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“Il Caravan” di Jennifer Pashley (Carbonio editore)

Quando si perde esattamente l’innocenza da bambini? Quando muore qualcuno che ami e che avresti dovuto proteggere, come un fratellino o una sorellina, o quando scopri che il tuo corpo ha il potere di far fare agli altri delle cose e di farle fare anche a te?

In questo romanzo on the road tutta la narrazione, lirica, struggente, bellissima, gira come un nastro attorno a queste domande.

Ci sono due cugine, figlie di due fratelli e due sorelle, Khaki e Rayelle, che non si vedono più da alcuni anni, da quando, dopo la morte del padre alcolizzato, la Khaki sedicenne, ha allungato le sue gambe lisce e abbronzate per adescare un uomo, mentendo sulla sua età, e farsi portare in un posto distante e diverso da quel pezzo d’America deserto e corrotto dall’alcool, dalla mancanza di speranza, e dalla miseria.

Al tempo in cui la storia inizia Rayelle ha 23 anni, e ha appena perso la figlia di un anno e mezzo in un incidente domestico di cui è in parte responsabile. Turbata e distrutta da un lutto che non riesce a comunicare neanche al padre della bambina, Rayelle, passa i suoi pomeriggi a bere smodatamente in cerca di compagnia maschile, per poi abbattersi, ubriaca e sola, in una stanza di motel che sorge ai margini di un’autostrada nel cuore del Texas. La sua routine distruttiva viene interrotta dall’arrivo di un giornalista investigativo, Couper, che sta seguendo la pista di ragazze e donne scomparse o uccise, comunque inghiottite nel ventre molle di un paese dove cambiare identità è ancora più facile che comprare una pistola.

Couper ha una fiat Gran Torino a cui è agganciato un piccolo caravan, e promette di essere una storia da vivere, qualcosa di diverso da una routine sessuale alcolica.

Così, visto che non ci sono motivi per non farlo, Rayelle lo segue, inseguita dalla voce della madre, che stufa dei suoi lamenti lacrimosi per la morte della piccola Summer, le ricorda che “i bambini muoiono continuamente, e la morte non è la cosa peggiore che possa capitare a un bambino”.

La ricerca di Couper è confusa e oscillante, nel tentativo di mettere insieme pezzi di storie e notizie su ultimi avvistamenti di ragazze madri, maltrattate, ustionate, furibonde. A fare da contraltare ci sono le voci che si sovrappongono, di Rayelle e di Khaki, ognuna che racconta la propria storia, i loro segreti insospettabili. Khaki è stata vittima di violenze brutali e feroci, e mescolato all’amore, prova per Rayelle sentimenti complessi e oscuri. Khaki però non è solo una vittima, perché in lei la rabbia monta e la trasforma in un’adulta a 13 anni, consapevole della sua bellezza notevole e  del potere che questo le dà verso uomini e donne, affascinati da lei e dalla sua capacità di trasformarsi sotto i loro occhi in un desiderio proibito.

In questa corsa disarticolata, in cui alcuni fuggono e altri inseguono, assistiamo continuamente a cambi di scenari emotivi, e nessuno è al sicuro, perché non esistono vittime che siano solo vittime e carnefici che abbiano solo questo ruolo.

Rayelle cerca risposte alla morte della figlia, e sopratutto cerca Khaki, scomparsa portandosi via tutto il calore umano che le serve per andare avanti, mentre Khaki  svela al lettore particolari che aprono nuove possibilità sul legame complesso tra lei e Rayelle. Perchè le donne che subiscono violenze non scappano, perché condannano i loro stessi figli a futuri senza possibilità, oltre a quello di bambini violati? Questo è il tormento di Khahi, la sua fame feroce, mentre tocca le donne che ama con voluttà e disprezzo, i loro corpi feriti dagli uomini, che le sue mani e la sua bocca di donna provano a guarire, marchiandole per sempre con la visione di un mondo che, alcune di loro, possono solo intravedere per un momento, quando tutto si rischiara, per diventare inservibile l’istante dopo. La luce accecante di una desertica estate americana raccoglie le verità sulle due ragazze, e sulle altre donne scomparse. Una ballata di quelle più romantiche e tristi mai ascoltate.

Uno dei gemelli ha la bocca cucita. Beve il gin da un bicchiere da whisky con una cannuccia sottile. Suo fratello, invece, birra alla spina. Ci sono solo quattro persone nel bar e la maggior parte sono imparentate tra loro. Dietro il bancone lampeggia una fila di lucine natalizie multicolori, ancora appese a giugno, sopra lo scaffale di bottiglie più alto. Dall’estremità opposta del bancone, un donnone che non avrà neppure trent’anni mi racconta dell’incidente dei gemelli: hanno sbandato sotto la pioggia e l’auto è finita in un campo. Uno dei due ha dovuto rompere il finestrino a calci per salvare l’altro. Quaggiù durante i temporali i ciottoli che cadono dalla montagna rendono le strade scivolose. E’ come guidare su un tappeto ricoperto di biglie.

Lei è sulla veranda, sta dando da mangiare ai polli sparpagliati nel cortile che si precipitano quando getta il becchime. Mi guarda arrivare. Argento nell’erba, una luce viola sopra di noi. Nuda e pulita dall’acqua del fiume a parte i piedi. Lei mi porge la mano che ha usato per spargere il becchime. Mi porta dell’acqua in un bicchiere.