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LAVORARE STANCA – A Tutto Pavese

Nella scorsa puntata ho provato a fare il punto sul rapporto (fascinoso) tra la poesia e il silenzio.

Riprendo ora non a caso la riflessione su silenzio e poesia in relazione a Cesare Pavese e a Lavorare stanca, suo esordio assoluto avvenuto con Solaria, Firenze, il 14 gennaio 1934, sotto la direzione di Alberto Carocci (il quale per inciso era un fondatore incallito di riviste: Solaria, che lanciò tutto il panorama europeo e gli esordi italiani più significativi, chiuse nel 1936, e subito Carocci fondò con Giacomo Noventa La riforma letteraria, e nel 1941 il periodico Argomenti – solo 9 numeri, stroncato dalla censura di regime –, dopo di che, nel 1953, fonda con Alberto Moravia Nuovi Argomenti).

Lavorare stanca appare in piena temperie ermetica.

Apre la raccolta Mari del Sud, scritta tra il settembre e il novembre del 1930.

(a Monti)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,

in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo

mio cugino è un gigante vestito di bianco,

che si muove pacato, abbronzato nel volto,

taciturno. Tacere è la nostra virtù.

Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo

– un grand’uomo tra idioti o un povero folle –

per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto

se salivo con lui: dalla vetta si scorge

nelle notti serene il riflesso del faro

lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino…”

mi ha detto ” …ma hai ragione. La vita va vissuta

lontano dal paese: si profitta e si gode,

e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,

si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.

Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,

ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre

di questo stesso colle, è scabro tanto

che vent’anni di idiomi e di oceani diversi

non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta

con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,

usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo.

Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne,

e lo dissero morto. Sentii poi parlarne

da donne, come in favola, talvolta;

ma gli uomini, più gravi, lo scordarono.

Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino

con un gran francobollo verdastro di navi in un porto

e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,

ma il bambino cresciuto spiegò avidamente

che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania

circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,

nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo

il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.

Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero

che, se non era morto, morirebbe.

Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,

quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta

che son sceso a bagnarmi in un punto mortale

e ho inseguito un compagno di giochi su un albero

spaccandone i bei rami e ho rotto la testa

a un rivale e sono stato picchiato,

quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,

altri squassi del sangue dinanzi a rivali più elusivi:

i pensieri ed i sogni. La città mi ha insegnato

infinite paure: una folla, una strada mi han fatto tremare,

un pensiero talvolta, spiato su un viso.

Sento ancora negli occhi la luce beffarda

dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

Mio cugino è tornato, finita la guerra,

gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.

I parenti dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto,

se li è mangiati tutti e torna in giro.

I disperati muoiono così”.

Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno

nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento

con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina

e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.

Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi

e lui girò tutte le Langhe fumando.

S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza

esile e bionda come le straniere

che avevo certo un giorno incontrato nel mondo.

Ma uscì ancora da solo. Vestito di bianco,

con le mani alla schiena e il volto abbronzato,

al mattino batteva le fiere e con aria sorniona

contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,

quando fallì il disegno, che il suo piano

era stato di togliere tutte le bestie alla valle

e obbligare la gente a comprargli i motori.

“Ma la bestia” diceva “più grossa di tutte,

sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere

che qui buoi e persone son tutta una razza”.

Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,

sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.

Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: “Quest’anno

scrivo sul manifesto: – Santo Stefano

è sempre stato il primo nelle feste

della valle di Belbo – e che la dicano

quei di Canelli”. Poi riprende l’erta.

Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,

qualche lume in distanza: cascine, automobili

che si sentono appena; e io penso alla forza

che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,

alle terre lontane, al silenzio che dura.

Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.

Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell’altro

e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno

gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,

da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,

e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,

ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue

e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.

Me le accenna talvolta.

Ma quando gli dico

ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora

sulle isole più belle della terra,

al ricordo sorride e risponde che il sole

si levava che il giorno era vecchio per loro.

Proprio Cesare Pavese, in Il mestiere di poeta (a proposito di Lavorare stanca), ci svela due cose:

la prima è che proprio in Mari del Sud finalmente “trovai il mio verso, […] il ritmo del mio fantasticare”, e non si può che pensare tutto il bene possibile di “una simile versificazione”, avendo ben presente che “accontentava anche materialmente il mio bisogno, tutto istintivo, di righe lunghe, poiché sentivo di aver molto da dire e di non dovermi fermare a una ragione musicale nei miei versi, ma soddisfarne altresì una logica. E c’ero riuscito e insomma, o bene o male, narravo”;

la seconda gliela attribuiamo noi anche se lui stesso se ne rende conto avendo attraversato l’intero processo: il primo poemetto (rubrichiamolo così ma è una scorciatoia: Pavese non sarebbe d’accordo, poiché rifuggiva proprio dal genere-poemetto) ci cala direttamente in medias res, nel pieno della conquista proprio di quel medium espressivo che è anche lingua ed è, molto, stile – un po’ come quando nei sonetti foscoliani veniamo immessi direttamente nel centro del ragionamento poetico attraverso una parola –un avverbio, in genere – che fa emergere la voce liberandola dalla morsa del silenzio, dal chiuso del pensiero e del tormento.

Qui la formula magica è un’intera locuzione, peraltro di senso compiuto:

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,

in silenzio.

Non è un IO lirico a esprimersi ma siamo subito in un racconto con soggetto plurale, questo noi, con un verbo di movimento al presente che subito ci spalanca davanti un qui e ora, e ce lo mostra (non ce lo dice) come qualcosa di mobile. E poi subito si dice LA parola, SILENZIO, che non è solo uno status ma è anche un’eredità, una formazione, una educazione – più una condizione che un sentimento.

La condizione peraltro è molto keatsiana: è sera, la luce è declinante, e i due sono sul fianco del colle (come il cavaliere malato d’amore della ballata, La belle dame sans merci – prima spia della cultura angloamericana di Cesare Pavese, che infatti ci informa che Mari del Sud è la sua prima opera dopo un periodo perlopiù di studi e di traduzioni).

Il poeta (inter)rompe il silenzio ragionando sul silenzio. Indicandolo come indole genuina di chi come lui e come questo gigantesco cugino viene dai paesi dove si parla il dialetto [adopera lento il dialetto, che, come le pietre [pensiamo alle dantesche “rime petrose”, ndr] / di questo stesso colle, è scabro tanto / che vent’anni di idiomi e di oceani diversi / non gliel’hanno scalfito] e dove fantasticare è rincorrere i racconti di chi torna da un esilio felice, come questo cugino che evoca la Tasmania e associa Santo Stefano Belbo e Canelli, cioè le Langhe, a terre lontane, al Pacifico, alle chiostre minacciose degli squali. Infine ecco palesarsi i legni olandesi e i grandi cetacei, la caccia caparbia alla balena,

e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,

ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue

e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia

– ecco Moby Dick, ecco Hermann Melville, ecco la grande tradizione del Rinascimento Americano che Pavese ha contribuito a immettere nel patrimonio dei grandi libri con le sue traduzioni, con la sua azione didattica di Maestro aspro, severo, tranchant, che ha stroncato all’inizio persino la sua allieva migliore, o perlomeno più tenace, Fernanda Pivano.

Voglio anche suggerire qui una parentela non troppo lasca [Oh da quando ho giocato ai pirati malesi, /

quanto tempo è trascorso] col mondo salgariano – allora quel silenzio che richiama l’animo più vero, il modo di sentire più squisito di un intero mondo, semplice, contadino, provinciale, arcaico, è anche l’“ambiente” ideale per il proliferare di una immaginazione che traduce di continuo la realtà in versi.

[En passant, mi pare affiori nell’incipit il prufrockiano “Let us go, then, you and I…” di T S Eliot].

IL TEMPO PASSA

Quel vecchione, una volta, seduto sull’erba,
aspettava che il figlio tornasse col pollo
mal strozzato, e gli dava due schiaffi. Per strada
camminavano all’alba su quelle colline –
gli spiegava che il pollo si strozza con l’unghia –
tra le dita – del pollice, senza rumore.
Nel crepuscolo fresco marciavano sotto le piante
imbottiti di frutta e il ragazzo portava
sulle spalle una zucca giallastra. Il vecchione diceva
che la roba nei campi è di chi ne ha bisogno
tant’è vero che al chiuso non viene. Guardarsi d’attorno
bene prima, e poi scegliere calmi la vite più nera
e sedersele all’ombra e non muovere fin che si è pieni.
C’è chi mangia dei polli in città. Per le vie
non si trovano i polli. Si trova il vecchiotto
tutto ciò ch’è rimasto dell’altro vecchione
che, seduto su un angolo, guarda i passanti
e, chi vuole, gli getta due soldi. Non apre la bocca
il vecchiotto: a dir sempre una cosa, vien sete,
e in città non si trova le botti che versano,
né in ottobre né mai…
Il vecchiotto, ragazzo, beveva tranquillo;
ora, solo annusando, gli balla la barba:
fin che ficca il bastone tra i piedi a uno sbronzo
che va in terra. Lo aiuta a rialzarsi, gli vuota le tasche
(qualche volta allo sbronzo è avanzato qualcosa),
e alle due lo buttano fuori anche lui
dalla tampa fumosa, che canta, che sgrida
e che vuole la zucca e distendersi sotto la vite.

Questa poesia del 1934 (al biennio 1932-1934 appartiene la maggior parte dei testi qui riuniti) allude al silenzio addirittura come assenza di rumore, e come strozzatura attraverso l’immagine del pollo fatto fuori abilmente e del vecchio che conosce la tecnica e la custodisce praticandola senza clamori.

Un altro elemento evidente della conquista pavesiana sta nella forza, nell’impatto delle immagini.

Il silenzio è paradossalmente il punto cruciale di un ragionamento sul Pavese poeta se ragioniamo anche sulla temperie ermetica in cui questa poesia si è affacciata. È noto il raffronto continuo che si fa tra Lavorare stanca e Sentimento del tempo di Giuseppe Ungaretti. Due modi opposti di evocare il silenzio. Anche in Pavese il silenzio è un sintomo di solitudine, ma questa condizione è dell’uomo, non della parola come in Ungaretti. E poi Pavese non solo narra in versi ma tende a oggettivare nella narrazione i soggetti umani tra i quali c’è anche l’io del poeta, che non è lirico, ma spia e osserva,  racconta per esplorare la solitudine umana – che lo apparenta piuttosto al Quasimodo di Ognuno sta solo sul cuor della terra, / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera – un destino che lo traghetta per la sua intera esistenza, o meglio lo guida attraverso la parte migliore di essa, la vita interiore. Silenzio vuol dire allora, come suggerisce Vittorio Coletti nell’introduzione all’edizione di Lavorare Stanca Einaudi del 1998, riservatezza, pudore, riserbo – e un velo di austera mestizia e di latente ombrosità che avvolge tutta l’opera di Cesare Pavese, ancor più i racconti e i romanzi (la parte della produzione per cui Pavese è più noto o più mondanamente popolare): aspetti che Pavese ha in comune con un altro scrittore delle Langhe, Beppe Fenoglio, anche lui anglofilo (ci segnala prontamente Coletti).

Pavese dissente dall’orientamento ermetico (Ungarettiano e Montaliano) in tutto: nell’idea di lingua poetica e di temi appropriati alla poesia, nel valore del silenzio e della parola, nel paesaggio e nel mito indulgendo in figure e quadri fatti di evocazione antropologica e non di echi mitologici. Soprattutto guarda a modelli diversi. Condivide le riserve di Edgar Allan Poe sulla possibilità di costruire un poema con l’unitarietà che si può conseguire nel romanzo. Sposa completamente il verso libero whitmaniano, le sue righe lunghe in cui ha trovato la propria musica,

[…] Il meccanico sbronzo è felice buttato in un fosso […]

[…] Dopo un po’ i muratori si buttano all’ombra […]

– pensiamo subito al Fenoglio del racconto Il gorgo ma soprattutto al Walt Whitman di Leaves of Grass (Foglie d’erba), in particolare a I hear America singing [the varied carols I hear / Those of mechanics, each one singing his as it should be blithe and strong / The carpenter singing his as he measures his plank or beam / The mason singing his as he makes ready for work or leaves off work …]. Nella sua prefazione alla nuova edizione delle Poesie di Pavese in uscita per Einaudi, Tiziano Scarpa mette Pavese anche in relazione a Henry David Thoreau: li accomuna a suo parere uno stesso pragmatismo per il quale tutto ciò che è sentimentale è surclassato e scansato da ciò che è urgente: il contadino corre verso i campi che lo “chiamano” pur essendosi imbattuto in un vagabondo malmesso – Scarpa tira in ballo i filosofi cinici, pertanto riferendosi a un cinismo ‘storico’, insofferente dei sentimentalismi e incline al rigore morale, e non al cinismo ‘contemporaneo’, più che altro consistente in duro disprezzo.

Non possiamo non ricordare che nel 1972, in una famosa intervista a Franco Contini, Pier Paolo Pasolini stroncò Pavese valutandolo come un “letterato italiano medio”, il cui impegno era stato facile e corretto. C’è chi dà di Pavese un ritratto controverso, però Pavese, tornando alla sua prima prova letteraria, Lavorare stanca, poco dopo la pubblicazione del libro in 180 copie numerate, fu spedito al confino, e lì, a Brancaleone Calabro, lavorò alla immediata revisione nel 1935 – viene naturale pensare a lui come a Carlo Levi inviato al confino in Lucania, prima a Grassano e poi ad Aliano, o a Emilio Lussu e Carlo Rosselli confinati a Lipari (e poi rocamboleschi fuggitivi).

Visto che si ricorda in questi giorni il 70esimo anniversario della morte di Cesare Pavese, suicida, ci tenevo a dargli spazio in questa rubrica di poesia, perché la poesia è stata la sua prima espressione pubblica in ordine di tempo, e perché la poesia ha nella sua produzione una cadenza iniziale e finale.

La poesia iniziale, come abbiamo visto, ha una sorta di natura transitoria, ma non per questo poco definita in sé o non incisiva nel panorama italiano: viceversa, come abbiamo detto, Pavese vi appare voce dissonante e antiermetica. Il suo dettato narrativo punta alla semplicità e all’oggettività in senso stretto: “un tale programma di semplicità” esige “un’aderenza serrata, gelosa, appassionata all’oggetto”.

La poesia finale (nel postumo Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) riconquista una soggettività molto prossima all’io lirico. La proverbiale introversione si è complicata in una disillusione cocente su tutta la linea. In mezzo c’è tutto il Cesare Pavese dei racconti e dei romanzi (e dello Strega proprio nel ’50).

To C. from C.*

You,

dappled smile

on frozen snows–

wind of March,

ballet of boughs

sprung on the snow,

moaning and glowing

your little “ohs”–

white-limbed doe

gracious

would I could know

yet

the gliding grace

of all your days,

the foam-like face

of all your ways–

to-morrow is frozen

down on the plain–

you, dappled smile

you, glowing laughter.

(11 marzo 1950)

***

Last blues, to be read some day**

‘T was only a flirt

you sure did know–

some one was hurt

long time ago.

All is the same

time has gone by–

some day you came

some day you’ll die.

Some one has died

long time ago–

some one who tried

but didn’t know.

(11 aprile 1950)

[da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi]

.

*Da Cesare a Constance (Dowling – attrice americana che Pavese amò non ricambiato)

Tu,/ controverso sorriso / su nevi gelate-/ vento di Marzo / balletto di rami / fioriti nella neve / che stormiscono e scintillano i loro piccoli oooh / graziosa bianca creatura / io vorrei – potrei conoscere / già / la grazia lucida / di tutti i tuoi giorni / l’aspetto spumeggiante dei tuoi modi-/ domani la piana / giù sarà gelata- / tu, sorriso ambiguo / tu, risata raggiante.

**Ultimo blues, da leggere un giorno

Fu solo un flirt / lo sapevi di sicuro- / qualcuno si è fatto male / molto tempo fa. // Tutto è uguale / il tempo è andato- un certo giorno arrivasti / un certo giorno te ne andrai. // Qualcuno se n’è andato / molto tempo fa- / qualcuno che tentò e non seppe mai.

[©DM]