bufera finisca.

Ma qual è il genio, e come agisce, in questi racconti e romanzi di Jack London? (ricordiamo anche il bellissimo Zanna bianca. (Yukon, fine Ottocento. Un cucciolo di lupo, cane per un quarto, viene adottato da un indiano che lo battezza col nome di Zanna Bianca. Un classico della letteratura per ragazzi, in realtà ferocissimo, spietato) – forse è il cane, figura cardinale nella letteratura sugli animali di Jack London, che viene descritto, trattato, raccontato come se fosse uomo, con tutto il bagaglio di emozioni, sensazioni, desideri-quasi pensieri, che questo comporta, con un potente effetto di realtà e senza scorciatoie fumettistiche, ma anche come alleato nella lotta per la sopravvivenza. Il richiamo della foresta è il primo romanzo che ho letto a mio figlio nella versione classica, integrale, non ridotta e addomesticata per bambini, sempre tanti cazzi permettendo… aveva forse 6 anni, o forse anche meno, e ne fu immediatamente catturato! È uno dei più fulgidi ricordi della sua infanzia! E una tappa fondamentale nella mia formazione di scrittore autodidatta.

Il richiamo della foresta (The Call of the Wild) è un potente romanzo breve pubblicato nel 1904. Che racconta la corsa all’oro nel Klondike, davvero vissuta in quegli anni dallo scrittore americano in una delle sue tante avventure in giro per il mondo. Vale la pena raccontarla per quanto è ingegnosa ed esemplare.

Il cane Buck – lui è il protagonista, ecco la straordinaria, “geniale” novità della storia, del romanzo di London, gli uomini hanno solo un ruolo funzionale (ancillare) a lui, il contrario di come succede di solito – vive serenamente nella villa di un magistrato in qualche soleggiato luogo della California, così lo troviamo all’inizio della vicenda, prima della sua “discesa agli inferi”.

Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando non soltanto per lui, ma per tutti i cani di forte muscolatura e col pelo lungo e soffice da Puget Sound a San Diego. Brancolando tra le tenebre artiche gli uomini avevano trovato un metallo giallo e, poiché le compagnie di navigazione e di trasporto avevano divulgato la notizia, migliaia di persone correvano verso il Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani; cani robusti, con una forte muscolatura e pelo folto per difendersi dal gelo. (INCIPIT)

Siamo nel periodo della corsa all’oro nel Klondike (1897): i riferimenti sono precisi, servono cani da slitta, unico mezzo di locomozione fra i ghiacci perenni di quelle zone artiche inospitali, sicché il cane viene venduto a un brutale trafficante, – il racconto ha una sua necessità realistica infallibile, nulla è generico, casuale, nell’esordio narrativo di London, – padrone che lo maltratta e lo spedisce in una cassa in nave tra i ghiacci del Klondike, dove Buck conosce, da cane da slitta quale diventa quasi subito, la «legge della zanna e del bastone»: picchiato selvaggiamente dai padroni, impara a difendersi dagli altri cani della muta. Ne uccide anche uno, il capo, e lo sostituisce al comando. Ma facciamola breve, dopo aver cambiato diversi padroni, tutti duri e crudeli con lui, Buck sta per essere ucciso, ma viene salvato dal cercatore d’oro John Thornton.

Nasce l’amore di Buck per il suo salvatore, – l’altra faccia di Batard, – che salva più volte da situazioni pericolose. Buck comincia a sentire imperioso «il richiamo della foresta»: cioè il richiamo della specie, e sono pagine splendide in cui si fondono magnificamente le sue naturali doti di narratore e la sua attenzione alla biologia evoluzionistica di Darwin… Buck si addentra nella foresta, incontra altri lupi, uccide un alce. Quando ritorna all’accampamento scopre che Thornton e compagni sono stati uccisi dagli indiani. Buck li vendica, scagliandosi contro gli Yeehats; poi il richiamo della foresta si fa dentro di lui sempre più imperioso, urgente. Buck decide quindi di vivere nella foresta insieme a un branco di lupi, di cui diventerà il capo.

“E molto simili alle visioni dell’uomo peloso c’era il richiamo che anche ora risuonava nel cuore della foresta. Questo lo riempiva di grande agitazione e strani desideri. Gli faceva sentire una felicità dolce, elusiva, ed era consapevole di provare struggimenti e stimoli selvaggi per una cosa che non conosceva. A volte inseguiva il richiamo sin dentro la foresta, per cercarlo come qualcosa di tangibile, e abbaiava secondo lo stato d’animo, piano o spavaldo. Poi infilava il naso nel muschio fresco del legno o nel terreno scuro dove cresceva l’erba alta e annusava con gioia gli odori della terra grassa; oppure stava per ore accucciato come se si nascondesse dietro i tronchi ricoperti di funghi o gli alberi caduti, dove teneva occhi e orecchie spalancati davanti a tutto ciò che si muoveva e risuonava intorno a lui. Poteva essere che restando così disteso sperasse di sorprendere il richiamo che non riusciva a capire. Ma non sapeva perché faceva tutte queste cose. Era spinto a farle, e non ci ragionava affatto”.

Ma il genio di Jack London – inteso anche nel senso di demone, – non è solo il cane, lo scontro Uomo-Animale-Natura… c’è anche il pugilato, sapete (bellissimo, fra gli altri, La bistecca o Un pezzo di carne a seconda di come viene tradotto nelle varie edizioni italiane, contenuto anche nella raccolta Quando Dio ride, Editori riuniti, che anticipa certi racconti sul pugilato di Hemingway e Mailer), anche l’alcol, – “Non bevevo mai prima di aver eseguito – Memorie di un bevitore – il mio compito giornaliero. A lavoro finito, i cocktail alzavano quasi un muro divisorio fra le ore di lavoro e quelle di divertimento”, – anche l’utopia socialista, l’attenzione al mondo del lavoro operaio, il marxismo, il darwinismo e sue derivazioni sociologiche, Spencer… insomma Jack London è un grande scrittore a tutto tondo che vi invito ad approfondire, al di là del genio della lampada.

Ormai la parola genio l’abbiamo tirata da tutte le parti, magari stiracchiandola e sfibrandola un po’ agli orli.

Beh, spero che non vi siate annoiati, soprattutto. Alla prossima.